accadde…oggi: nel 1881 nasce Amalia Guglielminetti, di Marziano Guglielminetti

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Nacque il 4 apr. 1881, da Pietro e da Felicita Lavezzato, a Torino presso l’abitazione del nonno paterno, Lorenzo.

Quest’ultimo, nato nel 1826 a Sambughetto, nell’alto Novarese, proveniva da una famiglia di montanari diventati artigiani e piccoli industriali al servizio dell’apparato militare sabaudo ai tempi del conflitto di Crimea e della seconda guerra d’indipendenza. Il padre morì cinque anni dopo la nascita della G., lasciando un maschio, Ernesto, e altre due femmine, Emma ed Erminia. La leggenda domestica ha voluto ridurre la vita del nucleo da un lato alla figura patriarcale e autoritaria del nonno, dall’altro alla mancata controfigura della madre, di certo estranea all’educazione dei figli, e della G. in specie.

L’esordio poetico della G. avvenne con il volume marcatamente carducciano Voci di giovinezza (Torino 1903), in cui compare una discreta serie di componimenti filodinastici, come quello dedicato all’erezione di un monumento ad Amedeo di Savoia, duca d’Aosta. A questi si può accomunare l’ode celebrativa della nascita della principessa Jolanda di Savoia, già apparsa nella Gazzetta del popolo della domenica (1901, n. 25). La G. trovava modo di celebrarvi il “giglio sabaudo”, che avrebbe corso il rischio di essere macchiato dal sangue di “un giorno di spasmo e d’orror”, ovvero dai tumulti di Milano e dalla repressione di F. Bava Beccaris. Non stupisce che Voci di giovinezza non venisse venduto e apprezzato, sebbene apparisse per i tipi della casa editrice Roux e Viarengo, con cui pubblicavano all’epoca nomi già noti, quali E. Calandra, L. Capuana, F. De Roberto e Grazia Deledda. Restò tuttavia valida nella G. la convinzione, espressa nel sonetto Sogni e ricami, circa il proposito di sottrarsi ai lavori femminili, per dedicarsi interamente al poetare.

A tal fine la G. non esitò, malgrado studi non liceali, ad approfondire la conoscenza di Petrarca e a impratichirsi non poco delle tecniche di versificazione del sonetto e della terza rima.

Il secondo libro di versi, Le vergini folli (ibid. 1907) – il quale, pur pubblicato presso una casa editrice minore, ebbe tuttavia maggiore risonanza -, riflette e adultera, nel contempo, l’educazione ricevuta in un istituto religioso per fanciulle, le Fedeli Compagne di Gesù. È il libro attraverso il quale la G. iniziò una breve ma intensa relazione con Guido Gozzano.

Ne è diretta testimonianza lo scambio epistolare, dalla primavera del 1907 prolungatosi sino all’anno successivo, con alterne vicende che dimostrano da un lato l’ardore della G., dall’altro la paura di Guido, motivata anche dal rinnovato manifestarsi della tubercolosi, da cui era afflitto sin dall’adolescenza. Gozzano comprese immediatamente che Le vergini folli costituiva una sorta d’itinerario guidato nei sottoboschi della verginità claustrale, irrequieta e insoddisfatta, che si poteva percorrere di stazione in stazione, di figura in figura: “Ella compie nel suo libro, Egregia Guglielminetti, quasi un vergiliato, e conduce il lettore attraverso i gironi di quell’inferno luminoso che si chiama verginità” (lettera del 5 giugno 1907). La menzione dantesca è certamente provocatoria, ma non meraviglia il lettore dell’epistolario, dove è costante l’intenzione di Guido di giocare il ruolo maggiore di letterato esperto, assai poco propenso a credere nelle ingenuità della donna che scrive. In un’altra lettera, Gozzano racconta come la G. fosse stata giudicata dai suoi amici in un imprecisato giorno dell’anno 1906, presso la sede della Società di cultura. Se la di lei bellezza era stata unanimemente riconosciuta, il fatto che scrivesse, “e non male”, davvero non andava giù a nessuno: “detestabili le donne che scrivono! – se scrivono male ci irritano – Se scrivono bene ci umiliano” (10 giugno 1907).

