accadde…oggi. nel 1896 nasce Erminia Caudana, di Manuela Vetrano

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Torino, 6 aprile 1896. Nasce Erminia Caudana. La piccola neonata ignora che il suo destino le ha riservato un compito importante e delicato che la condurrà a tenere tra le mani i frammenti del Papiro dei Re scovato dal Drovetti e molti testi preziosi rovinati dal terribile incendio del 1904.

In seguito alla catastrofe che coinvolse la Biblioteca Nazionale Universitaria, venne subito allestito un laboratorio di restauro all’interno dell’Istituto di Materia Medica dell’Università, sito nel palazzo di corso Raffaello 30 e diretto dal professore Pietro Giacosa. Fu chiamato a dirigerlo Carlo Marré, restauratore di provata esperienza presso la Biblioteca Vaticana di Roma. Il laboratorio, primo in Italia ad essere interno a una biblioteca pubblica, fu inaugurato ufficialmente il 5 febbraio 1905 alla presenza della regina madre Margherita di Savoia. Erminia ben conosceva quel luogo, e da tutti era conosciuta, perché suo padre lavorava nel palazzo come custode dell’Istituto di Patologia Generale. È facile immaginare come la bambina sia rimasta affascinata da quella stanza misteriosa, colma di torchi e scaffali, in cui il Marré, alla stregua di mago Merlino nel suo antro, trasformava informi blocchi anneriti in bianchi fogli pieni di scritte e disegni. Erminia era silenziosa, ma curiosa e con tanta voglia di fare.

Oltre ad osservare e aiutare quotidianamente il restauratore, Erminia ebbe modo di approfondire le sue conoscenze tecnico-scientifiche nei laboratori degli Istituti della Facoltà di Medicina che i docenti le permettevano di frequentare. Il tirocinio della ragazza ebbe inizio a tutti gli effetti nel 1910, quando Erminia aveva appena quattordici anni. Le venne affidato il restauro di un testo del botanico inglese Leonard Plukenet (1641–1706), di proprietà dell’Orto Botanico cittadino. Vi lavorò fino al 1912 sotto l’attenta supervisione del suo maestro, “che mi fu sempre paterna guida”.

Interni della Biblioteca Nazionale di Roma.

Carlo Marré rimase al timone del laboratorio fino al momento della morte, avvenuta il 21 luglio 1918. Sarebbe stato naturale che il suo braccio destro, Erminia, prendesse subito il suo posto. Ma prima che questo potesse avvenire e per ottenere nuovi finanziamenti per i restauri, la giovane restauratrice dovette dimostrare la sua competenza. Nel 1921 si recò a Roma presso la Biblioteca Nazionale Centrale, dove diede sfoggio delle sue capacità restaurando i preziosi codici Sessoriani appartenuti alla biblioteca della basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Tornata nel 1922 a Torino, riprese il lavoro nel laboratorio protagonista dei suoi sogni infantili, che nel frattempo era stato trasferito nell’ex Palazzo del Debito Pubblico, in via Bogino 6. Tuttavia la Caudana non aveva nessun titolo accademico e non fu assunta dallo Stato. Era una lavoratrice autonoma e le sue prestazioni erano considerate private. Ma poco le importava. Da quel momento, perfezionando le tecniche del suo maestro e sfoderando un perfetto mix di abilità manuali, profonde conoscenze artistiche e scientifiche e un’acuta sensibilità, diventò lei l’artefice delle magie che avrebbero ridato vita a variopinte miniature e ad antiche pergamene.

Nel 1929 la restauratrice fu chiamata da Giulio Farina a prestare la sua opera nel restauro dei papiri delle collezioni del Museo Egizio, di cui era diventato direttore dopo la morte di Ernesto Schiaparelli. Il museo diventò per molti anni la casa del laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale. Infatti fu proprio al primo piano del palazzo di via Accademia delle Scienze che fu trasferito nel 1935. In un’unica stanza piena di tavoli e armadi, che fungeva già da laboratorio papirologico, Erminia Caudana proseguì il suo meticoloso e paziente lavoro sui manoscritti della Biblioteca Nazionale e sui reperti egizi.

Caudana mentre lavora al restauro della tela dipinta.

Oltre al già citato Papiro Regio, al quale dedicò ben sei anni, ne restaurò molti altri, come quelli rinvenuti all’interno della tomba del faraone Tutankhamon scoperta dall’archeologo Howard Carter nel 1922. E non solo. Giulio Farina le affidò anche il compito di restaurare la tela dipinta più antica al mondo. Risalente a 7.000 anni fa, fu da lui rinvenuta nel 1930 nella necropoli preistorica di Gebelein (oggi Naga el-Gherira.

