accadde…oggi: nel 1519 nasce Caterina de’ Medici, di Stephan Skalweit

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Nacque il 13 apr. 1519 a Firenze, nel palazzo della via Larga, da Lorenzo II de’ Medici, duca di Urbino e da Madeleine de la Tour d’Auvergne, figlia del conte Jean de Boulogne e di Caterina di Borbone.

Morti ambedue i genitori già poche settimane dopo la sua nascita, C. rimase l’unica erede di casa Medici, essendo il fratello Alessandro e il cugino Ippolito, il futuro cardinale, tutt’e due figli bastardi. La bambina, di salute malferma, fu affidata alle cure della nonna Alfonsina Orsini e per desiderio del prozio Leone X, che prese molto a cuore la sorte della “duchessina”,fu condotta a Roma già prima, che avesse compiuto l’anno. Morto Leone X nel 1521, il cardinale Giulio de’ Medici, che nel 1523 salì al soglio pontificio col nome di Clemente VII, assunse la sua tutela. Per assicurare meglio i diritti della piccola “duchessa di Urbino” – fu questo il suo titolo ufficiale – nel 1525 fu riportata a Firenze. I disordini di cui fu teatro la città gettarono un’ombra sugli anni successivi della sua infanzia: nel 1527,in seguito al sacco di Roma, a Firenze scoppiò una rivolta contro il dominio mediceo e C., in un primo momento posta in salvo a Caiano, fu presa in ostaggio dal nuovo reggimento repubblicano e rinchiusa nel monastero di S. Lucia. In quel momento a Firenze infuriava la peste e perciò l’ambasciatore francese riuscì ad ottenere il permesso di trasferirla nel monastero delle benedettine di Murate. Ma la Signoria temeva che potesse essere rapita dai partigiani dei Medici, e fu di nuovo portata a S. Lucia, dove si trovava ancora quando le truppe pontificie ed imperiali iniziarono l’assedio di Firenze.

Le prime esperienze di C. furono dunque strettamente connesse con i terrori della guerra civile che lasciarono un’impronta indelebile nella sua memoria. Il loro ricordo contribuì a determinare l’atteggiamento di C. nei torbidi delle guerre di religione francesi.

Dopo il crollo della Repubblica e la restaurazione della signoria medicea sotto il fratellastro di C., Alessandro, Clemente VII richiamò a Roma l’orfana ormai undicenne che diventò un oggetto prezioso della politica matrimoniale del papa, tesa a favorire gli interessi della Curia e della famiglia Medici nel quadro della lotta delle grandi potenze. Le lunghe trattative per il matrimonio di C. con il duca Enrico d’Orléans, il secondo figlio del re Francesco I di Francia, sono infatti sin dal primo momento strettamente collegate con la rivalità tra Asburgo e Valois per il predominio in Italia.

Nonostante la diplomazia imperiale avesse tentato con tutti i mezzi di sabotarle, le trattative per il matrimonio francese di C. approdarono a buon fine nell’estate del 1533. Le clausole del trattato nuziale furono concordate personalmente da Clemente VII e da Francesco I nel corso di un incontro a Marsiglia, dove il 28 ott. 1533 furono anche celebrate le nozze dallo stesso pontefice.

Nella sua nuova patria francese la giovane duchessa di Orléans inizialmente ebbe solo un ruolo di secondo piano. I suoi natali relativamente modesti, la morte di Clemente VII sopraggiunta già nel 1534,che aveva fatto svanire tutte le aspettative politiche connesse con il suo matrimonio, infine il rango stesso del marito, che non era il principe ereditario, la relegarono in una posizione abbastanza marginale alla corte francese. Essa vi si adattò con molta delicatezza evitando con cura di attirare l’attenzione. Questa situazione non cambiò nemmeno quando, dopo la morte del delfino, duca d’Angoulême (1536),Enrico diventò principe ereditario. A tutto ciò si deve aggiungere che C. per dieci anni restò sterile, creando non poco imbarazzo al marito, al quale il re suo padre non dimostrò né affetto né fiducia. Fu questo dunque l’unico periodo tranquillo nell’esistenza piuttosto tempestosa di C., che a quel tempo si adattò alla vita di una principessa modesta, amabile e persino sottomessa. Ben formata, ma poco seducente, C. non esercitò alcuna attrazione sul marito, un uomo mediocremente dotato e con maniere piuttosto rudi, che già nel 1536soccombette del resto al fascino della bella Diana di Poitiers, che lo dominò per più di vent’anni.

Anche nel nuovo ambiente francese C. rimase fedele alla lingua e al modo di vestire e di vivere della sua patria italiana. Pur idenficandosi più tardi pienamente, sul piano politico, con la Francia e con i suoi interessi, non superò mai tuttavia il suo distacco interiore neiconfronti dellacultura e della lingua francese. I contemporanei la considerarono sempre – nel bene e nel male – l’incarnazione della mentalità italiana, e in particolare di quella fiorentina. Non sorprende dunque che abbia chiamato presso di sé numerosi suoi conterranei, e persino fuorusciti, cioè avversari politici di Cosimo I, considerato del resto un usurpatore dalla stessa Caterina. Ma oggi sembra chiaro che C. in questo caso abbia seguito sentimenti personali più che obiettivi politici precisi.

