accadde…oggi: nel 1895 nasce Rachel Bespaloff, di Laura Sanò

http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2009-01/sano.htm

Rachel Bespaloff (1895-1949) era un’ebrea ucraina emigrata in Svizzera, Francia e Stati Uniti, una filosofa non accademica di grande originalità e vigore, infilata sbrigativamente finora, dai pochi autori che se ne sono occupati, tra gli esistenzialisti. Di matrice giudaica, credente piena di dubbi (non c’è uscita tra ateismo e religione, scrisse), Bespaloff fu «marchiata a fuoco» (Braidotti) dall’esperienza dell’emigrazione e del nomadismo, dalla condizione di esule, rifugiata, senza patria, sempre alla ricerca di una terra irraggiungibile. Due i luoghi principali dell’esilio, che danno anche il titolo alle due parti in cui l’autrice del volume distribuisce, come vedremo, il materiale di analisi: gli anni francesi (1915-1942) e gli anni americani (1942-1949, anno della morte per suicidio). In realtà v’erano stati un precedente brevissimo soggiorno a Kiev (i primi due anni, dopo la nascita in Bulgaria) e poi una permanenza ben più lunga a Ginevra,  quella degli anni formativi dei quali Sanò nulla ci dice –  non si dimentichi che si tratta comunque di una ricerca pionieristica – se non che l’autrice giovinetta vi studiò «danza e musica».

A Parigi Bespaloff si inserisce nei circoli degli intellettuali di punta, nei quali erano presenti molti ebrei emigrati dalla Russia, e partecipa con entusiasmo alla vita intellettuale della città, anche se le scelte di un marito tirannico la portarono a un certo punto lontano dalla capitale; se si pensa poi anche alla convivenza con una madre nevrastenica, che non andava d’accordo col marito di Bespaloff, si comprende come il quadro della sua vita familiare fosse infelicissimo, rallegrato soltanto dalla presenza dell’adorata figlia Noemi.

Laura Sanò, giovane e accurata studiosa del pensiero filosofico e già autrice di altre impegnative monografie, sceglie di parlare di Bespaloff in primo luogo attraverso l’analisi dei testi, trattandosi di personaggio di cui si sa ben poco e di cui un’interpretazione di tipo ermeneutico sarebbe quasi incomprensibile. Ci sono quindi «gli anni francesi» e «gli anni americani, che corrispondono più esattamente a «gli anni in cui Bespaloff scrisse questo» e «gli anni in cui Bespaloff scrisse quest’altro». In entrambi i paesi vennero scritti rispettivamente un libro monografico, alcuni articoli un po’ di corrispondenza. Non è tanto, ma Rachel Bespaloff non era una filosofa accademica,   lavorava come insegnante di un’altra materia e aveva da badare a una famiglia impegnativa, alla casa e a tutte quelle incombenze che bon gré mal gré cadono addosso alle donne, filosofe e no.

La fase europea vede comunque la produzione da parte di Bespaloff di studi su Kierkegaard, Heidegger – di cui fu una delle prime lettrici e interpreti francesi –  Malraux ed altri, tra i quali soprattutto Lev Šestov, filosofo russo del Novecento altrettanto poco conosciuto, anche se fu colui che a detta di Bespaloff produsse il suo risveglio filosofico prima di essere alla fine da lei ripudiato.

La fase americana appare più familiare al lettore normalmente erudito, dal momento che nomi  e argomenti gli sono più o meno noti. Bespaloff, poco dopo il suo arrivo negli USA trovò lavoro nel collegio residenziale per ragazze (allora come ora) di Mount Holyoke, Massachusetts, grazie all’amico Jean Wahl (sul quale pure è uscita di recente una monografia a cura di Riccardo Piaggio, Tra esistenza e pensiero. Saggio su Jean Wahl, il nuovo Melangolo, 2007). In quel periodo Bespaloff compose un saggio monografico sull’Iliade, che Sanò sceglie di mettere a confronto con lo scritto composto da Simone Weil negli stessi anni e sullo stesso tema: L’«Iliade» poema della forza, redatto dall’estatica mistica francese alla fine degli anni ’30 e stampato a Marsiglia nel 1941: «Entrambe donne, entrambe di famiglia ebraica, entrambe esuli, entrambe destinate a una morte prematura, esse hanno avvertito la necessità di compiere un ritorno al proprio passato, attraverso il confronto serrato con uno dei maggiori poemi epici dell’occidente», scrive di esse Sanò. Ma mentre nella Weil c’è una chiara e decisa condanna della forza, in Bespaloff la guerra è vista come necessaria e l’uso della forza come inevitabile nelle relazioni umane, all’interno come all’esterno di ogni collettività: la guerra per Bespaloff è parte integrante e irremovibile dell’esistenza, come hanno ripetuto e ripetono tanti autori (vedi oggi Oriana Fallaci o James Hillman) che sembrano non accorgersi come tanti fenomeni «integranti e irremovibili dell’esistenza» come la schiavitù o l’oppressione delle donne, possono invece essere superati, e la storia è lì a dimostrarlo. È come se la presenza di Dio nel pensiero di Bespaloff serva a lei per ribadire la responsabilità individuale da assumere nel momento del flagello inevitabile, come inevitabile fu l’esodo che la costringeva a vagare alla ricerca di un punto in cui fermarsi a riposare da quella infinita stanchezza fisica e mentale alla quale alla fine preferì – e chi potrebbe darle torto- la morte.

https://it.wikipedia.org/wiki/Rachel_Bespaloff

http://www.minimaetmoralia.it/wp/iliade-simone-weil-rachel-bespaloff/

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