Giudizi favorevoli sulle Vergini folli espressero, comunque, anche critici ben noti dell’ambiente torinese quali A. Graf e F. Pastonchi, certamente convinti dalla misura classica di questi sonetti.

Nel 1908, e più precisamente il 25 aprile, la G. partì per Roma, diretta al Congresso femminile nazionale. Le lettere che mandò a Gozzano nella circostanza non sono per nulla dettate da simpatia nei riguardi delle protagoniste, né riesce migliore la definitiva conclusione su quel “consesso di gente sprovvista di ogni grazia di gesti e d’ogni eleganza di spirito” (30 maggio 1908).

Si tratta di “donne d’ogni età e d’ogni presenza, ma tutte così poco accoglienti, così poco fraterne, così intimamente sconosciute e ostili quasi l’una all’altra da destare in me un senso sordo di antipatia sdegnosa per tutto ciò che sa di riunione femminile”.

E tuttavia, approfondendo di lì a poco le ragioni del fallimento della sua relazione con Gozzano – comunque a lungo interlocutore privilegiato del suo discorso poetico -, la G. non si ostinò in questo atteggiamento antifemminista; tale mutazione, tuttavia, non appare ancora manifesta nella terza raccolta di versi, Le seduzioni (ibid. 1909).

Il libro, in cui Gozzano è da identificarsi nella serie dei ritratti complessivamente intitolati L’ingannatore, non esclude, anzi individua ed esalta, oggetti schiettamente muliebri, quali le essenze, i profumi, i frutti, le sete; pure si rinvengono frammenti di qualche ebrietà linguistica, di marca dannunziana, e quindi assai lontani da suggestioni gozzaniane. Evidentemente, dopo l’adolescenziale infatuazione carducciana, aveva finito per prevalere nella G. la convinzione di D’Annunzio che “il verso è tutto”.

Ulteriore riprova si ha in un articolo apparso ne La Stampa dell’11 luglio 1912, intitolato Aridità sentimentale.

Violento, se pur in qualche modo celato, è l’attacco contro i poeti moderni, i “giovani vati contemporanei” – Gozzano e la sua scuola, in specie C. Vallini e C. Chiaves, che si sentì in dovere di controbattere – e alcuni non meglio identificati “toscani”. Le ripetute professioni di disamore, che ricorrevano in luoghi celebri dei Colloqui gozzaniani, vengono qui trasformate in ammissioni di mascolinità non virile, da parte di Guido e dei suoi epigoni. Sul tavolo della discussione è persino gettata “la legge di battaglia di Darwin”, interpretata come “la necessità che spetta all’uomo della contesa e della lotta per la conquista e per il possesso dell’oggetto del suo amore”.

Il canzoniere in distici L’insonne (Milano 1913) ribadisce la forza e la vitalità dell’amore che non inverte i ruoli fra maschio e femmina. L’ipotesi che la donna possa, da sola, rappresentare le due parti e farsi, quindi, maschio balena di nuovo, ma viene in definitiva allontanata.

La G. intende muoversi liberamente fra amore lesbico e amore coniugale, senza sacrificare la sua figura e senza rimettere in discussione la sua persona così come si è venuta creando. Che Gozzano sia l’interlocutore costante di questo libro è facilmente dimostrabile, ma è pur vero che il repertorio delle situazioni erotiche si allarga indipendentemente dalla sua presenza. Non mancano i parchi e le spiagge cari a D’Annunzio, ma di lì si può addirittura trascorrere alla carrozza-letto di qualche treno notturno di lusso. Se si vogliono tracce più evidenti di dannunzianesimo, si tenga presente, in questi anni, il poema drammatico L’amante ignoto (ibid. 1911): tentativo certamente fallito di una poesia tragica, sostanzialmente estranea alle cose finora dette.

