accadde…oggi: nel 1905 nasce Germana Marucelli, di Giampaolo Benati

http://www.emmemagazine.it/2016/05/12/germana-marucelli-labilissima-pioniera-della-moda-del-dopoguerra/

Appartenente ad una famiglia di grande tradizione artistica e artigiana, Germana Marucelli nasce a Settignano (FI) nel 1905. Infatti per parte di padre discendeva da un ramo collaterale e impoverito dell’illustre famiglia fiorentina. I parenti Romiti erano proprietari di una cava di pietra serena, gli zii Chiostri gestivano una sartoria, il fratello Vasco esercitava la professione orafa.

A queste competenze familiari la Marucelli attinse fin dall’infanzia. Frequentò la scuola fino alla quinta elementare e si impiegò a undici anni nella sartoria degli zii Chiostri come semplice apprendista, dove diventa un’abilissima sarta e figurinista grazie anche ai frequenti soggiorni a Parigi, patria e culla della moda nella prima metà del Novecento.

Nel 1925 lasciò definitivamente la sartoria degli zii per continuare il suo percorso, fuori dall’ambiente familiare, in un altro atelier fiorentino. Nel 1932 accettò la direzione della sartoria Gastaldi di Genova per la quale stipulò un accordo con l’affermata sartoria Fantechi di Buenos Aires, ottenendo da questa il credito necessario per effettuare acquisti a Parigi. All’epoca, era già famosa per l’eccezionale memoria che le permetteva di copiare alla perfezione un modello dopo averlo solamente visto.PizzaDigitaleGermanaMarucelli

Nel 1938 si trasferì a Milano, nelle centrale via Borgospesso dove Flora d’Elys, una cliente tanto facoltosa quanto generosa, le mise a disposizione una casa per installarvi abitazione e atelier. L’anno seguente sposò il ventitreenne cremonese Carlo Calza, dal quale, il 28 giugno 1940, ebbe l’unico figlio Gian Carlo. In questi anni – in conseguenza del fatto che, dal 1935, l’Ente nazionale della moda, per tutelare l’italianità del prodotto, aveva stabilito che ogni sartoria dovesse produrre una quota (dal 36 al 50%) con materie prime e su figurini italiani – la M., come altre sarte, in seguito a un’ispezione subì un processo e una condanna. Ma la Marucelli converte quest’obbligo in una risorsa, ricercando uno stile personale indipendentemente dal modello francese.

Un abito di Germana Marucelli con motivi di Getulio Alviani, 1965
Un abito di Germana Marucelli con motivi di Getulio Alviani, 1965

Alla dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, e per l’intensificarsi dei bombardamenti su Milano, la clientela sfollò nelle ville di campagna. Quando l’edificio di via Borgospesso, colpito da un ordigno, non fu più abitabile,Germana. seguì la d’Elys a Stresa, sul lago Maggiore, dove la presenza di famiglie abbienti e una parvenza di vita mondana garantivano la continuità del lavoro.

f7150f503fabb3d877827bae1589deefNon fu soltanto la necessità di guadagnarsi da vivere ma un’autentica e profonda passione per il suo mestiere che la condussero ad adattarsi alla mancanza di tessuto, di manodopera e di locali; nell’ultima fase del conflitto si trovò a disegnare, tagliare e cucire in condizioni estremamente precarie. In queste circostanze drammatiche, fu capace di anticipare la svolta che si stava preparando nel gusto: dopo il vestire spartano e le rinunce del tempo di guerra, si profilava il desiderio di recuperare una femminilità accentuata e morbida, con abiti ricchi e sontuosi. Fin dal soggiorno a Stresa la Marucelli . creò “per le superstiti milionarie clienti quegli abiti a vita di vespa, ampissima gonna e petto a piccione”.

Negli anni Quaranta, in un’Italia povera e non certo attenta nel vestire, anticipa l’eleganza del New look di Christian Dior, riprendendo l e forme che accentuino una certa femminilità raffinata e piena.

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Appassionata di arte e letteratura, la sarta-stilista è attorniata da personaggi come Giuseppe Ungaretti, Alberto Savinio, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Felice Casorati, Giò Ponti, Franco Gentilini, Massimo Campigli.

Soprattutto nel dopoguerra la Marucelli collocò al centro della sua ispirazione le arti figurative – classiche e d’avanguardia –, come confermano i titoli prescelti per le diverse collezioni: nel 1954 la linea «fraticello» rimandava ai pittori toscani del Quattrocento e nel 1960 la linea «vescovi» riecheggiava lo stile dello scultore G. Manzù.

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Non per questo perse di vista il mercato, come è evidente dalla collezione «pannocchia» del 1957, destinata ad accontentare la generazione di giovani donne indipendenti e dinamiche, con abiti a sacco, tailleur con giacca a sacchetto, vestiti da sera corti, a tunica o blusanti.

Prima al mondo, nel 1963 offrì al pubblico desideroso di trasgressione la collezione «scollo a tuffo», che in certo modo anticipava di alcuni mesi il topless lanciato dallo stilista tedesco-californiano Rudi Genreich.

15_352-288Nel 1965, sempre alla ricerca di nuove strade, lanciò la linea «optical» realizzata insieme all’artista cinetico G. Alviani. Nel 1967 propose i primi modelli «unisex» e nel 1968 presentò la linea «alluminio», caratterizzata da corazze e corsetti in metallo, a metà tra il gusto medievale e quello spaziale.

Nel gennaio 1972, a Firenze, sfilò la sua ultima collezione. Alla nascita del prêt-à-porter volle rimanere fedele al suo artigianato di lusso e preferì vestire una limitata ma affezionata clientela; aprì nella sartoria una scuola di cucito, anche questa ristretta alle nipoti e a poche amiche.

Muore a Milano nel 1983.

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