omaggio alla Tunisia, di Giuliana Cacciapuoti

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Non ci si deve meravigliare di una presenza femminile tangibile nella storia della Tunisia. Se Tunisi si dice orgogliosamente erede di Cartagine, città fondata dalla mitica regina fenicia, sorella di Pigmalione re di Tiro, già dagli albori ebbe una donna come abile governatrice. Si narra che Didone riuscì a ottenere un regno ben più grande della superficie di una pelle di bue, recintando il perimetro della sua capitale con una corda ottenuta da strisce sottilissime ricavate dal quel cuoio prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue” come le aveva concesso il re libico Iarba. Sulla rocca di Birsa, una donna migrante alla ricerca di pace e un destino migliore edificò Cartagine fiorente città nuova poco distante dalla odierna capitale della Tunisia.

FOTO 1. Collina di Birsa e Rovine di Cartagine

La recente elezione a prima sindaca di Tunisi di Sua’d Abderrahim (in copertina), cinquantaquattro anni, farmacista ed ex detenuta politica, esponente del partito en-Nahda nelle prime amministrative libere post rivoluzione del 2011, ha posto sotto i riflettori la presenza delle donne arabe nella politica dei Paesi dell’area del Nord Africa. L’elezione di Abderrahim è stata un grande successo e sottolinea come la presenza delle donne nella scena politica non è recente né legata solo a episodi cruciali della storia del Paese, nostro dirimpettaio. In Tunisia altro risultato storico delle ultime elezioni è aver stabilito per legge l’eguaglianza di genere nelle liste elettorali. Su cinquantasette mila candidature, metà era donna. Su oltre duemila liste, più di un quarto avevano una guida femminile. E almeno un centinaio di formazioni politiche sono state escluse dalla competizione elettorale per aver disatteso alla regola del 50-50. La «femminilizzazione della politica è cominciata e darà frutti»  Un cammino iniziato ben prima della Rivoluzione dei Gelsomini: la Lega delle elettrici tunisine insieme ad altri venti mila gruppi della società civile ha sempre tenacemente perseguito questi obiettivi per le donne.

Habib Bourghiba, il leader della lotta per l’indipendenza e poi il fondatore della Tunisia moderna, primo Presidente del Paese per trenta anni, ebbe al suo fianco l’autoritaria e ambigua seconda moglie Wassila, al –Majda, una figura più che influente fino agli anni Ottanta, una presenza costante di primadonna nella vita tunisina. 

Le tunisine non sono mai state estranee all’agone politico. Durante la lotta di liberazione, le donne furono sempre in prima fila e alla nascita della repubblica all’indomani dell’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1956, con l’Union musulmanes des femmes en Tunisie (UMFT) – fondata nel 1936 da Bachira Ben Mrad ispirandosi all’egiziana Hudā Sha‘rāwi – segnarono una svolta nella storia dei diritti delle donne.  Esse ebbero accesso a uno status assolutamente nuovo per il mondo arabo e la questione dell’emancipazione femminile non ha eguali in altri Paesi a maggioranza musulmana. La Tunisia figlia di un lungo processo storico-culturale, oltre a un’interculturalità che ha radici secolari, ha vissuto un importante processo di modernizzazione: significativa fu nel 1956 la promulgazione del Codice di statuto personale (majallat al-ahwal alshakhsiya).  Ciò ha prodotto istanze di emancipazione sociale legate al processo di acquisizione dei diritti della donna, come l’abolizione della poligamia, provvedimento fortemente sostenuto da Bourguiba, il quale asseriva che tale decisione non era in contraddizione con alcun testo religioso ma si poneva in armonia con il bisogno di giustizia e di uguaglianza tra i sessi.

Al divieto della poligamia, si aggiungono la sostituzione del divorzio al ripudio solo maschile, l’età minima e il reciproco consenso per il matrimonio, l’abolizione del dovere di obbedienza della sposa, la legalizzazione dell’aborto. Dal 1973 con l’Ufficio di Pianificazione Familiare si aggiunge una attenta informazione e politica contraccettiva a carico dello Stato per tutte le donne. Certo, le disparità culturali resteranno e il successo nelle aree urbane non raggiunge o cambia in profondità le zone più interne tradizionali e rurali del paese, ma il dado è stato tratto da decenni e anche dopo la fine della dittatura di Ben Alì e la Rivoluzione dei Gelsomini non ci si poteva aspettare un ritorno a casa delle donne. I movimenti integralisti e tradizionalisti possono aver provato a oscurare o cancellare una presenza femminile nella vita pubblica, ma gli stessi partiti conservatori come en-Nahda non hanno potuto cancellare un’evidenza: le donne tunisine vogliono restare protagoniste, e proprio una militante di questo schieramento è festeggiata come prima sindaca eletta a Tunisi. È per questo che a volte occorre conoscere e osservare quanto avviene poco lontano dalle nostre coste e apprendere, più che rifiutare, quanto ci insegna la dolce fragrante terra di Tunisia.

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