accadde…oggi: nel 1804 nasce Giuditta Bellerio Sidoli, di Arianna Scolari Sellerio

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Nacque a Milano il 6 genn. 1804, dal barone Andrea, ex funzionario napoleonico, e da Maria de’ Sopransi. Nel 1815 entrava nell’I.R. Collegio delle fanciulle civili, uscendone per sposare, il 20 ott. 1820, Giovanni Sidob, di Montecchio (Reggio Emilia), di agiata famiglia mercantile, che la B. seguì a Modena e poi, esule politico, in Svizzera.

Anche il fratello della B., Carlo (Milano 1800-Locarno 1866), che nel 1821 era stato tra gli studenti dell’università di Pavia accorsi nelle file dei costituzionali piemontesi, era esule politico. Emigrato in Francia, legato al Mazzini, a Parigi fu tra i fondatori del Comitato di soccorso agli esuli. Tradusse in francese il Marco Visconti di T. Grossi.

Il Sidoli, compromesso, in quanto adepto della carboneria e della società dei sublimi maestri perfetti, nei moti del 1821, nel marzo 1822 era fuggito in Svizzera, evitando a stento l’arresto da parte della polizia estense; con sentenza 22 sett. 1822 il tribunale statario di Rubiera lo aveva condannato a morte in contumacia. La B., che condivideva le idee politiche del marito, poté seguirlo in Svizzera soltanto nel luglio del 1822, a causa della nascita della secondogenita, Corinna; l’altra, Maria, rimase affidata alla famiglia paterna.

In Svizzera, la famiglia Sidoli si stabilì a San Gallo, tenendosi in rapporto con i numerosi esuli italiani ivi rifugiati. Quando le cattive condizioni di salute del marito resero necessario un clima più niite, si trasferirono a Montpellier, dove il Sidoli morì il 3 febbr. 1828.

Con i figli – durante l’esilio erano nati Elvira ed Achille – la B. tornò a Reggio Emilia presso il suocero. Qui fu in contatto con i patrioti emiliani, tra cui Ciro e Celeste Menotti, Luigi e Nicola Fabrizi, G. Lamberti, e durante la rivoluzione del 1831 prese parte a pubbliche manifestazioni, cosicché al ritorno di Francesco IV fu costretta a lasciare il ducato. Affidati i figli al suocero, la B., dopo aver invano chiesto alle autorità austriache il permesso di stabilirsi sulle rive del lago di Como, per non allontanarsi troppo dalla famiglia, si rifugiò in Svizzera, ove sembra sia rimasta fino al gennaio 1832. In seguito, accompagnata da Carlo Pisani-Dossi, si trasferì a Marsiglia, trovando, tra gli esuli italiani, molte antiche conoscenze.

A Marsiglia conobbe Mazzini, e tra i due nacque ben presto una relazione. Quando, bandito dalla Francia, Mazzini si rifugiò in casa di Démosthène Ollivier, la B. gli fece da tramite coi suoi seguaci; lo seguì a Ginevra quando fu costretto a fliggire. In Svizzera, tuttavia, la B. non rimase a lungo; il 29 giugno tornava a Montpellier, dove restava tutta l’estate del 1833 cercando un mezzo per tornare in Italia e ricongiungersi ai figli. Con l’aiuto dell’Ollivier poté finalmente, il 10 ottobre, imbarcarsi a Marsiglia sul piroscafo “Sully”, che la portò a Livorno.

È controversa la nascita di un figlio dalla relazione tra la B. e il Mazzini. In una lettera scritta al De Gubematis nel 1872 E. Ollivier, figlio di Démosthène, dice: “C’est chez nous qui est mort l’enfant qu’il [Mazzini] a eu d’une dame modenaise” (in S. Mastellone, p. 124); e ripete ancora, tale affermazione nel vol. 1 de L’Empire libéral (Paris 1895, p. 258). Sono stati ritrovati a Marsiglia gli atti anagrafici di un joseph Démosthène Adolphe Aristide, di genitori ignoti, nato l’11 ag. 1832 e morto il 21 febbr. 1835. Si è pensato trattarsi del figlio di Mazzini, e si spiegherebbero, in tal modo, le numerose allusioni che, tra il 1832 e il 1835, compaiono nella corrispondenza tra Mazzini e la B. relativamente ad un certo A… Ad…, per il quale i due sembrano nutrire vivo affetto. Un documento che sembra escludere la paternità di Mazzini, cioè un comunicato della polizia di Marsiglia attestante la presenza della B. in tale città nel febbraio 1832, è stato ritenuto non determinante dal Galante Garfone, ché attesterebbe soltanto la presenza della B. a Marsiglia in tale periodo, senza indicarlo come data di arrivo. Il Mastellone ha invece ribattuto che l’arrivo della B. a Marsiglia in tale periodo viene confermato da una lettera, da cui risulta che nel gennaio 1832 essa era ancora residente a Ginevra, il che escluderebbe forzatamente la paternità di Mazzini per il figlio nato alla B. in quel periodo.

