Borzoli, di Daniela Ottria

Sul muro alto del camposanto

si affacciano gravi dimore eterne,

grigi letti sorvegliati dal perpetuo sguardo

effigiato nelle immagini di vivi

dimenticati.

L’esistenza affiora e non si spegne

come nelle piantine leggiadre, foglie

sparse qua e là, nate tra pietre e ghiaia,

petali piccoli e delicati, fragili

come la terra di questa collina

sbancata a tratti, e riarsa,

come la villa che emerge severa

tra le fasce e gli orti

mangiati dai rovi,

da selvatiche rose,

dall’oblio e dalla rovina.

Oltraggiate dalla triste strada,

crose misteriose ancora si inerpicano

su per la collina, triste ormai il loro approdo.

Le belle pietre ancora grigie e bianche

sfuggono agli intonaci avidi, divoranti.

Ma i vetri della serra sul fianco del monte

riflettono il sole, e in alto la chiesa vive di luce

e il campanile e il paese, tetti assolati,

cupole, altre chiese e vecchie fornaci,

qualche villa sulla costa lontana del monte.

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