Nel 1913 uscì il primo volume di novelle, I volti dell’amore, sempre pubblicato a Milano da Treves, cui fecero seguito, presso il medesimo editore, Anime allo specchio (1915) e Le ore inutili (1919); sempre a Milano apparvero poi La porta della gioia (1920), Quando avevo un amante (1923), Tipi bizzarri (1930). A fianco delle novelle si può collocare anche la produzione di fiabe, che comincia nel 1916 con La reginetta chioma d’oro (Milano) e prosegue con Fiabe in versi (ibid. 1922), Il ragno incantato (ibid. 1922), per finire con La carriera dei pupazzi (ibid. 1925).

Per tornare alle novelle, sin da una lettera dell’8 ag. 1907 a Gozzano, apprendiamo che la G. nutriva il “proposito di fermare certe sue vaghe trame sentimentali e passionali in forma di novelle”, e fu La Stampa a ospitarle in primo luogo. La prima raccolta, in specie, suscitò reazioni ostili da parte degli scrittori della nuova temperie culturale. F. Tozzi non esitò a ritenere la G. “noiosa come un trattato di cucina che si dovesse leggere tutto di seguito senza aver tempo mai[…] di assaggiare le vivande da vero”. G. Boine, nella Riviera ligure del 1914, e subito dopo in Plausi e botte (Firenze 1918), addirittura vi prendeva spunto per una requisitoria che si appoggiava sul celebre libro di O. Weininger Sesso e carattere, concludendo con un invito alla scrittrice di “confessare più minutamente in prosa la poco poetica sessualità inutilmente truccata, la vanità, le psicologiche-anatomiche intimità weiningeriane di tutto il resto”. R. Serra – nelle Lettere (Roma 1914), ma guardando anche ai versi – concludeva con una definizione globale di graffiante icasticità: “pareva semplicità e squallor di passione, ed era soltanto la povertà di una brutta provinciale in tunica egizia”. Non poteva certo costituire una smentita nei riguardi di tali stroncature l’affermazione attribuita a D’Annunzio che, attendendo la G. in un hôtel torinese nell’inverno del 1912, l’avrebbe definita “l’unica poetessa che abbia oggi l’Italia”.

Anche la biografia di poco posteriore (A. G., Milano 1919), firmata da Pitigrilli (D. Segre) – conosciuto nel 1914 e presto divenuto suo amante -, non contribuì certo a sottrarre la G. all’atmosfera negativa che si era creata intorno a lei, anche se individuava efficacemente la sostanziale estraneità a certo costume morale e letterario: “i malati di impotentia coeundi dei giornali clericali, i moralisti d’ambo i sessi, i gesuiti con o senza cotta, si scaraventarono contro questa poetessa che non chiudeva le imposte prima d’accendere la veilleuse del suo boudoir“. A confermare questo tipo di opinione concorsero, non tanto le prove teatrali (la più conosciuta Nei e cicisbei, in Comoedia, 1920, n. 8, venne stroncata da A. Gramsci, e così pure da V. Cardarelli), quanto i due romanzi pubblicati nel frattempo: Gli occhi cerchiati d’azzurro (Milano 1920, più volte ristampato), e soprattutto La rivincita del maschio (sebbene la copertina rechi la firma di S. Tofano, Torino 1925).

In quest’ultimo si descrive un’orgia allestita dal protagonista per le sue tre donne, nella quale si fa uso “d’una densa polverina bianca e lucida” e non mancano neppure, rilegate in pelle umana, le Memorie del marchese de Sade: il che rende la complicità con libri presto celebri di Pitigrilli (Mammiferi di lusso, Milano 1920; Cocaina, ibid. 1921) del tutto fuor di dubbio.

Peraltro, in un successivo libretto, Il pigiama del moralista (Roma 1927), la G. si dimostrava attenta osservatrice di altri costumi del mondo in via di trasformazione, a partire dall’importanza assunta dalla réclame.

Nel 1925, la G. venne invitata a Parigi da madame Aurelle, femminista e scrittrice, intima amica di F.T. Marinetti; lì conobbe Natalie Clifford Barney, “l’autrice ammiratissima dei [sic!] Pensée d’une amazone“. Rientrata a Torino, la G. iniziò a pubblicare la rivista di novelle Le Seduzioni.

