accadde…oggi: nel 1930 nasce Inge Feltrinelli, di Paolo Di Stefano

https://www.corriere.it/cultura/18_settembre_20/morta-inge-feltrinelli-regina-editoria-8a5aa552-bca4-11e8-a3f5-5f1737050272.shtml

2018 – È morta all’età di 87 anni Inge Feltrinelli, ultima regina dell’editoria italiana e internazionale. Fotoreporter e poi editrice, era nata in Germania il 24 novembre 1930. Figlia di ebrei tedeschi, Inge Schoenthal Feltrinelli, naturalizzata italiana, era «un vero vulcano di idee, curiosità, gentilezza» come l’aveva definita Amos Oz

Inge Schönthal era nata nel 1930 a Essen, in Germania, da un padre, di famiglia ebrea, direttore di una grande industria tessile. Ricordava che, il mattino seguente alla Notte dei cristalli, papà la portò a vedere le macerie fumanti della sinagoga. Quando suo padre fugge in Olanda per poi emigrare in America, Inge, con mamma e il suo secondo marito, un ufficiale di cavalleria, lascia la città e prosegue le scuole a Göttingen. Si descrisse come una ragazza senza particolari talenti ma «vivace, allegra, incredibilmente curiosa e dotata di una buona dose di faccia tosta»: è un selfie perfetto, destinato a rimanere valido fino a ieri e a domani, nel ricordo futuro di questa donna unica per fascino, simpatia — qualità fondamentale (e rara) di un editore —, forza d’urto del carattere e dell’allegria trascinante. In realtà il talento l’aveva ed era, oltre alla curiosità, la capacità di fiutare e trattare le persone. Un talento umano più che intellettuale.

Battezzata con rito evangelico-luterano, rimane ugualmente fuori dalla scuola e solo dopo la caduta di Hitler le si aprono gli occhi su ciò che è stato il nazismo, compreso il fatto che il suo patrigno, tanto affettuoso, stava dalla parte del Führer. Ha bisogno di lasciare la famiglia e se ne va in fuga dalla tragedia storica che ha vissuto inconsapevolmente. «La ragazza sembra un misto di Audrey Hepburn e Leslie Caron». Così il figlio Carlo, nel suo memoriale familiare Senior Service, immagina quella giovane donna che ha cominciato la carriera di fotoreporter ad Amburgo e che nel 1952, grazie a un armatore, si imbarca su un lussuoso transatlantico diretto a New York, dove amici tedeschi le fanno conoscere la pronipote di J.P. Morgan, presso cui abita. Quella che avrebbe chiamato «l’epoca d’oro» sono gli anni in cui ha accesso agli ambienti delle case editrici e dei giornali, della letteratura e del cinema con in mano una macchina fotografica.

È indubbiamente una donna fortunata che sa cogliere il decisive moment: fotografa Greta Garbo in Madison Avenue, Elsa Maxwell, Elia Kazan, John Fitzgerald Kennedy, Winston Churchill. Poi Pablo Picasso, Ernest Hemingway alla Finca Vigia, Gary Cooper, Gérard Philippe, Anna Magnani… Torna ad Amburgo, ma non sta mai ferma, per quattro anni viaggia per scrivere reportage destinati alla rivista «Film&Frau»: accede al jet set della politica, dello spettacolo e della letteratura. E la sera del 14 ottobre 1958, ad Amburgo di ritorno dal Ghana, in un party negli uffici dell’editore Rowohlt, incontra Giangiacomo Feltrinelli, l’editore milanese, miliardario e rivoluzionario, che ha appena diffuso nel mondo occidentale il romanzo di Pasternak. «Li presentai, simpatizzarono, direi che si intesero subito e, quando lasciarono la festa, credo non avessero bisogno di nessun altro…», raccontò Rowohlt. Abituata a vivere «senza rete di sicurezza», giocando, rischiando, Inge si trasferisce a Milano alla fine dell’anno, proprio nei mesi in cui Feltrinelli sta pubblicando Il Gattopardo, un nuovo bestseller, questa volta italiano e per di più scritto da un illustre sconosciuto morto l’anno prima. Si sposano in Messico nel febbraio 1959: per Giangiacomo è il terzo matrimonio. Viaggiano ovunque, il mondo editoriale internazionale è ai loro piedi, specie negli Stati Uniti, dove Feltrinelli è un giovane mito vivente per gli intellettuali progressisti, ma un comunista sgradito all’establishment. Anche grazie alle public relations di cui è capace Inge, Henry Miller, James Baldwin, Arthur Miller, Karen Blixen si avvicinano alla casa editrice. Nel 1962 nasce Carlo, destinato a succedere al padre dopo i vari naufragi. Due anni dopo, Giangiacomo e Inge sono all’Avana per lavorare con Fidel Castro alla sua biografia, ospiti degli appartamenti privati del líder maximo.