Il 19 genn. 1544 nacque a Fontainebleau il primo figlio di C., il futuro Francesco II. Nel giro di dodici anni, C., che era stata considerata sterile per tanto tempo, mise al mondo ben dieci figli, di cui sette rimasero in vita. In questo periodo, il più felice della sua vita, si formarono la sua personalità e il tratto dominante del suo carattere: l’istinto materno che aveva come principale obiettivo la felicità dei figli e la difesa dei loro diritti. Dal 1547, diventata regina, fu al centro della vita di corte, accanto a Margherita di Navarra, la sorella del suocero, e a Diana di Poitiers, ormai sulla via del declino fisico, la cui presenza sopportò con rassegnazione. Conquistò sempre di più il rispetto del marito che ascoltava i suoi consigli e le affidava addirittura il governo durante le sue campagne militari. Si intravvede già in C., maturata dalla maternità, la statura politica della futura reggente. Probabilmente sarebbe stata già allora la personalità dominante della corte se non le si fossero opposte l’influenza del potente connestabile di Montmorency e la gelosa vigilanza di Diana di Poitiers. Ma questi ostacoli non le impedirono di far valere efficacemente se stessa e la propria posizione.

Dopo l’ascesa al trono, C. diventò la “procuratrice” di una fazione pericolosa e violenta. La sua inattesa fortuna alimentò nei fuorusciti fiorentini molte speranze. La loro cerchia intorno a C. si consolidò e si allargò. Loro portavoce fu il poeta Luigi Alamanni, abile cortigiano e favorito particolare della regina. Ma la vera e propria guida del partito erano i quattro fratelli Strozzi, figli di Filippo, il capo della ricca famiglia di banchieri fiorentini. Sua moglie Clarissa de’ Medici, una zia di C., le aveva fatto da madre negli anni dell’infanzia passati a Firenze. I quattro cugini della nuova regina si erano rifugiati alla corte francese subito dopo la morte di Francesco I. Il maggiore, Pietro, nel 1554 fu nominato maresciallo di Francia e cadde nel 1558 durante l’assedio di Thionville. Il secondo fratello, Leone, capitano generale delle galee, si acquistò grandi meriti nel potenziare la flotta francese. A Roberto, il terzo, era stata affidata la direzione della banca paterna, trasferita da Firenze a Venezia, che egli mise completamente a disposizione dei fuorusciti e dei loro interessi politici. Il più giovane, Lorenzo, destinato alla carriera ecclesiastica, ottenne dopo l’ascesa al trono di Enrico II la diocesi di Béziers e per l’intervento di C. e dei fratelli nel 1557 fu nominato cardinale.

Gli esuli italiani alla corte francese non si stancarono mai di sollecitare un’offensiva contro il dominio spagnolo-asburgico in Italia. Ma il risultato poco favorevole per la Francia della guerra di Parma (1551-52) e la spaventosa sconfitta subita dall’esercito comandato da Pietro Strozzi contro le truppe di Cosimo (1554) significarono anche il crollo delle loro febbrili speranze, che svanirono completamente quando la pace di Cateau-Cambrésis (1559) tra Enrico II e Filippo II ristabilì la pace europea: il suo presupposto era infatti l’abbandono della politica italiana perseguita dalla Francia dal 1494.

C. accettò solo di malavoglia questa pace, che significò una grave rinuncia per la Francia. Il suo sicuro istinto politico le suggeriva infatti che un’Italia dominata dalla Spagna costituiva il più grande pericolo per la Francia. Ma i suoi pensieri andavano anche a Firenze e a Siena; C. riteneva infatti che per l’Italia l’egemonia francese fosse il male minore e comunque preferibile a quella spagnola.

I matrimoni che seguirono la pace suggellarono il trionfo spagnolo: Margherita, la sorella di Enrico II, sposò il duca di Savoia, la figlia di C., Elisabetta, Filippo II di Spagna. Quest’ultimo matrimonio segnò anche una svolta decisiva nella vita di C. stessa. La morte di Enrico II, sopraggiunta in seguito ad una ferita subita in un torneo disputato in occasione dei festeggiamenti nuziali (1º luglio 1559), la rese vedova prima del tempo e fece di lei la vera reggente della Francia.

Il giorno stesso dell’incoronazione, Francesco II, benché da due anni maggiorenne secondo il diritto dei re francesi, conferì alla madre i poteri di governo. Malaticcio, debole di nervi e quasi completamente dominato dalla giovane moglie Maria Stuarda, non seppe sottrarsi alla prepotente influenza dei due zii della moglie, il duca Francesco e il cardinale Carlo della casa lorenese dei Guisa. Essi erano gli esponenti della fazione cattolica a corte, decisi ad imporre alla Corona e al governo la propria politica religiosa, il cui obiettivo principale era la repressione violenta del movimento ugonotto che si stava sempre più diffondendo. C. in un primo momento non si oppose. Solo dopo il fallimento della congiura di Amboise (1560) – il tentativo, fallito, degli ugonotti di impadronirsi della persona del re -,quando la posizione dei Guisa si rafforzò eccessivamente, C. stabilì cauti contatti con i loro avversari, i “princes du sang” Antonio di Borbone e Luigi di Condé, capi aristocratici del partito ugonotto che i Guisa avevano tenuto lontano dal trono. D’accordo con i Guisa C. fece chiamare come cancelliere Michel de l’Hôpital, un erasmiano fortemente sollecito della pace religiosa, il quale pensava di trovare un possibile rimedio al conflitto religioso, sempre più acuto dei due partiti nella separazione tra politica e religione. Nel corso di un’assemblea di notabili convocata a Fontainebleau per sollecitazione di C. (agosto 1560), Coligny presentò le lagnanze e le richieste dei protestanti. L’assemblea si sciolse con la delibera di rinviare l’ulteriore discussione della questione religiosa fino alla convocazione di un concilio nazionale, che doveva iniziare un mese dopo la riunione degli Stati generali convocati per il 10 dic. 1560. Il concilio nazionale tuttavia avrebbe dovuto riunirsi solo nel caso che nel frattempo il papa, l’imperatore e i principi non avessero trovato un accordo sulla convocazione di un concilio generale.

