accadde…oggi: nel 1926 nasce Vivian Maier, di Raffaella De Santis

Vivian Maier non era solo una bambinaia con la passione della fotografia che se ne andava in giro per le strade di New York e di Chicago indossando cappellini flosci e scarpe da uomo. La donna che faceva la baby-sitter e nel tempo libero scattava foto, diventata una leggenda suo malgrado, in realtà non era una Mary Poppins naïf, ma inseguiva con tenacia la sua passione, decisa a diventare competente e professionale quanto i nomi celebri del settore.
Insomma, aveva lavorato sodo per costruire il suo mito postumo: anni di studio tenace sui libri, di perfezionamento consapevole delle tecniche di questa forma d’arte, di appostamenti per nulla casuali per cogliere gli scatti giusti, compresi quelli a celebrità dell’epoca. Se nascondeva il suo talento, se evitava di mostrare il suo lavoro e di apparire pubblicamente, non era per modestia, ma per un trauma legato alla sua infanzia. È questa la Vivian la protagonista di un libro biografico illustrato, Vivian Maier Developed. The Real Story of the Photographer Nanny, scritto da una manager in pensione, Ann Marks, che ha avuto accesso a registrazioni, documenti sparsi in vari archivi pubblici e privati e centinaia di fotografie inedite (qui ne pubblica 500).
Schiva al punto di scattare migliaia di fotografie senza svilupparle, morta ottantatreenne nel 2009, sola, senza un soldo e senza fama, Vivian Maier ha alimentato il suo mito con la sua invisibilità. Ma i miti sono mutevoli, aperti a nuove versioni, così Vivian da anni è oggetto di mostre, libri, documentari. Tra questi c’è anche il docufilm candidato agli Oscar Finding Vivian Maier ( Alla ricerca di Vivian Maier, 2013) dedicatole da John Maloof, l’agente immobiliare che un giorno di dieci anni fa comprò all’asta per meno di 400 dollari una scatola piena di rullini senza immaginare che stava venendo in possesso di un tesoro.
Ma ora si apre un nuovo capitolo, grazie alle ricerche biografiche di Marks, secondo le quali Vivian, nata a New York nel 1926, avrebbe iniziato a dedicarsi alla fotografia fin da quando aveva 25 anni, affinando la tecnica su manuali e non lasciando niente al caso. Anzi, sperimentando consapevolmente, nel corso degli anni, le tecniche della luce e delle angolazioni. E appostandosi come un vero paparazzo per immortalare le persone: quelle comuni, ma anche divi come Frank Sinatra o Cary Grant, oggetto di suoi inseguimenti. Perché allora scelse di non stampare la maggior parte dei suoi scatti? Per rispondere almeno in parte all’enigma, Marks indaga nel passato familiare di Vivian: la sua enigmaticità affonderebbe le radici in un’infanzia da cancellare e da proteggere. Il padre era un alcolista, la madre una donna algida, il fratello un drogato, che poi si ammalerà di schizofrenia. L’unica donna che l’aveva amata e protetta era la nonna materna, la francese Eugenie Jaussaud.
Alla sua morte, nel 1948, Vivian compra la prima macchina fotografica. Intanto nella sua casa accumula di tutto, vecchi giornali, scontrini, scarpe, oggetti inutili. Allo stesso modo, con la stessa voracità insaziabile, colleziona scatti a centinaia, a migliaia, realizzati con la sua Rolleiflex quadrata appesa al collo.
Ma la sua vita doveva rimanere in ombra: “Voleva nascondere lo squallido background della sua famiglia”, scrive Marks. Chi avrebbe fatto lavorare una baby-sitter con quel curriculum familiare? Vivian invece quel lavoro non voleva perderlo, era la sua tana.
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