accadde…oggi: nel 1909 nasce Marianne Breslauer, di Martin Gasser e Kathrin Beer, traduzione di Giovanni Nicoli

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“C’è una sola real­tà che mi ha in­te­res­sa­ta, quel­la non im­por­tan­te, che passa inos­ser­va­ta, alla quale la mag­gior parte delle per­so­ne non bada.”

L’o­pe­ra fo­to­gra­fi­ca la­scia­ta­ci in ere­di­tà da Ma­rian­ne Bre­slauer non è vasta, ma estre­ma­men­te ricca e di una fre­schez­za straor­di­na­ria, ben­ché ri­sal­ga agli anni tra il 1927 e il 1938, pe­rio­do in cui la fo­to­gra­fia, fino ad al­lo­ra un’ar­te “pit­to­re­sca” da sa­lot­to, passò a es­se­re una “nuova fo­to­gra­fia” ra­di­ca­le, un mezzo ar­ti­sti­co fon­da­to su qua­li­tà pro­prie. L’at­ti­vi­tà di Ma­rian­ne Bre­slauer si svol­se du­ran­te que­sto pe­rio­do di tra­sfor­ma­zio­ne e dun­que tra il fer­vo­re spe­ri­men­ta­le delle avan­guar­die ar­ti­sti­che e la (ap­pa­ren­te) sta­bi­li­tà della sua fa­mi­glia alto bor­ghe­se.

Ma­rian­ne Bre­slauer nasce il 20 No­vem­bre 1909 da Do­ro­thea Bre­slauer, nata Les­sing, e Al­fred Bre­slauer, in una fa­mi­glia be­ne­stan­te e in­te­res­sa­ta al­l’ar­te. L’in­fan­zia, l’a­do­le­scen­za e il pe­rio­do della sua for­ma­zio­ne li tra­scor­re nella villa fatta co­strui­re da suo padre, noto ar­chi­tet­to, sulla Rhein­ba­be­nal­lee a Ber­li­no. Nel 1925, l’e­spo­si­zio­ne della fo­to­gra­fa ri­trat­ti­sta ber­li­ne­se Frie­da Riess pres­so la gal­le­ria Fle­ch­theim in­du­ce Ma­rian­ne Bre­slauer a in­te­res­sar­si alla fo­to­gra­fia, que­sto gio­va­ne mezzo ar­ti­sti­co che come il ci­ne­ma co­min­cia­va a pren­de­re piede. A dif­fe­ren­za di Gi­sè­le Freund o Ilse Bing, en­tram­be au­to­di­dat­te, la gio­va­ne Bre­slauer ini­zia la sua car­rie­ra di fo­to­gra­fa con una for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le: nel 1927 si iscri­ve alla se­zio­ne di fo­to­gra­fia ri­trat­ti­sta del­l’i­sti­tu­to di’in­se­gna­men­to del­l’as­so­cia­zio­ne Lette, il “Let­te-Haus”, e con­clu­de la for­ma­zio­ne bien­na­le ad as­si­sten­te con un esame sul tema del ri­trat­to pres­so la Hand­werk­skam­mer (Ca­me­ra del­l’ar­ti­gia­na­to) di Ber­li­no.

In se­gui­to Ma­rian­ne Bre­slauer si reca a Pa­ri­gi dove Helen Hes­sel, cor­ri­spon­den­te di moda per la Frank­fur­ter Zei­tung e amica di fa­mi­glia, la mette in con­tat­to con Man Ray, con il quale Bre­slauer spera di la­vo­ra­re. Le cose an­dran­no di­ver­sa­men­te: Man Ray in­co­rag­gia la gio­va­ne fo­to­gra­fa a cer­ca­re la sua stra­da senza il suo aiuto, cosa che lei farà co­min­cian­do a esplo­ra­re l’af­fa­sci­na­te me­tro­po­li con la sua mac­chi­na fo­to­gra­fi­ca. Le in­te­res­sa so­prat­tut­to la vita dei clo­chards lungo la Senna, ma sco­pre anche l’at­mo­sfe­ra esclu­si­va delle corse eque­stri a Lon­g­champ e quel­la ani­ma­ta alla Foire della Route d’Or­léans. Come nu­me­ro­si altri fo­to­gra­fi della sua ge­ne­ra­zio­ne, Ma­rian­ne Bre­slauer am­mi­ra il la­vo­ro di André Ker­tész e Bras­saï, e la sua fo­to­gra­fia si av­vi­ci­na este­ti­ca­men­te molto a quel­la dei suoi mo­del­li. Anche il mo­vi­men­to ar­ti­sti­co del “Neues Sehen”, che a quei tempi su­sci­ta­va un gran­de in­te­res­se nel con­te­sto del Deu­tscher Wer­k­bund e del Bau­haus, ebbe in­flus­so sul la­vo­ro della Bre­slauer.

