accadde…oggi: nel 1821 nasce Jane Francesca Elgee

https://www.lastampa.it/2010/12/28/cultura/l-elfo-seduttoretra-mamma-wilde-e-il-figlio-oscar-Pn2BPkdpPNT8MifRaUwH5J/pagina.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Jane_Francesca_Elgee

È popolato di fate e di angeli, di folletti, elfi e «lepricani», di bambini cambiati, bambinelli divini e bambini fatati, pastori indemoniati, preti esorcisti, contadini taccagni, prodighi sovrani il mondo in cui crebbe Oscar Wilde. Con le creature soprannaturali che, in stretta convivenza con quelle familiari, abitavano i boschi e le campagne d’Irlanda fece la conoscenza in tenera età il futuro autore di Il Principe felice e altre fiabe. Precocemente fu ammaliato dalla bellezza, ben presto stregato dall’eterna giovinezza il poeta che avrebbe ordito un incantesimo fatale per non far invecchiare Dorian Gray… Tanta dimestichezza con la magia delle favole e la malia delle parole si sviluppò nel modo più spontaneo in lui: come un dono naturale. Radicato nell’humus di una terra incantata. Irrorato del sangue di gente superstiziosa e devota. Nutrito soprattutto del latte di una mamma ispirata che, con le credenze e le leggende irlandesi, trasmise al figliolo la passione per la scrittura e per la poesia.

Madre terra, madrelingua e mamma Jane formarono da piccolo il grande Oscar Wilde. La terra e la lingua attraverso la madre: gran dama per l’altezza delle origini intellettuali e gran donna per il coraggio con cui sostenne la causa nazionale.

Si chiamava Jane Francesca Elgee, ma era nota anche come Lady Jane, la pronipote del bardo Charles Maturin che fu cantore delle gesta di Melmoth l’errante e ispiratore di Balzac e di Baudelaire. Divenne Lady quando sposò Sir William Robert Wilde, il noto chirurgo oftalmico chiacchieratissimo per la condotta libertina cui, a dispetto degli scandali, lei che fu antesignana della lotta per l’emancipazione femminile, rimase accanto finché la lasciò vedova, sola con due figli e indebitata fino al collo. Fu chiamata Lady Speranza per lo pseudonimo con cui firmava i propri scritti: critiche letterarie, traduzioni dal francese e dal tedesco, poemi gotici, accesi pamphlet politici. E incarnò la «Speranza of the Nation» per i connazionali che confidarono nella sua lotta per l’indipendenza.
Tutti sapevano che c’era lei dietro gli articoli pubblicati su The Nation contro la corona britannica, ma i commissari di sua maestà, al momento di arrestare il sedizioso giornalista che incoraggiò gli irlandesi ad armarsi contro l’Inghilterra, non vollero credere che tanta vis polemica provenisse da quella delicata cantafavole.

Eppure leggendo adesso le sue favole – le Fiabe e leggende d’Irlanda, per la prima volta tradotte in italiano nell’edizione integrale curata da Antonella De Nicola e pubblicata da Stampa Alternativa, (pp. 302, euro 20) – non si può trascurare di avvertire la punta di orgoglio con cui, da grande esperta del folklore, Jane Wilde ricercò nelle tradizioni orali, nelle dicerie popolari, nelle memorie della sua gente, la prova di un’irriducibile originalità culturale.

Frutto dello studio e dell’«ascolto» di una vita, la raccolta di Ancient Legends, Mystic Charms and Superstition of Ireland uscì a Dublino per la prima volta con questo titolo originale nel 1887. L’autrice, già sessantaseienne, era ormai «the Mother of Oscar»: adombrata dalla fama del massimo rappresentante dell’estetismo di lingua inglese. Appena pochi anni prima, però, quando lo scrittore, non ancora trentenne, svolse in Usa un ciclo di conferenze sul suo Paese, venne presentato al pubblico americano come «Speranza’s Son» e ciò la dice lunga sulla personalità della donna e sul ruolo che ebbe nella formazione dell’identità del figlio oltre che del suo retroterra culturale.

Un’irresistibile fascinazione, è innegabile, emana da questi racconti che anche oggi si lasciano leggere ad alta voce per i bambini. Ma seducono anche gli adulti queste storie di spose rapite, di danze e vigilie magiche, del malocchio lanciato da streghe adirate o della vendetta di fate violate nel segreto delle loro sagre notturne. L’appeal delle narrazioni trascritte con stile e commentate con sintetica lucidità da Lady Speranza deriva forse dal misterioso intrecciarsi di fede cattolica e credenze pagane, simboli celtici e celebrazioni cristiane, misteri religiosi e oscuri culti isolani tenuti vivi in egual misura dalla liturgia della Chiesa non anglicana e dalla fantasia degli irlandesi avversi alla Corona. Così Pentecoste evoca una cavalcata di cavalieri feniani, la festa di Ognissanti prelude al ballo druidico di tutti i morti, le fate sono angeli caduti, il sacro vincolo delle nozze vale da antidoto all’amor fatale. E il termine della notte, il ritorno della luce, l’annuncio gioioso della fine dell’inverno coincide, nel calendario, con l’arrivo del Natale.

 

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