accadde…oggi: nel 1828 nasce Dora d’Istria, di Antonio D’Alessandri

una targa nel luogo in cui ha vissuto per trent’anni a Firenze

http://www.orizzonticulturali.it/it_interventi_Antonio-DAlessandri-su-Dora-dIstria.html

Ha scritto la geografa italiana Luisa Rossi che per ripercorrere la biografia di Dora d’Istria bisogna avere una cartina d’Europa alla mano. In effetti, Elena Ghica, questo il suo vero nome, era nata a Bucarest nel 1828, da una delle più importanti famiglie aristocratiche del tempo. Suo padre era Mihail Ghica, uomo politico di primo piano e fratello del principe di Valacchia (dal 1834 al 1842), Alexandru Dimitrie. Dora d’Istria è uno pseudonimo letterario che, probabilmente, trae origine dall’antico nome del Danubio, Ister, oppure Istros in greco, dunque «Dora Danubiana», figlia delle terre solcate dalle acque di questo grande fiume. Romena di nascita e, allo stesso tempo, albanese di origine, poiché, secondo alcuni studiosi (e secondo Dora d’Istria stessa), la sua famiglia proveniva dalle regioni corrispondenti al nord dell’attuale Albania, dove peraltro è ancora oggi nota con la variante Gjika del cognome. Ma fu anche greca per la religione e, più in generale, per la civilizzazione del mondo ellenico, sia antico sia moderno, da lei assimilata. Poi fu russa per matrimonio (sposò nel 1849 il principe Alessandro Koltzoff-Massalsky) e, infine, italiana di adozione, avendo scelto di vivere nel nostro Paese più della metà della sua vita. Subito dopo l’Unità, infatti, abitò in diverse città italiane (Livorno, Venezia, Torino, senza dimenticare i lunghi soggiorni estivi sulla riviera ligure). Dal 1870 si stabilì a Firenze dove acquistò, da Angelo De Gubernatis, un elegante villino che ribattezzò «Villa d’Istria». Fu questa la sua dimora fino alla morte, avvenuta nel novembre del 1888. Le sue ceneri sono ancora oggi custodite nel cimitero fiorentino di Trespiano.
Durante il decennio compreso tra il 1855 e il 1865 Dora d’Istria pubblicò le opere più importanti: La vie monastique dans l’Église orientale del 1855 che ne segnò l’esordio letterario, poi La Suisse allemande et l’ascension du Mœnch (1856) in quattro volumi, Les femmes en Orient (1859-60), Excursions en Roumélie et en Morée (1863), Des femmes par un femme (1865), ognuna delle quali consta di due volumi. Tali opere apparvero presso importanti editori dell’epoca, come Cherbuliez di Ginevra, Meyer & Zeller di Zurigo, Lacroix-Verboeckhoven di Parigi. I suoi articoli, poi, uscirono su riviste prestigiose, come la «Revue des deux mondes», «Il Diritto» di Torino, la «Nuova Antologia» e la «Rivista europea» di Firenze, tutte testate che avevano una considerevole circolazione fra il pubblico colto del tempo.
Nonostante di recente ci sia stato, in Italia, in Romania, in Albania e altrove, un rinnovato interesse per la figura di Dora d’Istria, ancora molte e importanti ricerche possono essere svolte. L’auspicio è che ciò si realizzi e che questo personaggio attiri, da parte degli studiosi, un interesse adeguato alla sua levatura. Il rischio di cadere nuovamente nella trappola della celebrazione fine a se stessa della donna d’ingegno è infatti sempre in agguato. Ciò condannerebbe per la seconda volta Dora d’Istria a essere dimenticata, anziché favorirne l’inclusione a pieno titolo nella storiografia.
In effetti appare piuttosto singolare il destino di Dora d’Istria: intellettuale di fama mondiale e figura di rilievo del panorama culturale del secolo XIX, dopo la morte sembra essere caduta nell’oblio di quasi tutte le generazioni successive. È dunque un obiettivo di primaria importanza giungere ad un’autentica valutazione di questo personaggio, evitando di produrre l’ennesimo ritratto oleografico, cadendo così nella trappola dell’agiografia o dell’elogio acritico. In oltre un secolo e mezzo, quanti si sono occupati di Dora d’Istria hanno infatti dato vita a una sorta di «mito» piuttosto che a ricostruzioni critiche. Il suo personaggio, ossia, fu traslato su un piano ideale da coloro che ne scrissero e dagli innumerevoli ammiratori. In questo modo assunse il profilo, piuttosto comune nella storia della questione femminile, della donna illustre e, nel caso specifico, della principessa dalle idee liberali e dalla vasta cultura, paladina dei diritti femminili e di quelli dei popoli oppressi. Quasi tutti coloro che se ne sono interessati, soprattutto fino alla metà del XX secolo, ne hanno celebrato la bellezza, l’intelligenza, la cultura, le opere, le virtù e, più che un profilo critico, hanno scritto la storia del «mito» di Dora d’Istria. Come è stato notato dalla storica italiana Ginevra Conti Odorisio, a proposito della cosiddetta storia delle donne illustri, raccontare oggi la storia di un personaggio simile, vuol dire invece collocarlo nell’ambito della famiglia, del suo tempo, delle correnti culturali del periodo in cui visse e significa altresì cercare di capire che posizione esso ha occupato nel dibattito culturale e politico degli anni in cui operò. Bisogna ancora osservare che, almeno in parte, fu Dora d’Istria stessa a contribuire alla creazione di questo personaggio mitico. L’esistenza volutamente riservata, l’estraneità a qualsiasi forma di vita mondana, l’atteggiamento solenne spesso adottato negli scritti e nella corrispondenza, la costanza nel voler dare di sé l’immagine di una sorta di «vestale», custode del fuoco sacro della cultura e dello studio, sono alcuni degli atteggiamenti da lei assunti che ne favorirono la mitizzazione.  

