accadde…oggi: nel 1923 nasce Nadine Gordimer, di Laura Balbo

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/nadine-gordimer/

Johannesburg (Sudafrica) 1923 – 2014

Ho sempre pensato che noi europei, così “eurocentrici”, e ovviamente pochissimo informati, dovremmo in qualche modo cercare di collocarci in uno scenario diciamo più “aperto“ (“globale”?). I testi di questa scrittrice mi hanno aiutato in questo tentativo, alcuni soprattutto, che ho molto amato. Una forza della natura (meglio il titolo inglese, A Sport of Nature: l’indimenticabile Hillela) e L’Aggancio (di nuovo, in inglese: The Pickup), Vivere nell’interregno, e Il salto.
Nadine Gordimer vive e lavora a Johannesburg. Fin da giovane la sua esperienza quotidiana è messa al centro e da lei interpretata alla luce dei complessi, drammatici meccanismi della discriminazione razziale che si trova ad osservare. Le sue opere comprendono quindici romanzi, racconti, saggi di forte respiro politico. Mantiene contatti con l’African National Congress. È tra i membri fondatori del Congress of South African Writers.
Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti tra i quali il Booker Prize (1974), il Grinzane Cavour (1985 e 2006), il premio Carlo Levi (2002). Nel 1991 è stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura. Da molti anni ricopre la carica di Goodwill Ambassador delle Nazioni Unite.
Dai suoi libri, anche da quelli degli ultimi anni (La Sveglia, 2006; Il Conservatore, 2009),e anche da alcuni viaggi (nello Zimbawe ancora negli anni del regime coloniale; più di recente, nel Sud Africa del dopo apartheid ho imparato che il mondo di cui faccio parte (in senso fisico, culturale, politico) è davvero un piccolo pezzo, in fondo irrilevante, del “tutto” in cui siano inseriti. E che tenere gli occhi aperti su altri “pezzi”, dunque sul mondo che lei descrive e interpreta, è un lavoro che dobbiamo fare. Invece non si definisce in questi termini (imparare, lavorare) l’esperienza del leggere, del viaggiare, del porsi delle domande, del mettersi in discussione.
Mi è stato soprattutto utile un “incontro” del tutto inatteso, un caso fortunato: il testo di Stephen Clingman The Essential Gesture. Writing, Politics and Places (1988), in cui sono raccolti e presentati gli scritti di Nadine Gordimer di carattere più giornalistico o anche politico, su condizioni e vicende di diverse parti del continente africano, in un arco di tempo che va dagli anni ’50 agli anni ’80. Sono 23 testi su persone, paesi dell’Africa, momenti storici diversi. Su leggi razziali e censura, coraggiose denuncie, movimenti di opposizione e di protesta. Anche terribili conflitti, brutalità, miseria, intrecci di corruzione, nelle fasi della de-colonizzazione. Il libro è appunto un insieme di testimonianze attente, molte delle quali dolorose, di parti diverse e di difficili momenti storici dell’immenso continente. Sviluppa l’analisi delle difficoltà, delle «scelte nella confusione in cui si deve vivere». Riflettendo sulla “responsabilità dello scrivere” si definisce, nella sua relazione con i black writers del Sud Africa, come fellow writer.
Nei testi – interventi a convegni, pubblicazioni su giornali e riviste, lectures in occasione dei riconoscimenti internazionali che le sono stati conferiti – c’è la straordinaria scrittura che conosciamo dai suoi romanzi, ma anche una accurata, impietosa registrazione di eventi storici e sociali di cui pochissimo sappiamo.
Ho letto questo libro come una forte testimonianza (e denuncia) di vicende politiche che alla maggioranza di noi sono rimaste ignote, comunque lontane: Egitto, Congo, Ghana, Costa d’Avorio, Madagascar, Botswana. C’è anche una parte di viaggi e di lettura dei paesi che visita. Incontra e osserva le tradizioni, le popolazioni, e i prodotti dell’arte e delle culture tradizionali che in qualche forma sopravvivono. Anche gli animali: elefanti e leoni e gorilla e pappagalli. Le tante stupefacenti forme della vegetazione, nelle foreste, lungo i fiumi. La varietà dei paesaggi. L’ irripetibile (da allora sono cambiate tante cose: assetti politici, turismo di massa, ecc.) viaggio lungo il fiume Congo, dalla foce a Stanleyville, Elisabethville, Léopoldville: i nomi della colonizzazione. Molte di quelle diverse parti e complesse vicende dell’ immenso, travagliato continente le aveva, dice, «sì e no sentite nominare». Dappertutto eventi e destini decisi altrove, e povertà, conflitti, regimi corrotti e forme di potere dittatoriali; il peso della presenze e degli interessi dei paesi ricchi. Parla delle conseguenze di decisioni prese altrove, per quei «paesi che le potenze coloniali avevano ripartito al momento di andarsene» senza alcuna attenzione alle possibili conseguenze per quelli che, appunto, rimanevano. La parte centrale di questo volume, con il titolo A Writer in South Africa, raccoglie scritti che testimoniano anche un clima di relativa speranza. Ma il suo è il paese dell’apartheid, di Nelson Mandela tenuto in carcere per tanti anni della sua vita, di Desmond Tutu. Norme e pratiche istituzionali in un sistema che facciamo fatica a immaginare nel suo effettivo funzionamento (dice a un certo punto, «una democrazia per soli bianchi»); la segregazione, la povertà, le repressioni; contrapposizioni e scontri durissimi. I movimenti di organizzazione e di protesta (quelli della Black Consciousness: descrive l’ambiguità delle scelte che compie, lei scrittrice, sudafricana, bianca). C’è tutto questo nel sottotitolo del volume (“writing, politics and places”): sullo stesso piano e collegati tra loro, come dimensioni ugualmente centrali all’esperienza umana, la scrittura, la politica, i luoghi. Anche una frase di Salman Rushdie val la pena di riprendere. Dice di lei che è stata «radicalizzata, resa radicale dal suo tempo; o meglio, dall’impegno a scriverlo, il suo tempo».
Io credo che si possa imparare riflettendo su questo percorso, queste scelte, questa vita. Perché sembrano cose lontane, ma non lo sono.

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