Ma ancora prima dell’apertura degli Stati generali ad Orléans (13 dic. 1560), il panorama politico della Francia aveva subito un mutamento profondo. Il 5 dic. 1560 era morto Francesco II. Già durante l’agonia del figlio C. prese in mano la situazione costringendo con un’abile manovra il re di Navarra, Antonio di Borbone, a rinunciare alle sue rivendicazioni sulla reggenza a favore del fratello di Francesco II ancora minorenne. Con questa manovra aveva spodestato contemporaneamente anche i Guisa. Come reggente per il figlio decenne Carlo IX, C. stessa assunse il governo del regno.

Aveva ormai quarantun anni e nonostante la corpulenza causata dalle numerose maternità era rimasta agile e un’eccellente cavallerizza. Anche i tratti del suo volto avevano ormai assunto la forma definitiva. Gli occhi sporgenti e la fronte prominente che ricordavano il prozio Leone X conferivano al suo viso il carattere di una maschera, accentuato dai vestiti neri di lutto che indossava sempre, da quando le era morto il marito.

La prima prova che C. dovette affrontare fu il confronto con gli stati generali riunitisi ad Orléans per la prima volta dopo il 1484. Riuscì a far accettare pienamente la sua reggenza. Al “premier prince du sang” Antonio di Borbone restarono soltanto alcuni diritti particolari senza alcuna importanza come “lieutenant général du Royaume”. Furono però respinte le richieste finanziarie della Corona (l’unico punto sul quale i tre stati si trovavano completamente d’accordo), mentre la discussione della questione religiosa, il tema principale dell’assemblea, rispecchiò in tutta evidenza la discordia che regnava nel paese. Il clero chiese la applicazione rigorosa degli editti antiereticali di Enrico II e Francesco II contro i protestanti; la nobiltà e il terzo stato invece diedero pieno sfogo al loro anticlericalismo, pronunciandosi inoltre a favore della tolleranza nei confronti dei protestanti finché non si fosse riunito il concilio convocato a Trento per la Pasqua del 1561. L’attesa del concilio offrì alla reggente la possibilità anche giuridica di attenuare provvisoriamente la persecuzione degli ugonotti, nella piena consapevolezza che il conflitto confessionale non si sarebbe più potuto risolvere con la loro semplice eliminazione. Lo scioglimento dell’assemblea, divisa da profondi conflitti, offrì nuovo spazio per la politica perseguita da C. di tollerare tacitamente i calvinisti e il loro rito. Non è possibile stabilire se questo atteggiamento fosse determinato anche da uno scetticismo di fondo nei confronti delle grandi questioni religiose del tempo. Si può però cogliere chiaramente un’idea politica, cioè quella di attribuire alla Corona il ruolo di mediatrice al di sopra delle parti in modo da risparmiare al paese una guerra di religione.

Questo pericolo infatti sembrò prendere forma quando i capi del partito cattolico, il connestabile di Montmorency, il duca di Guisa e il maresciallo di Saint-André, che a lungo erano stati in conflitto tra di loro, si riunirono nel cosiddetto “triumvirato” per difendere la vecchia fede (aprile 1561). Dopo che nel febbraio del 1561 i principi protestanti tedeschi nella loro riunione di Naumburg avevano respinto la bolla pontificia che li invitava al concilio ed in conseguenza era svanita anche l’ultima speranza di una partecipazione dei protestanti francesi, C. riprese la vecchia idea di far discutere i contrasti confessionali in un concilio nazionale, attuando in tal modo la promessa rilasciata a suo tempo da Francesco II. Riuscì ad indurre i calvinisti a parteciparvi. Il concilio nazionale si riunì dal 31 luglio al 14 ott. 1561 a Poissy sotto forma di assemblea di prelati, davanti alla quale i deputati dei calvinisti dovettero difendere e spiegare la loro confessione.

Al centro furono le trattative teologiche per l’unione, che saranno dette “colloqui di Poissy” (9 settembre – 18 ottobre), e alle quali parteciparono Théodore de Bèze come rappresentante di Calvino e il cardinale di Lorena, il più famoso dei suoi avversari. Discussioni teologiche di questo tipo hanno accompagnato tutta la storia della Riforma, ma tutte si sono concluse con un fallimento. In Germania la pace religiosa di Augusta del 1555 significò la rinuncia al tentativo di superare la scissione religiosa con un compromesso teologico. In Francia si tentò ancora una volta questa strada, poco tempo prima che i decreti sulla fede del concilio di Trento stabilissero definitivamente i confini confessionali. Tuttavia neanche il “colloquio di Poissy” riuscì a mitigare i contrasti confessionali, anzi li fece risaltare in tutta la loro asprezza, soprattutto sulla questione dell’eucaristia.

Una volta fallite le trattative di Poissy, venne a mancare anche la possibilità di scegliere tra il concilio nazionale e quello generale, e il governo francese si vide privato di un provato mezzo di pressione per ottenere dal papa un concilio generale secondo le sue idee. La mancanza di quest’altemativa lo indusse infine ad abbandonare la resistenza contro la partecipazione al concilio generale che fu aperto nel 1562 a Trento, assenti i protestanti. La speranza di poter placare i protestanti francesi con la prospettiva del concilio era dunque svanita. Bisognava pensare ora alla possibilità di una convivenza, e dopo l’esperienza di Poissy C. sapeva bene che essa non era realizzabile attraverso la discussione teologica, ma, semmai, definendo giuridicamente il loro stato confessionale. C. iniziò quindi trattative con Théodore de Bèze, Coligny e con alcuni giuristi. Il risultato fu il cosiddetto “editto di tolleranza” di Saint-Germain (17 genn. 1562).

