accadde…oggi: nel 1906 nasce Caterina Marcenaro, di Silvia Neonato

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Una pioniera della museologia italiana e una innovatrice straordinaria nella creazione e ristrutturazione dei musei genovesi dopo le distruzioni della guerra: le sue idee copiate e fotografate sulle riviste internazionali. Antifascista e bizzarra, severa e geniale Caterina Marcenaro rivive ora nelle pagine di un libro appassionante

Quanti si ricordano della pioniera che ha creato i musei di Palazzo Bianco e Palazzo Rosso, a Genova, che fecero scuola in Italia e all’estero alla fine della seconda guerra mondiale? Caterina Marcenaro, che si adoperò anche per istituire la cattedra di museologia nelle università italiane, era una critica d’arte invitata in tutta Italia e in Europa per le sue competenze sulla pittura del ‘600 e sull’ideazione originale e innovativa dei musei: ora è finalmente protagonista di un ricchissimo libro di Raffaella Fontanarossa intitolato La capostipite di sé. Una donna alla guida dei musei. Caterina Marcenaro a Genova (1948-71) (etgraphiae edizioni, 304 pagine, 25 £).

Pescando nelle carte di venti fondi e archivi italiani, Fontanarossa, a sua volta studiosa e docente di museologia all’università di Bologna e di Torino, ricostruisce con garbo e in maniera brillante la vita pubblica e privata di una donna che non si sposò mai e che era nota per il suo carattere difficile e per la straordinaria capacità di comando. Antifascista e vicina alla Resistenza, dopo la guerra, quando fu assunta in Comune come conservatore delle Belle Arti, non ebbe esitazioni a discutere liberamente con il sindaco democristiano Vittorio Pertusio, come con i comunisti Gelasio Adamoli e Giorgio Doria e con tutte le personalità cittadine in nome della comune visione della cultura che avrebbe dovuto ridare dignità ai genovesi e agli italiani dopo gli anni del fascismo.

Fontanarossa ha cercato i figli di architetti o funzionari che lavorarono con lei, come Cesare Fera e Luciano Grossi Bianchi, per avere maggiori particolari su questa misteriosa signorina, dai contemporanei chiamata sbrigativamente “la Zarina”, che si vestiva con contenuta eleganza da Pescetto di via Scurreria. Inoltre la studiosa pubblica per la prima volta molti documenti inediti e in particolare ampi tratti della sua corrispondenza con l’architetto Franco Albini, che era al suo fianco quando Caterina Marcenaro, nata nel 1906, creò il sistema museale di Genova, cui appartengono anche palazzo Bianco e palazzo Rosso, oggi patrimonio dell’Umanità.

Nella città delle grandi famiglie, Caterina non aveva avi illustri e aveva la fama di insegnante severissima già al liceo D’oria, dove era docente prima della guerra: si era fatta da sola, diventando appunto «la capostipite di sé», allacciando rapporti e amicizie strette in tutta Italia con Federico Zeri, Gian Carlo Argan, Adriano Olivetti, Roberto Longhi e tanti altri uomini prestigiosi del tempo. Alla fine della guerra, come altri uomini e donne della sua generazione, partecipò alla riedificazione del Paese a partire dai musei e dalo straordinario patrimonio culturale italiano. Da ricostruire erano alcuni tra i musei e palazzi più importanti: da Genova a Verona, da Milano a Palermo, mentre altri – a Venezia, Firenze, Napoli – avevano bisogno di ristrutturazioni profonde e complesse.

La sfida fu raccolta da una generazione di architetti (Albini, Portaluppi, Minissi, Scarpa) e di museologi (Marcenaro, Modigliani, Sanpaolesi, Wittgens). Marcenaro e Albini, a Genova, furono responsabili anche della contestata ristrutturazione dell’appartamento interno a Palazzo Rosso dove Marcenaro decise di stabilirsi. Visse lì per anni con la governante Ada, incurante della disapprovazione della stampa e di alcuni concittadini e risoluta anche nel rintuzzare le critiche di Parigi e degli eredi della duchessa di Galliera che aveva donato il Palazzo Rosso alla città di Genova e non vedeva di buon occhio la sua intrusione.

In quel mondo di uomini, Marcenaro condivise il proprio ruolo prestigioso con altre due donne, due celebri funzionarie della nuova Italia repubblicana: Palma Bucarelli, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma, molto più attenta di lei al glamour e alla mondanità e Fernanda Wittgens che si occupò, sempre con Albini e Portaluppi, della rinascita della pinacoteca di Brera e con cui la Marcenaro ebbe invece profonde affinità elettive.

Impossibile rendere la ricchezza degli aneddoti, delle polemiche e delle battaglie che contraddistinguono la vita attivissima di Caterina Marcenaro accanto alla quale scorre la storia di Genova per un quarto di secolo e senza dimenticare il suo decisivo contributo per l’ingresso della museologia quale materia di insegnamento universitario nelle facoltà italiane e nella sua città a partire dal 1963

Fu lei a indirizzare la progettazione del Museo Sant’Agostino, trovando soluzioni di allestimento che come sempre finirono nelle riviste d’arte di tutto il mondo. Fu lei a cercare una sistemazione per il violino donato da Paganini a Genova, il famoso “cannone” e a dire la propria idea sulla casa di Colombo. E ancora, sempre lei e Albini, misero la loro impronta nella costruzione del nuovo museo di san Lorenzo, interrato sotto il duomo su suggerimento di Caterina che – dato che trattava direttamente con il vescovo Siri – spedì l’architetto a Micene per studiare la forma delle tombe greche. E fu ancora Caterina a decidere la sistemazione del museo di arte orientale Chiossone e l’acquisto di alcune opere per arricchire la collezione ricevuta in dono dal Comune. E lei a allestire tre mostre indimenticabili: “La pittura antica in Liguria (1946-47), Magnasco (1949), Luca Cambiaso (1956).

Il volume di Raffaella Fontanarossa ha un apparato di note straordinario in cui si trovano altre mille storie e volti e nomi che fanno la storia di quegli anni ed è arricchito da parecchie fotografie che mostrano il raffinato livello di innovazione nella presentazione e ambientamento dei manufatti artistici rivolti dei musei genovesi, che suscitò ammirazione, stupore e non poche polemiche di cui il libro rende un puntuale resoconto.

Scrive Tommaso Casini nella prefazione: “Il ruolo della Marcenaro, come funzionario pubblico e di Albini come architetto, giganteggiano nella della storia dei musei italiani del secolo passato e attraverso questo libro possono essere comprese in profondità. I musei ricostruiti nel dopoguerra nell’Italia che assaporava la democrazia e il benessere affermarono una nuova esistenza, furono considerati importanti al pari di altre istituzioni necessarie come le scuole e gli ospedali, assunsero un ruolo evidente per la loro funzione documentaria e identitaria come le biblioteche e gli archivi”.

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