accadde…oggi: nel 1887 nasce Georgia O’Keeffe, di Helga Marsala

https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2017/03/mostra-georgia-okeeffe-icona-di-stile-brooklyn-museum-new-york/

Un simbolo per le femministe, lei che femminista non era – non in senso ideologico e militante – e che pure al tema delle donne, nell’America d’inizio secolo scorso, diede un contributo forte, concreto. Volitiva, indipendente, anticonformista, piena di talento, da sempre a suo agio in mezzo agli uomini, Georgia O’Keeffe (1887-1986, USA) si prese con convinzione uno spazio che l’altra metà del cielo, allora, non aveva. A lei va il titolo di pioniera del Modernismo americano, tra le maggiori artiste del Novecento, non abbastanza presente nei musei d’Europa, finalmente celebrata nel 2016 dalla Tate Modern con una grande retrospettiva.
Oggi le dedica una mostra il Brooklyn Museum, scegliendo un taglio singolare. “Georgia O’Keeffe: Living Modern” punta i riflettori sul carattere dell’artista e sul suo essere stata, indiscutibilmente, un’icona di stile. Dipinti, fotografie, abiti e oggetti personali sono un prezioso bastimento di tracce, attraverso cui leggerne attitudini, temperamento, predilezioni. A partire proprio da quegli outfit severi, minimali, sempre nei toni del bianco e del nero: un’eleganza scarna, senza fronzoli, che raccontava una maniera d’essere sensuale oltre i cliché femminili. Fra l’intelletto, lo stile e la personalità granitica.

MUSA DI STIGELITZ E CANTRICE DEL REALE

O’Keeffe fu moglie del celebre fotografo Alfred Stigelitz, colui che la lanciò, organizzandole una prima mostra nella sua galleria di New York, la “291”. Eppure non visse all’ombra di lui, anzi. Non fu mai la “moglie di”, ma la più grande pittrice americana del suo tempo. Il marito la immortalò in una serie infinita di scatti, molti dei quali esposti a Brooklyn, insieme a quelli dei tanti fotografi che vollero rubarne il fascino: da Ansel Adams a Cecil Beaton, da Bruce Weber a Annie Leibovitz.
Celebre per le sue tele brillanti, in cui forme grandiose e tinte pure raccontano il volto di una terra amatissima, mise l’intelligenza dell’occhio al servizio della passione, o viceversa. Scartando la narrazione pedante ma tuffandosi appieno nel reale, per incarnarlo nel colore. I teschi di animali raccolti nel deserto, i close up di fiori variopinti, i paesaggi e le architetture del Southwest non erano altro che oggetti e luoghi visti e vissuti, raccontati così com’erano, tramutando la realtà in un doppio intensificato. Più vero del vero, più acceso del sole, più blu della silhouette blu di Cerro Pedernal, la sua “Sainte-Victorie” nel cuore del New Mexico. Le letture filosofiche o psicanalitiche della critica, che cercarono simboli di morte o di erotismo nei suoi quadri, le smentì con nettezza. Georgia O’Keeffe cercava solo “qualcosa su cui lavorare”. Una carcassa, un fiore, un orizzonte, una distesa assolata. Poi tutto diventava – sontuosamente, sinteticamente – pittura.

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