I tempi si fanno meno propizi dopo il ’67, quando Giangiacomo si dà alla clandestinità lasciando alla moglie la complessa gestione della casa editrice, con il timore di venire arrestato mentre progetta la rivoluzione ritenendo imminente in Italia un colpo di Stato fascista. Dal 1972, con la tragica e misteriosa morte del marito, che nel frattempo ha celebrato in Carinzia il suo quarto matrimonio, Inge si trova nella tempesta: è lei che si occupa di risollevare le sorti della Feltrinelli, facendo leva sul proprio impeto entusiasta e seduttivo nella gestione e nel rapporto con i suoi autori. Confidando anche sulla solidità degli affetti: il primo è quello del designer e filosofo argentino Tomàs Maldonado, a cui Inge resterà legata e che sarà una «colonna morale» per la famiglia e per la casa editrice. Ma anche contando sulla propria lungimiranza visionaria: per esempio nel puntare sulla distribuzione capillare delle librerie Feltrinelli (un centinaio), create da Giangiacomo come autentica impresa civile nell’Italia del dopoguerra.

I primi anni Ottanta sono i peggiori, con la condanna per diffamazione per il libro di Camilla Cederna sul presidente Leone, ma Inge sa circondarsi di collaboratori e dirigenti di primissimo piano: Franco Occhetto, Sandro D’Alessandro, Gabriella D’Ina, Alberto Rollo, Giulia Maldifassi, Francesco Cataluccio. E c’è sempre Romano Montroni che dirige le librerie. Nella fase più difficile, verranno fuori, dopo il filone sudamericano, i romanzi di Saramago, Pennac, Yoshimoto, Amos Oz, Tondelli, Benni, Tabucchi, Celati, Starnone, De Luca, Maggiani e tanti altri autori. Con la pronuncia tedesca che non aveva mai stemperato, con i suoi accenti spesso sbagliati, Inge Feltrinelli era una straordinaria narratrice orale: raccontava con entusiasmo l’incontro a Cuba con Hemingway in preda all’alcol, le feste a Francoforte con Wagenbach e Fischer, le scorribande con Vázquez Montalbán al mercato del pesce di Barcellona, la conquista ardua di Marguerite Duras con i suoi capricci (L’amante nel 1985 servì a dare respiro alla casa editrice), la prossimità sororale con Nadine Gordimer e Doris Lessing, la severità di Max Frisch, l’angoscia di Isabel Allende dopo la morte della figlia. E l’amicizia quasi cameratesca con Antonio Tabucchi, la visita al vecchio «sporcaccione» Charles Bukowski nella casa di San Pedro, i selvaggi moustaches di Günther Grass e le sue famose zuppe di pesce, l’allure di Gabo da divo di Hollywood dopo il Nobel.

Mai un filo di nostalgia, in quei racconti, solo il puro piacere intellettuale e umano ripetuto al presente. Inge era diventata la regina dell’editoria, più che una sorta di ministro degli Esteri del libro, una mina vangante di risate ed entusiasmo in giro per il mondo. Presidente della casa editrice, diventata «holding», a fianco del figlio Carlo, amministratore delegato: «Lui la mente, io l’anima» diceva, ma spesso si scambiavano i ruoli. Neanche le cariche e i riconoscimenti e gli onori internazionali, i successi, la ripresa, le acquisizioni, né tanto meno la vecchiaia, erano riusciti a domarla.

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