Il pensiero di Dora d’Istria

Il pensiero di Dora d’Istria si andò articolando, in oltre un trentennio di attività, intorno a tre questioni maggiori. Innanzitutto la studiosa, con spirito laico, svolse un’ampia riflessione sulla dialettica fra religione e politica in rapporto ai mutamenti che, dalla Rivoluzione francese in poi, stavano investendo radicalmente la società europea. In secondo luogo, Dora d’Istria si concentrò sulle questioni nazionali delle popolazioni del Sud-est europeo (in particolare romena, greca, albanese). È il caso, ad esempio, del ciclo di studi dedicato alla poesia popolare di quelle nazionalità, apparso tra il 1858 e il 1868 sulla «Revue des deux mondes», e delle Excursions en Roumélie et en Morée. Si tratta di un tema centrale nella sua produzione e costantemente presente in quasi tutte le opere. Infine, notevole importanza occupano, all’interno della sua produzione, gli studi sulla condizione femminile in Europa orientale e occidentale (Les femmes en Orient e Des femmes par une femme), opere che hanno l’indiscutibile pregio di configurarsi come una vera e propria storia delle donne ante litteram, nelle quali sono contenute un gran numero di informazioni sulle condizioni civili e sulle occupazioni delle donne del tempo. Negli ultimi quindici anni della sua vita, invece, la scrittrice spostò i propri interessi soprattutto verso gli studi letterari, in particolare quelli sulle letterature orientali (ad esempio occupandosi delle epopee indiane e persiane). Alla radice di questo parziale cambiamento, ci fu l’intenso rapporto intellettuale con l’orientalista Angelo De Gubernatis che senza dubbio stimolò nella studiosa l’interesse nei confronti di tali argomenti.
Dora d’Istria, che per comunicare con un numero il più possibile ampio di persone aveva scelto di scrivere in francese, si sentì prima di tutto un’intellettuale europea. Questa sua precisa scelta linguistica le ha impedito, insieme ad altre ragioni, di figurare a pieno titolo nel patrimonio culturale e letterario della Romania. Per comprendere il personaggio di Dora d’Istria, peraltro, un approccio fondato sull’appartenenza nazionale non funziona affatto, sebbene fu significativo il suo impegno in favore dell’affermazione dei diritti nazionali di alcuni popoli, come ad esempio i romeni.