Nei trentanove numeri apparsi di questa rivista, la G. pubblicò subito un breve racconto di Colette – un secondo sarebbe seguito nel 1928 – e si esibì personalmente nella rubrica di costume “Con mani di velluto”, scrivendo, tra l’altro, di Rodolfo Valentino, di Joséphine Baker, di psicanalisi. Un’altra rubrica, “Indiscrezioni”, volutamente racchiudeva il discorso sulla letteratura di questi anni nei confini angusti delle storielle, delle freddure, dei pettegolezzi. A farne le spese erano i tardofuturisti, gli ex vociani, gli ultimi crepuscolari, ma anche B. Croce, L. Pirandello, D’Annunzio, e le colleghe d’arte, da Sibilla Aleramo ad Annie Vivanti (costante invece il riconoscimento per Grazia Deledda, insignita del premio Nobel nel 1927).

A Torino, per volontà di Pitigrilli, quali concorrenti delle Seduzioni erano sorte due altre iniziative, Le Grandi Firme (1924) e Le Grandi Novelle (1926): una accesa rivalità si tramutò presto in uno scambio di cattiverie sempre più atroci, e sempre meno condite d’ironia, che finirono con l’approdare in tribunale.

Pitigrilli non esitò ad accusare la G. di voler vendere il materiale del viaggio in India di Gozzano che aveva a disposizione; la G. reagì decidendo di stendere “una denunzia al procuratore del Re” contro quel “clown letterario” di Pitigrilli, che “fa lazzi, smorfie e capriole sulla ribalta pericolosa della diffamazione”. Le minacce furono divulgate sul numero di Seduzioni del 1° genn. 1928; l’11 Pitigrilli fu arrestato dal console della milizia fascista P. Brandimarte, ma il 27 furono contestate alla G. tre lettere del 1924 e un biglietto del 1917 di mano di Pitigrilli: contraffatti gli originali, la G. vi aveva aggiunto, infatti, frasi contrarie al duce e al fascismo.

Tutto il materiale finì nella mani della commissione per il confino: Pitigrilli si scagionò facilmente; la G., rea confessa, fu processata e condannata il 4 maggio 1929; nel 1931, per intervento della Cassazione, fu assolta dall’accusa di falso continuato. Già nel luglio del 1928, comunque, la G. era stata denunciata dal presidente della Lega per la pubblica moralità in quanto autrice della Rivincita del maschio. Ma era stata assolta per non aver commesso il fatto, grazie all’intervento di L. Gigli, apprezzato critico della Gazzetta del popolo, e di P. Gorgolini, uomo di punta del Sindacato nazionale autori e scrittori fascisti.

Nel 1930 la G. collaborò alla stesura della biografia che le dedicò Mario Gastaldi, nel tentativo evidente di salvaguardare la sua persona e la sua opera; più avanti, nel 1937, si trasferì a Roma, cercando di riprendere la professione di collaboratrice di giornali e riviste letterarie nell’ambito del sottosegretariato alla Stampa e propaganda. Vicino, in questa circostanza difficile da affrontare anche economicamente, le fu in particolare M. Bontempelli.

Rientrata a Torino, vi si spense il 4 dic. 1941. Morì all’età di sessant’anni, e non cinquantatré quali risultano dal testamento.

Oltre a quanto citato nel testo, della G. si ricordano ancora: le raccolte poetiche Emma, Torino 1909; I serpenti di Medusa, Milano 1934 (in cui la G. compendiò un’ampia scelta di versi tratti da Le seduzioni, Le vergini folli, Emma e la canzone in memoria del pilota G. Chavez); una raccolta di racconti, Il cuore tardo, Roma 1912 (2ª ed., a cura di C.M. Madrignani, Pisa 1985); le commedie: Il baro dell’amore, in Comoedia, 1920, n. 24; Il gingillo di lusso, in La Letteratura, 1924, n. 12.

Dell’epistolario, finora, sono state raccolte solo le lettere d’amore a Gozzano: Lettere d’amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, a cura di S. Asciamprener, Milano 1951.