L’isola dei morti per bene, di Daniela Ottria

 

La città si disgrega grigia aggrappata

attorno alla sua stazione.

Aiuole polverose, caliginose come l’aria spessa,

via vai di tassì, gialli e bianchi

salutano un infelice ritorno a casa.

Bandiere che non ci sono,

che mancano da anni,

come naviganti, come i mercanti

del passato che ancora vive qui attorno.

Scritte sbiadite dal tempo,

corrose come le menti ottuse

vuote tra fretta e difficoltà

in mezzo al traffico

animali ottenebrati

e senza speranza.

 

In questo bordello di benpensanti gli azzurri vividi

e gli arancioni urlanti

marciscono sotto un’umida

coltre di fango e polvere.

Una bella ragazza

neri lucidi riccioli

neri occhi, ciglia carbon-kohl

tette lucide di pioggia

top ametista

pelle scura brillante

pancia, ombelico, cosce, tacchi a spillo…

tutto guardato a vista.

La porta verde, verniciata da poco,

il gradino consunto

dagli infiniti passi

cinquecento anni di storia,

fuori e dentro, avanti e indietro,

luci rassicuranti

chiamano dall’interno.

Ali di luce, voci latine

dolci come la pioggia

che si infila tra le belle e scure

ciappe sconnesse della strada

in discesa, hall

di paradisi moreschi

e di concerti gitani

consumati in fretta,

tra cocci e cartacce.

 

Di giorno e di notte

si affacciano ali luccicanti e altere,

ali guardate a vista,

segnate nel loro trascolorare

da proteste di cani segugi,

da grida di baffuti ruffiani.

Ultime ombre si aggirano vorticose

come fiamme di carta di breve memoria,

come fragili e colorate figurine di lanterna magica

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