Pur non soddisfacendo pienamente le attese degli ugonotti, concesse loro tuttavia in linea di principio la libertà di religione e di assemblea, sollecitata da molti anni, che solo all’interno delle città subiva certe limitazioni. Per la prima volta era stata riconosciuta de facto e de iure l’esistenza particolare della confessione riformata all’internodella monarchia cattolica. L’editto diventò la magna charta degli ugonotti che da allora vi fecero costante riferimento nella loro lotta per il pieno riconoscimento giuridico. Era la prima tappa sul lungo cammino che, attraverso una prima fase di guerre-religiose, avrebbe portato all’editto di Nantes, il cui principio fondamentale – il limitato riconoscimento giuridico di una minoranza confessionale – vi era già abbozzato.

Ma a C. l’editto procurò un sollievo soltanto temporaneo. Il triumvirato, rafforzato dal ritorno di Antonio di Borbone alla fede cattolica e dal sostegno diplomatico della Spagna, raccoglieva le proprie forze contro la politica religiosa della reggente. I portavoci degli ugonotti nell’entourage di C. – i tre fratelli Châtillon: Coligny, Andelot e il cardinale di Châtillon – nella primavera del 1562 dovettero abbandonare la corte.

I Guisa, per isolare i protestanti francesi e togliere loro ogni possibile appoggio dei paesi che professavano la stessa fede, stabilirono contatti con i principi luterani dell’Impero, nel tentativo di trarre vantaggio politico dal contrasto tra calvinisti e luterani. Al ritorno da una discussione teologica con il duca Cristoforo di Württemberg e i suoi teologi di corte il duca Francesco di Guisa, il 1º marzo 1562, compì un massacro tra gli ugonotti che si erano riuniti per una funzione religiosa nel villaggio di Vassy (Champagne), violando le disposizioni dell’editto di Saint-Germain. Il “massacre de Vassy” sta in rapporto causale indiretto con l’editto di Saint-Germain. L’eccidio dette il segnale per lo scoppio della guerra civile, inferendo un colpo mortale alla politica di pacificazione della reggente.

C. in un primo momento aveva sperato di ottenere l’appoggio dei protestanti e del loro capo, il principe di Condé, contro la preponderanza dei triumviri. Ma Condé si lasciò sfuggire l’occasione di legare la Corona alla causa protestante: davanti alla folla fanatizzata fuggì da Parigi lasciando il campo ai triumviri che si impadronirono del re e della reggente costringendoli a trasferire la loro residenza da Fontainebleau a Parigi (27 marzo 1562).

C. non dimenticò mai questa umiliazione, attribuendone la colpa ai capi degli ugonotti, alla loro vigliaccheria e indecisione. Con sicuro istinto politico passò immediatamente dalla parte dei vincitori. Da prigioniera diventò man mano la guida del partito ortodosso per il quale col tempo l’appoggio della regina madre divenne indispensabile. Gli iniziali successi militari degli ugonotti nella prima guerra di religione costrinsero i triumviri a permettere il ritorno al governo di C., cui nel maggio del 1562 fu concesso di lasciare Parigi. La regina approfittò della riottenuta libertà di azione per trattare la pace con Condé. Le trattative non ebbero successo, ma nel corso della prima guerra contro gli ugonotti C. fu liberata dal suo più pericoloso rivale nella lotta per il potere: Antonio di Borbone morì il 17 nov. 1562 in seguito alle ferite subite durante l’assedio di Rouen. Nella battaglia di Dreux (19 dic. 1562) il connestabile di Montmorency e il maresciallo Saint-André caddero nelle mani degli ugonotti, Condè in quelle del duca di Guisa. Quest’ultimo fu assassinato il 18 febbr. 1563 da un fanatico protestante.

In tal modo C. riacquistò il pieno possesso del potere. Non aveva più bisogno del contrappeso protestante per difendere la propria posizione nei confronti dei Guisa e dei loro alleati. Le vicende della guerra avevano dimostrato inoltre quanto profondamente fosse ancora radicata nella massa della popolazione francese la vecchia fede e di quante risorse politiche e materiali disponesse ancora. Per lei fu una esperienza indimenticabile che determinò per una buona parte il suo atteggiamento futuro nei confronti del movimento ugonotto. D’altra parte si rese anche conto dell’impossibilità di eliminare gli ugonotti con il semplice ricorso alle armi.

Come via d’uscita da questo dilemma le si presentava solo quella imboccata già con l’editto di Saint-Germain: tolleranza della minoranza protestante e sua tutela con garanzie che ponessero nello stesso tempo limiti giuridici alla sua ulteriore espansione. Anche l’editto di pacificazione di Amboise (19 marzo 1563), trattato da Condè e da Montmorency, testimonia questa politica. Esso rispecchia inoltre molto significativamente gli interessi corporativi dell’aristocrazia ugonotta. La libertà di culto concessa era graduata infatti secondo la posizione giuridica degli interessati. Favoriva i nobili in possesso di giurisdizione signorile e svantaggiava i seguaci della nuova dottrina nella popolazione cittadina.