Pre­sto le sue fo­to­gra­fie co­min­cia­no ad ap­pa­ri­re sulla stam­pa: già prima del suo rien­tro da Pa­ri­gi due foto pa­ri­gi­ne ven­go­no pub­bli­ca­te in Für die Frau, un sup­ple­men­to della Frank­fur­ter Zei­tung, e nel 1930 Bre­slauer ini­zia la sua at­ti­vi­tà fo­to­gior­na­li­sti­ca. La casa edi­tri­ce Ull­stein offre alla Bre­slauer il primo im­pie­go come fo­to­gra­fa nel pro­prio ate­lier fo­to­gra­fi­co, dove la­vo­re­rà sotto la di­re­zio­ne di El­sbe­th Hed­de­n­hau­sen, anche lei for­ma­ta­si pres­so il “Let­te-Haus”. Que­sta sarà una buona oc­ca­sio­ne per per­fe­zio­na­re la sua tec­ni­ca, ma ben pre­sto Ma­rian­ne Bre­slauer si ac­cor­ge­rà che il fiuto per lo scoop e quel­la buona dose di sfac­cia­tag­gi­ne ne­ces­sa­ria per que­sto tipo di at­ti­vi­tà fo­to­gra­fi­ca non sono qua­li­tà di cui può ve­ra­men­te van­tar­si: il suo sguar­do va piut­to­sto a cer­ca­re la gente e i det­ta­gli mar­gi­na­li della vita ur­ba­na. Il suo ap­pa­rec­chio fo­to­gra­fi­co non di­ven­ta mai lo stru­men­to di un’ag­gres­sio­ne o l’e­spres­sio­ne di una su­pe­rio­ri­tà, ma rap­pre­sen­ta piut­to­sto un punto di vista di­scre­to sulle cose. Molte delle sue fo­to­gra­fie ven­go­no pub­bli­ca­te nei sup­ple­men­ti il­lu­stra­ti emer­gen­ti di quo­ti­dia­ni e ri­vi­ste di Ull­stein (Die Dame, Funk-Stun­de, Der Quer­sch­nitt), come anche in altre pub­bli­ca­zio­ni in lin­gua te­de­sca e ad­di­rit­tu­ra in­ter­na­zio­na­li. Nel 1932 Bre­slauer ab­ban­do­na l’a­te­lier di Ull­stein e co­min­cia a la­vo­ra­re in pro­prio: fino al 1937 si oc­cu­pe­rà di moda, ri­trat­ti­sti­ca, pub­bli­ci­tà, viag­gi, vita ur­ba­na e di fo­to­gra­fia in­sce­na­ta per varie ri­vi­ste.

Il ri­trat­to è un ge­ne­re si­cu­ra­men­te pre­di­let­to da Ma­rian­ne Bre­slauer già a par­ti­re dalla serie di “Ri­trat­ti” del 1928/29, in cui mette in scena un grup­po di amici ar­ti­sti, tra i quali spic­ca Paul Ci­troen, in sva­ria­te co­stel­la­zio­ni. Bre­slauer ri­trar­rà a più ri­pre­se gli amici di Ber­li­no e col­le­ghi o co­no­scen­ti, ar­ti­sti a li­vel­lo in­ter­na­zio­na­le. Sono fo­to­gra­fie in cui si in­ter­se­ca­no il ri­trat­to clas­si­co, la fo­to­gra­fia di moda e la messa in scena fil­mi­ca. Bre­slauer con­tri­buì anche al­l’af­fer­ma­zio­ne della fi­gu­ra, ti­pi­ca per gli anni ’20, di una “nuova donna” si­cu­ra di sé, e si pensi alle fo­to­gra­fe ber­li­ne­si come Yva. Nelle fo­to­gra­fie della Bre­slauer, Ruth von Mor­gen, Maud Thys­sen o Jean­ne Re­mar­que si mo­stra­no in modo esem­pla­re que­ste “nuove donne”, una ca­te­go­ria alla quale ap­par­tie­ne lei stes­sa.

