accadde…oggi: nel 1860 nasce Marianne von Werefkin, di Valeria Palumbo

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Tula 1860 – Ascona 1939

«Se c’è una cosa di cui sono sempre andata fiera è la mia intelligenza. Mi ha regalato gioie indescrivibili».

Marianna Wladimirowna Verevkina era nata a Tula, nella Russia zarista. Il padre era un generale che si era fatto notare nella guerra di Crimea, e per questo aveva ricevuto in dono una tenuta estiva a Blagodat, in Lituania. La madre era pittrice e la famiglia, oltre che ricca, era votata alla cultura. Marianne crebbe dunque negli agi e nel rispetto della sua vocazione. Nel 1880 andò a studiare da Ilya Repin, celebre pittore realista russo. E divenne così “un’ambulante”, come venivano allora chiamati i pittori russi che abbracciavano il realismo, denunciando le condizioni misere del popolo. In un autoritratto di quel periodo, Marianne si dipinse con i capelli corti da ragazzo, in divisa da marinaio, e con la tavolozza in mano: talento precocissimo si era già guadagnata il soprannome di Rembrandt russa, “la Velásquez”, “la Zurbáran”.
Poi, a 28 anni, nel 1888, si sparò accidentalmente a una mano durante una partita di caccia. L’incidente la danneggiò in modo irreversibile. Non per questo rinunciò a dipingere.
Semplicemente cambiò tecnica. E con la tecnica, il modo di concepire la pittura. Si avvicinò alle avanguardie, comprese, tra i primi, la forza di Edvard Munch e dell’espressionismo. In seguito avrebbe anche, con le sue discussioni teoriche, aperto le porte all’astrattismo, sulla cui strada, però, non si avventurò mai. Benché colta, intelligente, decisa a seguire la sua strada fino in fondo, fu perseguitata per anni dalla convinzione che una donna, da sola, non potesse concepire qualcosa di grande e di creativo. Sosteneva: «Credevo che una donna da sola non potesse farcela. Mi dicevo: sono una donna, sono priva di ogni capacità di creare. Sono in grado di capire tutto e non so creare niente… Mi mancano le parole per esprimere il mio ideale. Cerco l’essere umano, l’uomo che possa dare forma a questo ideale». Nel 1892 conobbe Alexej von Jawlensky, un ex ufficiale russo naturalizzato tedesco che voleva abbandonare la carriera militare per fare il pittore. Di lui Marianne divenne pigmalione e mecenate: «Io, una donna in cerca di colui che potesse dare espressione al proprio mondo interiore, incontrai Jawlensky… puro desiderio divino, irrealizzabile in terra», commentò, sopravvalutando sia l’onestà intellettuale sia il valore di Jawlensky come artista. Nel 1896, il padre di Marianne morì e le lasciò una fortuna: 7mila rubli l’anno. Jawlensky si congedò nel frattempo dall’esercito.
Con lui Marianne si trasferì a Monaco di Baviera, a Schwabing, il quartiere degli artisti. La sua modernissima casa, in Giselastrasse (aveva perfino il bagno), divenne presto il riferimento della Monaco creativa di quegli anni. Vi si incontravano pittori, scrittori, rivoluzionari, dandy, musicisti e filosofi. Convinta di dover coltivare soltanto il genio del suo più pigro compagno, lavorò di nascosto pur di promuovere la sua ispirazione in pubblico. Solo più tardi avrebbe compreso l’errore: «Lui non mi capiva», avrebbe scritto nelle sue Lettres à un Inconnu (pubblicate nel 1999 a cura di Gabrielle Dufour-Kowalska, Klincksieck), «e guardava, triste, banalmente triste… Gli ho mostrato il mistero dell’arte, ma non notava nulla. Non era colpa sua, ognuno dà quel che può… Prese quello che poteva prendere, ed era riconoscente, come poteva…».
Marianne riprese a dipingere ufficialmente nel 1905.
Nel 1907 realizzò le sue prime opere espressioniste. Nel 1909, con Jawlensky, aderì alla Nuova associazione degli Artisti di Monaco e, nel 1911, al gruppo Der Blaue Reiter, fondato da Vasilij Kandinskij, Franz Marc e Gabriele Münter.
Di Kandinskij e della Muenter fu amica, ispiratrice e consigliera. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si trasferì ad Ascona, in Svizzera: fu una vera e propria fuga. E in parte una beffa: la Germania l’aveva espulsa perché cittadina russa. Con la rivoluzione sovietica perse sia i beni sia la cittadinanza. E dovette arrangiarsi disegnando manifesti pubblicitari per procurarsi da vivere.
Ma a causarle il più grande dolore fu proprio Jawlensky. Non ignorava il suo temperamento frivolo e donnaiolo, ma ne era profondamente innamorata – anche se, all’epoca del loro incontro era già legata a un altro uomo, che dimenticò per lui. Ed invece Alexej cominciò subito a tradirla. Per tutta la vita si sarebbe fatto mantenere da donne che l’adoravano.
Jawlensky tradì Marianne con la sua cameriera, Hélène, che era entrata a servizio dalla Werefkin a 14 anni, nel 1895; ci rimase 26 anni. Nel 1902 Hélène e Alexej ebbero un figlio, Andreas. E Jawlensky, nel 1922, sposò Hélène, a Wiesbaden.
Finivano così 29 anni d’amore. O almeno così Marianne li aveva considerati. Ormai sola, nel 1924, Marianne fondò, ad Ascona, il gruppo Grosser Baer, Orsa Maggiore. Passò gli ultimi anni in solitudine: in paese era al tempo stesso venerata come artista e considerata una vecchina bizzarra. «L’arte era il bambino che dormiva nel letto tra noi», aveva affermato a proposito di Aleksej Jawlenski. E in effetti, a parte gli amici, a non abbandonarla fu proprio il suo talento.
Alla fine aveva compreso la totale autonomia creativa di una donna. Chiudendo le Lettres, scrisse finalmente: «Sono più che mai un’artista. La mia arte, che avevo deposto per amore e rispetto, ritorna a me più grande che mai».
Di Alexej aveva alla fine scritto: «Chi eri dunque? Un’apparenza che ho adornato di penne di pavone». Però forse, nei suoi confronti, il vero ingrato fu Kandinskij. Le doveva moltissimo e non lo ammise mai pubblicamente.

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