Gli avversari della reggente, sia nel campo protestante sia in quello cattolico, uscirono dalla prima guerra di religione talmente indeboliti da permettere a C. per quattro anni di governare secondo le proprie idee. Sul piano della politica interna come sul piano di quella estera la guerra civile aveva lasciato uno strascico di problemi di difficile soluzione. Come prima cosa C. cercò di sciogliere i legami internazionali che irretivano la Francia in conseguenza delle alleanze concluse da ambedue i partiti belligeranti con potenze estere. Con il trattato di Troyes (11 apr. 1564) riuscì ad indurre la regina Elisabetta d’Inghilterra. a rinunciare alla città di Calais che le era stata promessa dai capi ugonotti nel trattato di Hampton Court (1562) come prezzo per l’aiuto militare inglese. Fu la prima grande prova diplomatica che C. dovette affrontare, e la superò brillantemente.

Con l’applicazione rigorosa dell’editto di Amboise C. pensò di sanare le ferite inferte al paese dalla guerra civile religiosa, un compito che inizialmente non le sembrava troppo difficile. Ma aveva sottovalutato la passione religiosa che animava gli ugonotti e che impedì loro di accontentarsi a lungo andare dell’editto di Amboise che gli aristocratici avevano dovuto accettare contro l’opposizione dei loro pastori. Dall’altro lato i seguaci della vecchia fede, il papa e le potenze cattoliche vedevano nell’editto soltanto una vergognosa capitolazione. Dunque, per l’applicazione dell’editto il governo non poteva contare sull’appoggio di nessuna delle due parti. Ma nonostante ciò era fermamente deciso ad applicarlo con il massimo rigore. Per farlo accettare e per sorvegliare la sua applicazione furono mandati commissari nelle province. Quando nel febbraio del 1564 si presentarono a Carlo IX gli inviati del papa, dell’imperatore, del re di Spagna e del duca di Savoia per protestare solennemente contro l’editto, il re respinse le loro proteste dichiarando di voler conservare al suo paese con tutti i mezzi la pace religiosa garantita dall’editto.

C. sapeva bene che la pace religiosa poteva essere mantenuta soltanto da una monarchia forte e illimitata. Insieme con il suo cancelliere Michel de l’Hôpital cercò dunque di rafforzarla con tutti i mezzi e di rappresentarla in modo convincente. Già nell’agosto del 1563, dopo la cacciata degli Inglesi da Le Havre, davanti al Parlamento di Rouen aveva fatto dichiarare maggiorenne il figlio Carlo IX, nella convinzione che fosse più difficile organizzare la ribellione contro il re anziché contro una reggente e i suoi ministri. Due anni più tardi (febbraio 1566) la grande ordinanza di Moulins indicò i progressi e le rivendicazioni della Corona. Essa limitava il diritto di rimostranza dei Parlamenti, toglieva alle città la loro giurisdizione autonoma nel campo civile e restringeva le competenze dei governatori nelle province.

In questi anni di ingannevole tranquillità anche la splendida corte che ella teneva a Fontainebleau doveva manifestare agli occhi di tutti il prestigio della Corona. Quindi, nel marzo del 1564 C. iniziò con il figlio un viaggio attraverso le province per presentare ai sudditi il giovane re e per vivificare in tal modo i sentimenti monarchici. Durante questo famoso “tour de France” C. e il re erano accompagnati da un enorme seguito, una sorta di caravanserraglio che contava ben ottomila cavalli.

Il viaggio attraverso le province durò due anni e condusse i due sovrani finoai confini meridionali del regno. Offrì a C. anche l’occasione di stabilire contatti diplomatici, da lungo tempo desiderati, con Filippo II. Il desiderio di allacciarli celava il tentativo di ottenere, in cambio di concessioni puramente formali e semplici promesse in materia di questione religiosa, il concreto vantaggio di matrimoni convenienti per i figli: quello della figlia Margherita con l’infante don Carlos e quello del figlio Enrico con l’infanta Giovanna. Da parte di C. fu il vero obiettivo dell’incontro di Bayonne (14 giugno – 2 luglio 1565) che suscitò parecchio scalpore. Filippo II non era presente di persona, ma aveva mandato la moglie – Elisabetta, figlia di C. – e il suo consigliere più influente, il duca d’Alba. Per incarico del suo sovrano l’Alba propose alla regina madre un’alleanza delle due Corone contro i loro sudditi eretici. Chiese l’espulsione dei pastori protestanti dalla Francia e l’accettazione dei decreti del concilio di Trento. Come unica contropartita promise la reciprocità. Dei matrimoni tanto desiderati non si parlò nemmeno. In realtà le trattative si conclusero senza alcun risultato e per velare questo fallimento C. fece la vaga promessa di voler combattere l’eresia in Francia. In verità non pensò mai di mantenere questa promessa, essendo in quel momento più lontana che mai dall’idea di un’azione contro gli ugonotti. All’ombra dell’editto di Amboise e della sua interpretazione restrittiva si era realizzata, per lo meno in apparenza, una pacificazione che sembrava dare ragione a Caterina. Di fronte ai disordini provocati nei Paesi Bassi, allora spagnoli, dalla politica repressiva di Filippo II nella questione religiosa, la moderazione perseguita in Francia le sembrò addirittura esemplare. In una delle sue lettere del maggio 1566 espresse chiaramente questa sua convinzione scrivendo: “Il [re di Spagna] devrait prendre exemple, sur nous, qui avons appris aux autres à nos dépens comment se doivent gouverner”.