A par­ti­re dai primi anni ’30 Ma­rian­ne Bre­slauer co­min­cia a co­no­sce­re molti paesi eu­ro­pei e del vi­ci­no orien­te: viag­gia da sola, in com­pa­gnia di amici e col­le­ghi o con il fu­tu­ro ma­ri­to, il mer­can­te d’ar­te Wal­ter Feil­chen­feldt. Nel 1931 la tro­via­mo in Pa­le­sti­na, af­fa­sci­na­ta dal mondo orien­ta­le. Anche qui, come a Pa­ri­gi, le piace os­ser­va­re la gente del luogo, nelle stra­de e nei vi­co­li di Ge­ru­sa­mem­me, e ri­trae la sua bella amica Dje­mi­la in oc­ca­sio­ne del di lei ma­tri­mo­nio. Nella pri­ma­ve­ra del 1933, su in­ca­ri­co del­l’a­gen­zia Aka­de­mia e ac­com­pa­gna­ta dalla scrit­tri­ce An­ne­ma­rie Sch­war­zen­ba­ch, si reca in Spa­gna. Le fo­to­gra­fie spa­gno­le non si pos­so­no con­si­de­ra­re come opere a sfon­do cri­ti­co so­cia­le: vi si rac­con­ta­no in­ve­ce le par­ti­co­la­ri­tà cul­tu­ra­li del paese, la sua ar­chi­tet­tu­ra, le pe­cu­lia­ri­tà dei suoi abi­tan­ti. Il ri­sul­ta­to di que­sto la­vo­ro non potrà però es­se­re pub­bli­ca­to in Ger­ma­nia: il re­gi­me na­zio­nal­so­cia­li­sta ha li­vel­la­to la stam­pa te­de­sca e Ma­rian­ne Bre­slauer, una “non aria­na”, non può pub­bli­ca­re sotto pro­prio nome. Gra­zie alla me­dia­zio­ne di An­ne­ma­rie Sch­war­zen­ba­ch al­cu­ne di que­ste fo­to­gra­fie, ac­com­pa­gna­te dai suoi testi, ap­pa­ri­ran­no co­mun­que nella Zürcher Il­lu­strier­te, al­lo­ra di­ret­ta da Ar­nold Kübler.

Anche dopo il 1933 Ma­rian­ne Bre­slauer ri­tor­na re­go­lar­men­te a Ber­li­no. La si­tua­zio­ne po­li­ti­ca la co­strin­ge però a la­scia­re la sua città na­ta­le nel 1936 e a sta­bi­lir­si ad Am­ster­dam. Nello stes­so anno Bre­slauer sposa Wal­ter Feil­chen­feldt, e la cop­pia emi­gra in Sviz­ze­ra nel 1939, dopo l’oc­cu­pa­zio­ne te­de­sca dei Paesi Bassi: vi­vran­no a San Gallo, poi ad Asco­na e in­fi­ne a Zu­ri­go. Fino alla sua morte, nel 2001, Ma­rian­ne Bre­slauer si de­di­che­rà alla fa­mi­glia e al com­mer­cio d’ar­te: aveva de­ci­so di in­ter­rom­pe­re l’at­ti­vi­tà di fo­to­gra­fa prima della se­con­da guer­ra mon­dia­le per­ché per lei la fo­to­gra­fia aveva esau­ri­to il suo po­ten­zia­le: “Se aves­si con­ti­nua­to a la­vo­ra­re in que­st’am­bi­to, sarei pas­sa­ta al film. Con la fo­to­gra­fia avevo chiu­so”.

Que­sta no­stra prima re­tro­spet­ti­va a tutto campo su Ma­rian­ne Bre­slauer com­pren­de nu­me­ro­se fo­to­gra­fie fi­no­ra sco­no­sciu­te e nuove ti­ra­tu­re da ne­ga­ti­vi ori­gi­na­li ap­par­te­nen­ti al­l’e­re­di­tà della fo­to­gra­fa, cu­ra­ta dal 2003 dalla Fon­da­zio­ne Sviz­ze­ra per la Fo­to­gra­fia. L’e­spo­si­zio­ne è com­ple­ta­ta da pre­sti­ti del­l’Ar­chi­vio sviz­ze­ro di let­te­ra­tu­ra della Bi­blio­te­ca na­zio­na­le sviz­ze­ra di Berna, della Ber­li­ni­sche Ga­le­rie di Ber­li­no e di pri­va­ti. I la­vo­ri espo­sti il­lu­stra­no, in­sie­me agli albi per­so­na­li e ai qua­der­ni che do­cu­men­ta­no le sue pub­bli­ca­zio­ni, la po­si­zio­ne ar­ti­sti­ca di Ma­rian­ne Bre­slauer, che si situa tra il rea­li­smo ra­di­ca­le del “Neues Sehen”, l’il­lu­stra­zio­ne in­sce­na­ta in modo fil­mi­co e il re­por­ta­ge sog­get­ti­vo.

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