accadde…oggi: nel 1906 nasce Alma Rosé, di Quirino Principe

http://heinrichvontrotta.blogspot.com/2008/07/sinfonia-per-uno-sterminio.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Orchestra_femminile_di_Auschwitz

Storia della violinista Alma Rosé, nipote di Gustav Mahler, che ad Auschwitz formò un’ orchestra di sessanta strumentiste, poi uccise dai nazisti.

La Stella di David è la sovrapposizione di due triangoli equilateri, l’uno capovolto rispetto all’altro. Dire “incrocio” è improprio: la croce appartiene a un’altra visione del tempo e del destino. Ma nella storia di cui parliamo c’è davvero un’ intersezione. Balenano immagini geometriche: parallele tagliate da una trasversale, destini incrociati chiusi dalle mura del castello chiamato Universo, il “Kreuz der Straße” di Stefan George, alto e innocente poeta che alcuni carnefici prediligevano. Oppure la scacchiera, che nel Mare amoroso è metafora dell’ infinito (“il numer del scacchiere”) e nel Paradiso di Dante allude al seducente e spaventoso aneddoto dell’unità collocata sulla prima casella ma destinata a raddoppiarsi in progressione esponenziale in ciascuna delle successive; il numero terrificante che ne risulta ci rende la vertiginosa sensazione che si prova dinanzi al numero degli angeli (“più che il doppiar degli scacchi s’immilla”). Sulla scacchiera “di bianchi giorni e nere notti” che è l’ esistenza (così Borges in Ajedrez) qualcuno o qualcosa determina il divenire, i casi e le scelte: la libertà è reale e ha ogni possibile significato etico, ma soltanto entro la cornice del gioco. Al di fuori, chi muove i pezzi (re altero e debole, regina arrogante e potente, alfiere obliquo, torre orgogliosa, astuta pedina, noi e il nostro mondo) si diverte per un po’ , e ci dà l’illusione di esistere; poi (così Omar Khayyam), finito il gioco, ci ripone nella scatola del Nulla. Il rompicapo della scacchiera mutilata cui mancano due angoli, vulgato da Martin Gardner, aggiunge a questa simbologia arcana l’ombra di un enigmatico trauma. Questo alternarsi di bianco e nero secondo la sesta potenza di due provoca, come tutte le figure ossessive, un’illusione ottica. Seguiamo una linea orizzontale, nero-bianco-nero-bianco e così via da sinistra a destra; decidiamo che sia quella la storia principale, e vicende accessorie gli incroci trasversali. Oppure seguiamo bianco-nero-bianco-nero dall’alto in basso, e diventano secondarie le linee orizzontali che incrociano il percorso. La vita leggendaria e l’opera irripetibile di Gustav Mahler sono una linea narrativa o storiografica di rango primario: le vicende dei fratelli di Gustav e della loro discendenza sono, in qualsiasi tractatus, capitoli marginali, appendici. Tale sarebbe anche la vicenda prima viennese e poi canadese di Justine e di Emma, sorelle di Gustav e rispettive mogli degli illustri strumentisti Eduard e Arnold Rosé, fondatori del mitico Rosè-Quartett, e dei relativi figli e figlie e nipoti, e in particolare di Alma Maria Rosè, figlia di Arnold e Justine, alla quale la fin troppo celebre moglie dello zio Gustav Mahler, sua madrina, regalò i due prenomi. In una monografia anche cospicua sull’autore di Das Lied von der Erde, questi sarebbero paragrafi, note in calce, quasi soltanto lemmi da Index nominum. Ma se prendiamo uno di questi lemmi, proprio quello di Alma Rosè, un’ inversa illusione ottica lampeggia sulla scacchiera: è lei che diventa la linea primaria, e i destini di Gustav e di Alma Mahler, di Emma e Justine, di Arnold e di Eduard, o, perché no?, di Adolf Hitler, diventano tracciati perpendicolari, punti d’incrocio, paragrafi su personaggi complementari. Alma Rosè, votata alla gloria e alla memoria storica, morta a trentotto anni, violinista fra i primi del secolo XX, Kapellmeister di un’orchestra sublime e spaventosa, assurda vittima dell’Olocausto, è protagonista assoluta, personaggio di tragedia eschilea.
I Rosenblum erano una rigogliosa famiglia ebraica originaria di Jassy (Iasi), oggi città della Romania, descritta da Curzio Malaparte in Kaputt. Figli di Hermann e Marie Rosenblum furono Alexander, Berthold, Eduard (1859-1942) e Arnold (1863-1946): essi decisero di amputare il cognome in “Rosè”, non per rinnegare la propria ebraicità di cui furono sempre e coraggiosamente orgogliosi, ma per togliere un sovrappiù di tipicità paesana, provinciale e mercantil-rurale. Il 25 agosto 1898, Eduard sposò Emma Mahler (1875-1933); il 10 marzo 1902 (il giorno dopo che Gustav Mahler aveva sposato Alma Schindler Moll più tardi Gropius-Werfel) Arnold sposò l’ altra sorella di Gustav, Justine (1868-1938). Legami saldissimi strinsero le due famiglie. Alma Maria Rosè, figlia di Arnold e Justine, nacque a Vienna il 3 novembre 1906. Il suo talento musicale splendette presto per la sua eccezionale energia, parallela al carattere volitivo e all’ardimentosa autonomia. Divenuta una solista idolatrata, anche per la sua leggiadria e femminilità, il 16 settembre 1930 sposò il celebre violinista boemo VáÜa Prvíhoda. Ne