Ma proprio lo scoppio della rivolta nei Paesi Bassi (agosto 1566), con tutte le sue conseguenze sulla politica europea, rivelò quanto fosse fragile la pace religiosa che C. credeva di aver garantito in Francia. Gli ugonotti si identificarono pienamente con i loro fratelli di fede dei Paesi Bassi e si sentirono ugualmente minacciati dalla persecuzione cui erano soggetti i calvinisti nelle Fiandre e in Brabante. Nella propaganda ugonotta l’intesa apparente raggiunta a Bayonne tra C. e Filippo II diventò un complotto in grande stile ordito sia contro i protestanti francesi sia contro quelli dei Paesi Bassi. Questo sospetto era privo di fondamento, ma ricevette nuovo alimento dai preparativi militari predisposti da C. per proteggere i confini francesi durante il trasferimento nei Paesi Bassi delle truppe spagnole comandate dal duca d’Alba. I capi ugonotti avevano sperato in un’aperta rottura con la Spagna che permettesse loro di accorrere in aiuto dei fratelli fiamminghi. Ma di fronte alla politica spagnola la regina madre assunse un atteggiamento di benevola neutralità. Il divario tra le concezioni di C. e quelle degli ugonotti sul piano della politica estera risulta evidente. Aliena per natura da ogni avventura politica e fortemente impressionata dalla superiorità della potenza spagnola, C. temeva più di tutti un intervento francese nei Paesi Bassi. Gli ugonotti, invece, animati da zelo missionario e da un odio furibondo contro la Spagna cattolica, desideravano ardentemente di misurarsi sul nuovo campo di battaglia aperto alla loro fede.

Gli ugonotti dunque si prepararono ad una nuova prova delle armi. Dopo un tentativo, fallito, di impadronirsi del re (“surprise de Meaux”,settembre 1567) posero l’assedio a Parigi, dove si era rifugiata la corte. Il connestabile di Montmorency morì nella battaglia di Saint-Denis (11 nov. 1567) e C. lo fece seppellire con tutti gli onori, ma si guardò bene di dargli un successore. Il comando delle truppe regie fu assegnato al terzo figlio di C., Enrico duca d’Angiò. Ma gli ugonotti che non avevano ricevuto lo sperato soccorso di truppe straniere, non furono in grado di risolvere militarmente il conflitto né di far accettare le loro richieste politiche piuttosto esigenti. La seconda guerra di religione finì così con un compromesso tra i due partiti avversari ormai esausti. Il 23 marzo Condé firmò il trattato di Longjumeau che confermò l’editto di Amboise senza alcuna limitazione. Per contro la Corona si dovette impegnare a licenziare le truppe straniere che aveva assoldato.

La rivolta degli ugonotti del 1567 e, in particolare, il colpo di mano contro il potere legittimo colpirono C. profondamente nel suo orgoglio monarchico. Le sue lettere dimostrano quanto fosse indignata per l’attentato contro il figlio. D’ora in poi capisce meglio e teme di più l’elemento rivoluzionario insito nel movimento protestante. C. era dunque più che disposta ad accettare l’aiuto della reazione cattolica rafforzatasi dopo il trattato di Longjumeau. La prima vittima di questa svolta fu Michel de l’Hôpital la cui politica religiosa “al di sopra delle fazioni”,che tendeva ad inserire gli ugonotti nella compagine dello Stato francese, sembrò definitivamente fallita.

Il giorno seguente la firma del trattato di Longjumeau, C. gli tolse il sigillo. Suo successore come guardasigilli diventò Renato Birago, un milanese che aveva fatto la sua carriera nella magistratura francese. I Guisa, come esponenti della reazione cattolica, riacquistarono influenza alla corte e nel Consiglio. Il cardinale di Lorena seppe abilmente sfruttare la predilezione di C. per il suo terzogenito. Il fatto che Enrico duca d’Angiò fosse stato scelto ad assumere la guida del partito cattolico in via di formazione lusingava il suo orgoglio di madre. In effetti, il giovane principe diciottenne inizialmente non deluse le attese. Nella terza guerra di religione scoppiata nell’estate del 1568, le truppe regie riportarono due brillanti vittorie,presso Jarnac (13 marzo 1569) e presso Montcontour (3 ott. 1569), sugli ugonotti che nel frattempo avevano spostato il centro delle loro operazioni militari da Orléans a La Rochelle sulla costa atlantica. In realtà il merito di questi successi andava al vecchio maresciallo Tavannes, ma la gloria ricadeva anche su Enrico che nominalmente era il comandante supremo.

Nel corso di mezz’anno gli ugonotti avevano subito due gravi sconfitte e perso il loro capo più eminente, Louis de Condé, caduto nella battaglia di Jamac. Nonostante ciò riuscirono, sotto la guida di Coligny, a raccogliere di nuovo le proprie forze e a continuare la lotta. Mai, fino ad ora, le forze impegnate nella guerra civile erano state così imponenti, mai gli eccessi che l’accompagnarono così violenti. Ma alla fine gli avversari, di nuovo ugualmente stremati, si videro costretti a concludere la pace. L’editto di Saint-Germain (8 ag. 1570) rinnovò le disposizioni dell’editto di Amboise, ma concesse ai protestanti, per la durata di due anni, quattro cosiddette “places de sûreté”, posti strategicamente importanti, dei quali i governatori e i presidi restavano nelle loro mani. Fu un successo importante che doveva necessariamente rafforzare la volontà di resistenza degli ugonotti. Ma tutt’e due le parti si preoccuparono di non rompere la pace. Le passioni religiose nel campo cattolico come in quello protestante erano distratte dalla speranza di poter trarre profitto politico dalla rivolta dei Paesi Bassi contro il dominio spagnolo. Mentre Coligny, subito dopo la conclusione della pace del 1570, riprese il suo vecchio progetto di una lotta nazionale di tutti i Francesi, collegati con l’Inghilterra e i rivoltosi fiamminghi, contro la Spagna, anche la corte era sempre più propensa a sfruttare il momento propizio per sottrarsi alla pressione spagnola. Per C. questi obiettivi si concretizzarono subito in progetti matrimoniali per i due figli non ancora sposati, Carlo IX ed Enrico duca d’Angiò. Mentre riuscì a combinare il matrimonio del figlio Carlo IX con la figlia dell’imperatore, Elisabetta, per Enrico perseguì un progetto molto più problematico e con conseguenze non trascurabili sul piano della politica interna: il matrimonio con la regina “vergine” Elisabetta d’Inghilterra. C. era attratta soprattutto dalla prospettiva di procurare anche al figlio prediletto la candidatura a un trono. Tuttavia sapeva bene che tale progetto non si poteva realizzare senza un riavvicinamento ai protestanti francesi. Perciò pensò di dare in sposa la figlia più giovane, Margherita, ad Enrico di Navarra, diventato il capo nominale degli ugonotti dopo la morte di Condé. Tutto ciò le avrebbe permesso non solo di promuovere la conciliazione tra i due partiti religiosi, ma anche di rafforzare la posizione della Francia nei confronti di Filippo II. Ma quello che non poteva prevedere fu lo zelo improvviso con il quale Carlo IX cercò di stringere le trattative iniziate da C. con tanta cautela.