Sono noti i legami storici e culturali che hanno caratterizzato i rapporti fra romeni e italiani nel Risorgimento. In tale contesto, va ricordato che Dora d’Istria ebbe significative relazioni con l’Italia e soprattutto, all’inizio della sua carriera di studiosa, con il Piemonte sabaudo. Non fu infatti casuale che dopo la fine della guerra di Crimea nel 1856, nelle settimane successive all’apertura del Congresso di Parigi a cui prese parte, com’è noto, anche la delegazione del Regno di Sardegna guidata da Cavour, Dora d’Istria iniziò la sua importante collaborazione con il quotidiano torinese «Il Diritto», su invito di uno dei suoi direttori, Lorenzo Valerio. Egli le aprì le colonne del giornale permettendole di pubblicare un nutrito gruppo di articoli riguardanti la situazione politica dei Principati danubiani che si stavano incamminando sul percorso che avrebbe portato, nel 1859, a una loro prima unificazione. L’apostolato civile in favore della libertà dei romeni traspare bene dalle seguenti parole di Dora d’Istria del marzo 1856, contenute nella dedica, indirizzata ai suoi connazionali, di La Suisse allemande: «La liberté, le bonheur de mon pays: voilà les preoccupations qui rempliront désormais toute ma vie».
Proprio sulle colonne de «IlDiritto», il 29 luglio 1856, la scrittrice pubblicò una delle sue pagine più appassionate sul comune destino dell’Italia e della Romania:

«O Italia, sorella nostra devota al martirio, a quanti amari pensieri non va congiunta la nostra gioia nel vedere uscire dalle rovine la nostra cara Rumenia! Come i figli di Traiano seduti sulle rive del Danubio non volgerebbero gli sguardi verso la terra dei loro magnanimi padri? Come nell’entusiasmo della sperata libertà, quando veggono l’aquila romana ripigliare il volo sulle fiorenti sponde della Dimbowitza e della Moldova, non penserebbero con orrore che il vessillo giallo e nero sventola sulle mura di Milano e della città dei dogi, e che Roma stessa, la madre dei Gracchi, vede regnare tra le sue mura antiche dei preti odiosi protetti dalle baionette straniere? La nostra gioia come quella dell’Andromaca di Omero è piena di lagrime. I nostri occhi e le nostre mani si levano ogni giorno verso il cielo perché la nostra illustre schiatta spezzi alfine le catene che l’opprimono da tanti secoli sulle rive del Tevere, come su quelle del Danubio. Ma se ella vuole essere veramente libera, respinga sempre risolutamente le perfide carezze del liberalismo sacerdotale, perciocché il sacerdozio romano non vedrà mai nella libertà – ed è la conseguenza necessaria de’ suoi principi – che un mortale nemico contro il quale tutti i mezzi sono buoni».

Il brano è tratto dalla serie di articoli intitolata I rumeni e il papato. Le rovine (a cui fa riferimento Dora d’Istria) dalle quali era da poco uscita la Romania, ma con gioia «piena di lagrime» per l’Italia che ancora non ne era venuta fuori, sono una metafora per indicare l’occupazione austriaca dei Principati danubiani che si stava avviando a conclusione dopo la firma del trattato di Parigi del marzo 1856. Nel brano citato si ritrovano pressoché tutti i temi principali del movimento politico e ideale che mise in relazione negli anni del Risorgimento i democratici italiani e i patrioti romeni. Innanzitutto il mito della comune discendenza latina, ben rappresentata in questo passo dai riferimenti ad alcuni personaggi e simboli della Roma antica (Traiano, i Gracchi, il Tevere). Poi c’è il doppio nemico comune: il potere del papa e quello dell’imperatore d’Austria. Dora d’Istria, come romena, esortava gli italiani a porre fine al governo temporale del pontefice e all’influenza del clero romano sugli affari politici.
Un’esistenza dedita alla Patria, all’Europa, all’Umanità, quella di Dora d’Istria, ha scritto lo storico romeno Ştefan Delureanu. A questi tre elementi vanno aggiunti tre ulteriori concetti chiave che caratterizzarono la sua riflessione intellettuale, così come emerge da un’attenta analisi degli scritti: laicità, libertà e uguaglianza.

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