divorziò qualche anno dopo. Si trasferì in Olanda, terra ideale per la musica e per i vari modi intelligenti e raffinati di far musica, e già approdo prediletto di suo zio Gustav Mahler, confortato dall’incomparabile amicizia di Willem Mengelberg, direttore del Concertgebouw di Amsterdam. Ma, quando le truppe hitleriane invasero l’Olanda, Mengelberg esultò e si dichiarò nazista; ne pagò crudelmente il fio dopo la guerra. Nell’Olanda invasa, Alma cercò, con spavalda noncuranza, di dissimulare la propria ebraicità, ma nulla più. Il 4 marzo 1942 sposò in seconde nozze Constant August van Leeuwen Boomkamp, uno studente di medicina appassionato alla musica e ariano al duecento per cento. L’annuncio del matrimonio diede un incauto rilievo pubblico al nome di Alma, e cominciò a insospettire le autorità occupanti. Durante un viaggio in Francia alla fine del 1942, Alma fu arrestata in un’operazione di caccia agli ebrei cui non era estraneo il famigerato Klaus Barbie. Condotta ad Auschwitz, fu individuata come illustre musicista da Alois Brunner, capitano delle SS, che amava la musica.
Ci fu un gioco delle parti: Brunner finse di lasciare il ruolo dell’aguzzina a Maria Mandel, “SS-Oberaufseherin”, un’austriaca nata nel 1912 (nel dicembre 1947, la Suprema Corte di Cracovia la condannò a morte), ordinò ad Alma di costituire un’orchestra sinfonica di donne ebree detenute. Brunner s’impegnò a fornire gli strumenti. Alma, ad Auschwitz, riuscì a trovare più di sessanta valentissime strumentiste, e circa venti copiste musicali per moltiplicare le parti da eseguire. L’incredibile messe sottolinea, se mai ce ne fosse bisogno, la media qualità culturale degli israeliti mitteleuropei. Vestite con l’atroce casacca del Lager, le “ragazze di Alma” dilettarono il musicomane Brunner e i suoi colleghi, sapendo che sarebbero state tutte gassate, e che se avessero suonato bene non sarebbero morte “per un po’ di tempo”. Perirono quasi tutte nelle camere a gas; non Alma, che morì di stenti e di malattia il 5 aprile 1944. Sopravvisse miracolosamente un’ altra musicista prigioniera, Fania Fenelon, che dopo la guerra andò a vivere negli Stati Uniti. Secondo la testimonianza di Eleanor (1894-1992), figlia di Alexander Rosè e cugina di Alma, una mattina del 1945 due monache suonarono alla porta di Arnold Rosè a Blackheath, dove il vecchio violinista si era trasferito con il figlio Alfred (1902-1975), rinomato musicoterapeuta, e consegnarono una cassa con dentro un violino: il prezioso Guadagnini del 1757 appartenuto ad Alma e custodito da amici olandesi di lei. Nel 1992 fu edito un Cd con vecchissime registrazioni di musiche di Bach suonate in duo da Arnold a Alma Rosè: l’ unica traccia sonora di lei che sopravviva. Vive di lei, anche, uno straordinario lascito di documenti che, per fortunose coincidenze, è in nostra mano. Un giorno, su queste pagine, ne narreremo la vicenda: lo promettiamo ai lettori. Più di vent’ anni dopo la fine dell’Olocausto, Fania Fenelon scrisse la storia dell’ orchestra di Auschwitz, Playing for Time (Athenaeum, New York 1977). Ne fu tratto il film omonimo (1980) diretto da Daniel Mann e distribuito in Italia con il titolo Fania. Nel film, Fania è la protagonista (attrice Vanessa Redgrave), mentre Alma è interpretata da Jane Alexander. Alma è figura di assoluta centralità in un nuovo libro in cui la sua tragica vita è seguita giorno per giorno, quasi ora per ora, con rivelazioni sorprendenti. Due gli autori: l’anziano e autorevole Richard Newman e la giovane Karen Kirtley (Alma Rosè: Vienna to Auschwitz, Amadeus Press, Portland, Oregon, 2000, pagg. 408). Fra i mirabili esiti della ricerca, la meticolosa e perfetta ricostruzione dell’orchestra per gruppi strumentali, con nomi, cognomi, nazionalità, numeri di marchio nel Lager (!), collocazione nei vari blocchi di Auschwitz, e la genealogia completa e incrociata delle famiglie Mahler e Rosè.
La cultura non protegge dall’orrore: non protesse Otto Erich zur Linde, personaggio di Borges. Nei giorni della strage di largo Augusto a Milano, descritta da Vittorini in Uomini e no, il comando nazista promuoveva con sincera passione musicale la ricostruzione della Scala. Il fatto che Alois Brunner fosse un musicomane accentua il lato fatale e assurdo della storia di Alma. Ella rappresentò, per volontà del destino, le migliaia di musicisti ebrei che riuscirono a salvarsi (ma morì Viktor Ullmann, nato a Praga il 1° gennaio 1898, morto ad Auschwitz probabilmente nell’ottobre 1944, autore di un capolavoro interamente composto nel Lager, l’opera Der Kaiser von Atlantis). Forse, per misteriosi piani della cosa innominabile che muove i pezzi sulla scacchiera, Alma è morta in un abisso di crudeltà per gettare un obolo in faccia al demone degli Inferi, per offrire sé stessa come vittima sacrificale; un prezzo da pagare perché in qualche Lager non fossero disfatti Bruno Walter, Berthold Goldschmidt, Erich Wolfgang Korngold, Arnold Schonberg…
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