Carlo IX fino ad allora era stato re solo di nome. Il governo era esercitato dalla madre, il fratello era il supremo comandante dell’esercito. Aveva ormai vent’anni e voleva esercitare le funzioni che gli spettavano nella sua qualità di re. L’appiglio gli fu offerto dalle manovre della diplomazia fiorentina. Papa Pio V aveva elevato Cosimo de’ Medici alla dignità di granduca di Firenze (1569), ma l’imperatore a nome dell’Impero e Filippo II come duca di Milano e re di Napoli avevano protestato contro questa promozione. Alla ricerca di appoggi diplomatici l’agente fiorentino Fregoso si era incontrato a La Rochelle con Ludovico di Nassau, il fratello del principe Guglielmodi Orange. Concordarono l’abbozzo di un’alleanza del nuovo granduca con il re di Francia che fu sottoposto a Carlo IX da un inviato di Coligny. A Carlo IX piacque moltissimo il progetto di un’iniziativa comune contro la Spagna, tanto da indurlo a intavolare trattative con l’ambasciatore fiorentino, all’insaputa della madre. Fu questa la prima manifestazione delle sue ambizioni politiche che ben presto si dovevano rivolgere verso il progetto di un intervento francese nei Paesi Bassi. A Coligny infatti sembrò che il re, nelle trattative con Ludovico di Nassau, fosse stato conquistato a tal punto a questo progetto da ritenere giunto il momento di riavvicinarsi alla corte. Nel settembre del 1571 si recò a Blois e promise di restituire alla Corona, ancora prima della scadenza dei due anni, le quattro “places de sûreté”, offrendo i suoi servigi alla regina madre.

C. sperava di ottenere la mediazione di Coligny nelle trattative per il matrimonio della figlia con Enrico di Navarra, ma non intendeva aderire alla sua idea di una grande offensiva antispagnola sotto la guida della Francia. Pensava di creare difficoltà diplomatiche a Filippo II, ma senza attaccarlo apertamente. Il contributo spagnolo alla grande vittoria cristiana sulla flotta turca a Lepanto (7 ottobre del 1571) la confermò nella propria cautela. Per mare come per terra dominava la potenza spagnola e non era proprio il momento di sfidarla. C. aveva bisogno dell’aiuto degli ugonotti per realizzare il progetto del matrimonio navarrese, dopo che quello inglese era sfumato. Con una serie di concessioni acquisì il consenso di Giovanna d’Albret al matrimonio del figlio con Margherita di Valois.

Nonostante che l’aiuto inglese tanto atteso venisse a mancare, nonostante l’atteggiamento passivo dei paesi protestanti e l’aperta ostilità delle potenze cattoliche, Coligny tentò di indurre il re e il governo a intervenire nei Paesi Bassi, approfittando del suo forte ascendente su Carlo IX. Con strana cecità persistette in questo progetto anche quando un corpo di volontari ugonotti messo insieme segretamente fu battuto e quasi completamente annientato da truppe spagnole nei pressi di Mons (17 luglio 1572). Non si arrese neanche quando nella seduta decisiva del Consiglio di Stato (inizio di agosto 1572) rimase l’unico a votare per la guerra. Nella speranza di poter ancora convincere il giovane e volubile re, Coligny si accinse da solo a muovere guerra alla Spagna, alla testa di un esercito privato. È comprensibile con quale inquietudine, paura e indignazione C. osservasse l’attività di quest’uomo che cercava di esautorarla politicamente, si intrometteva tra lei e il figlio e metteva in grave pericolo la sicurezza interna ed esterna dello Stato con il suo progetto avventuroso; Coligny infine minacciando la ribellione si era messo sul piano del ricatto politico. Probabilmente già alla fine di luglio 1572 C. decise di sbarazzarsi di lui. Ma per le condizioni politiche del momento un tale proposito era attuabile solo mediante un atto di giustizia sommaria, un procedimento non desueto nel Cinquecento e, nei confronti di un esponente di un’altra fede, tutt’altro che inaudito. Furono le premesse del massacro della notte di S. Bartolomeo, un evento clamoroso che C. non aveva voluto e la colpa del quale non ricade soltanto su di lei, ma di cui porta la responsabilità davanti alla storia.