Giulio Farina volle con sé al Museo Egizio del Cairo l’“intelligentissima e abilissima restauratrice”, come la definiva lui stesso. Fu così che nel 1938 Erminia sbarcò in Egitto per valutare i procedimenti di recupero di dodici rotoli di papiro recuperati durante uno scavo presso Gebelein. Si trattava dei papiri intatti più antichi mai scoperti al mondo, risalenti alla V dinastia (2680 a.C. circa), ciascuno lungo 1 metro e mezzo e alto 40 centimetri. Di certo non fu un gioco da ragazzi aprire quei rotoli dopo ben quarantasei secoli.

Data la situazione rocambolesca, si decise di spedire i rotoli al laboratorio torinese dove, con le adeguate attrezzature, furono restaurati e poi restituiti al governo egiziano. Si sa che la Caudana non usò per svolgere quei papiri il solito sistema diffuso all’epoca che prevedeva di inumidirli esternamente con vapore acqueo o con una soluzione di acqua e acido acetico rischiando di rovinarne la scrittura. Li avvolse invece per 24 ore in ovatta imbevuta con un liquido che doveva ammorbidire e allo stesso tempo rafforzare il tessuto fibroso. In questo modo riuscì ad aprirli. Li posizionò tra due veli di seta cosicché, se un frammento si fosse staccato, sarebbe comunque rimasto al suo posto. Infine ogni rotolo disteso venne posto tra due vetri.

Nella sua carriera Erminia ripristinò ben cinquecento metri di papiri e seicento manoscritti. Riusciva a restaurare un codice cartaceo al mese e uno, o due, codici membranacei all’anno. I dodici rotoli di papiro di Gebelein furono il lavoro che le diede maggior soddisfazione, mentre il manoscritto per cui faticò di più fu l’Historia Naturalis di Plinio con le miniature della scuola di Mantegna. Quando le si chiedeva di esprimere una preferenza, la restauratrice ribadiva che tutti i “malati” da lei curati avevano ricevuto le stesse attenzioni e la stessa passione e che ognuno aveva un posto riservato nel suo cuore.

Di figli in carne e ossa non ne ebbe la signorina Caudana. Non si sposò mai, perché riteneva che la famiglia l’avrebbe distolta dal lavoro che lei intendeva come una vera e propria missione a cui non poteva permettersi di sottrarre tempo. La sua attività era l’anello di congiunzione tra i documenti del passato e gli studiosi che, decifrandoli, avrebbero dato loro voce nel presente. Senza il suo intervento quei fogli sarebbero rimasti irrimediabilmente muti.

Erminia Caudana viene descritta da chi la conobbe come una donna semplice e modesta, ma assai spigliata quando illustrava i risultati del suo lavoro e sicura dell’inalterabilità nel tempo dei suoi interventi.

Persona disponibile e gentile, poteva capitarle di accettare lavori anche da parte di privati, per i quali spesso non si faceva nemmeno pagare.

Aveva quindi un carattere deciso ed era molto gelosa dei suoi metodi. Non fu felice quando nel 1927 le venne affiancata Editta Bonora Torri, la figlia dell’allora direttore della Biblioteca Nazionale, scomparsa prematuramente nel 1934. Non esitava a mettere alla porta coloro che con insistenza le chiedevano spiegazioni dettagliate, come accadde ad Alfonso Gallo, l’insigne paleografo fondatore nel 1938 dell’Istituto di Patologia del Libro di Firenze. I suoi segreti Erminia li rivelò soltanto al nipote, Amerigo Bruna, figlio della sorella Natalina. Amerigo affiancò la zia dal 1950 e lavorò come restauratore fino alla pensione, nel 1994.

Il laboratorio di restauro allestito all’interno della nuova sede della Biblioteca Nazionale in piazza Carlo Alberto fu inaugurato nel 1975, ma Erminia non fece in tempo a vederlo. Morì il 5 gennaio 1974, improvvisamente, mentre si stava versando un caffè. La “miracolosa restauratrice di papiri” (Curto) è ricordata oggi nel rinnovato Museo Egizio dove, nel piano interrato in cui si rievoca la storia di questa prestigiosa istituzione, una teca che espone ritagli di giornale e alcuni papiri risanati è a lei dedicata.