Cominciò per la B. una serie di convulsi spostamenti attraverso i vari Stati italiani per avvicinarsi il più possibile ai figli, terminata nel 1837 col permesso di risiedere a Parma. La relazione col Mazzini, ben nota a tutte le polizie, la rendeva estremamente sospetta, poiché si riteneva, a torto, che essa fosse stata mandata dal Mazzini stesso con una missione politica.

Da Livorno, sotto il falso nome di Pauline Gérard nata Bovis, la B. si trasferì a Firenze; riconosciuta, venne posta sotto controllo dalla polizia che, verso la fine del 1833, le intimò l’abbandono del territorio toscano; tuttavia la B., presentatasi all’auditore-presidente G. Bologna, riuscì infine ad ottenere la revoca del provvedimento, soprattutto perché la polizia sperava di venire a conoscenza dei movimenti del Mazzini attraverso la sua corrispondenza con la B., regolarmente intercettata. A Firenze essa condusse dapprima vita molto ritirata: entrata a far parte del circolo di casa Biscardi, conobbe il padre G. Arrigoni, il Vieusseux e il Capponi, col quale strinse una affettuosa amicizia. Stanca del continuo controllo poliziesco, l’8 sett. 1834 tentò di fuggire a Lucca, ma riconosciuta al confine venne riaccompagnata a Firenze, strettamente sorvegliata, e il 22 settembre condotta a Livorno. Da qui, sul piroscafo “Francesco I”, si imbarcò il 27 alla volta di Napoli, dove rimase fino al 4 marzo 1835, stringendo amicizia, forse dietro presentazione del Capponi, con il banchiere G. Meuricoffre, con il console del Württenberg Loeffier, con P. Ferretti, C. Poerio, G. Badolisani, M. de Raguzzini e altri dell’ambíente liberale. Trasferitasi a Roma con lettere di presentazione del Capponi per E. Mayer e il marchese L. Potenziani, riuscì a interessare al proprio caso mons. Capaccini e il segretario di Stato card. Bernetti. Non avendo tuttavia ottenuto dal duca di Modena il permesso di rientrare negli Stati, si trasferì a Bologna e di qui, approfittando del passaporto concessole durante l’esilio nella Repubblica elvetica, riuscì a raggiungere i figli (agosto 1836): venne però immediatamente ricondotta al confine e diffidata. Senza più il permesso di abitare a Bologna, ed essendo stata espulsa anche da Lucca, la B. si diresse a Livorno, dove rimase, malata, alcune settimane (novembre 1836). Si imbarcò poi sul “Cristoforo Colombo” per Genova, dove si fermò per qualche tempo presso Maria Drago Mazzini, con la quale era in corrispondenza già da anni, ma che soltanto allora conobbe personalmente. Espulsa anche da Genova, la B. si rifugiò a Parma; qui, nel 1837, poté finalmente stabilirsi, ottenendo anche il permesso di recarsi a Reggio due volte all’anno per vedere i figli, che, dopo il 1842, contravvenendo alle disposizioni testamentarie del suocero, poté tenere presso di sé, ad eccezione della figlia maggiore Maria.

La B. aveva dovuto interrompere, nel frattempo, ogni corrispondenza diretta con Mazzini, di cui però ricevette notizie sino al 1843 dalla madre, in seguito dal Lamberti; poté rivederlo soltanto nel febbraio 1849 a Firenze, dove si era rifugiata in seguito all’occupazione di Parma da parte degli Austriaci.

Tornata a, Parma, la B. riprese attivamante la corrispondenza col Lamberti, allora a Reggio Emilia, e con Mazzini stesso, diffondendo anche il prestito nazionale da questo lanciato e aprendo il suo salotto ai più noti liberali; la polizia, messa sull’avviso, operò una prima perquisizione in casa sua il 28 nov. 1851, ed essendo questa risultata inutile, ne operò una seconda la sera del V genn. 1852: i risultati furono insigrúficanti, ma tali da permettere l’arresto della B., trasferita nelle carceri di S. Francesco e di qui, il 12 febbraio, in quelle di S. Margherita a Milano, dove venne trattenuta qualche giorno e quindi accompagnata, come cittadina svizzera, al confine elvetico.

Dalla Svizzera, ove rimase poco tempo, la B. si trasferì a Torino, dove la raggiunsero le figlie Corinna ed Elvira. Qui fu in rapporti con L. A. Melegari, Filippo Scelzi – più tardi, (1862) marito della figlia Elvira – e pochi altri; a Torino, dal giugno al novembre 1856, avrebbe rivisto Mazzini, allora clandestinamente in Italia. Anche dopo l’unificazione la B. conservò la sua fede repubblicana; restò tuttavia lontana da ogni eccesso demagogico e dette al suo salotto un’impronta di grande moderazione, aprendolo anche a quanti si erano distaccati dagli ideali mazziniani. Gli ultimi anni della sua vita furono afflitti da dissesti finanziari e dalla perdita della figlia Elvira.

La B. morì a Torino il 28 marzo 1871.

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