L’attentato contro l’ammiraglio era stato concordato con il duca d’Angiò, all’insaputa del re. La sua esecuzione doveva essere rinviata a dopo le nozze tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois. Inoltre la messinscena doveva far credere che gli istigatori del delitto fossero i Guisa, per cui gli ugonotti avrebbero esercitato la loro vendetta su di loro. Da questi conflitti la monarchia, liberata dalla pressione dei due partiti, sarebbe uscita vincitrice, e nessuno avrebbe più contestato a C. la reggenza. Ma accadde ciò che C. non aveva previsto: l’attentato fallì, poiché Coligny fu ferito solo leggermente (22 ag. 1572). La nobiltà ugonotta, riunita a Parigi in occasione dei festeggiamenti nuziali, chiese a Carlo IX, che era all’oscuro di tutto il retroscena dell’attentato, la severa punizione dei colpevoli. Per prevenire una rappresaglia degli ugonotti che avrebbe potuto costare la vita, se non proprio a lei, al figlio prediletto Enrico, C. scelse la fuga in avanti. Riuscì a convincere l’irresoluto re dell’esistenza di un complotto contro la famiglia reale e a ottenerne pieni poteri per un’azione preventiva contro gli ugonotti che erano riuniti a Parigi.

Inizialmente né lei né i suoi consiglieri intendevano organizzare un eccidio degli ugonotti convenuti a Parigi; piuttosto essi progettarono di eliminare da venti a trenta persone, molte delle quali indicate nominalmente da C. stessa. Fu il concorso inevitabile delle autorità comunali di Parigi a trasformare le esecuzioni individuali in quel terribile massacro passato alla storia come la “notte di S. Bartolomeo”.

L’eliminazione di gran parte del ceto dirigente ugonotto, la conversione alla fede cattolica imposta ai capi aristocratici Enrico di Navarra ed Enrico di Condé resero C. padrona incontrastata della situazione. Agli occhi dei suoi sudditi e a quelli delle potenze estere apparve come il principale sostegno del cattolicesimo in Francia. Il popolo di Parigi la proclamò madre del regno, il papa le trasmise le sue felicitazioni. Ma C. non pensò neanche lontanamente, dopo la disfatta dell’opposizione protestante, di passare dalla parte della Controriforma. Le passioni religiose del suo tempo le erano talmente estranee da impedirle di vedere quale profondo abisso avesse aperto tra sé e il mondo protestante con quel massacro. Mentre chiese a Filippo II il prezzo per il servizio prestato, riprese i contatti con Ludovico di Nassau e iniziò trattative con gli Stati protestanti dell’Impero. Assicurò di aver perseguito e giustiziato Coligny e i suoi complici non per odio contro la “nouvelle religion”,ma solo per tradimento, tesi che doveva nascondere ai paesi protestanti la verità sulla notte di S. Bartolomeo.

I suoi sudditi protestanti non si lasciarono però ingannare da questi tentativi di mascherare la verità. Già poco tempo dopo la notte di S. Bartolomeo il partito ugonotto raccolse di nuovo le sue fila, organizzando la resistenza militare nella Francia meridionale, a La Rochelle e a Sancerre, le due “places de sûreté” che gli erano rimaste. Come conseguenza inevitabile della notte di S. Bartolomeo questa resistenza si presentò ormai sempre più chiaramente come una lotta contro la Corona e le sue basi istituzionali. Il velo sottile di lealtà nei confronti della monarchia, con il quale fino ad allora gli ugonotti avevano coperto le loro richieste confessionali, cadde definitivamente.

La situazione militare degli ugonotti migliorò quando le truppe regie non riuscirono a conquistare La Rochelle, la loro piazzaforte più importante. Nella primavera del 1573 Enrico duca d’Angiò dovè abbandonare l’assedio. Questa svolta favorevole agli ugonotti fu provocata da un evento che era originato ancora una volta dalle ambizioni dinastiche di C.: davanti alle mura di La Rochelle Enrico ricevette la notizia di essere stato eletto re di Polonia e di doversi recare al più presto nel suo lontano regno.

Con la morte dell’ultimo Jagellone in Polonia (6 luglio 1572) si realizzò il desiderio di C. di vedere ascendere al trono anche il suo terzo figlio. Se l’ambizione materna fu la molla principale di tutta la vicenda, gli interessi dello Stato francese entrarono ugualmente in gioco: bisognava infatti impedire che la corona polacca passasse ad un concorrente asburgico. La diplomazia francese riuscì in effetti a prevalere su tutti gli altri candidati. Ma prima che la Dieta polacca procedesse all’elezione, il pretendente francese dovette impegnarsi a garantire i privilegi politici e religiosi della nobiltà e quindi anche quelli della minoranza calvinista. Un re polacco che rispettava questo impegno non poteva certamente muovere guerra ai protestanti francesi. L’elezione di Enrico offrì così alla corte francese l’occasione gradita di interrompere l’assedio di La Rochelle senza perdere la faccia. Carlo IX concesse ai protestanti la pace (24 giugno 1573) a condizioni più sfavorevoli di quelle dell’editto del 1570, ma gli ugonotti decisero di accettarle.

La partenza di Enrico per il regno polacco offrì intanto al più giovane figlio di C., Francesco d’Alençon, lo spazio politico che desiderava da tanto tempo. Roso dall’ambizione e pieno di gelosia per il fratello Enrico, entrò nella scena politica come un nuovo elemento di irrequietezza. Per procurarsi un seguito si mise alla testa dei cosidetti “malcontents”,un gruppo assai poco omogeneo di personalità che prendevano le distanze dagli estremisti sia del campo cattolico sia di quello protestante e pensavano di risolvere il micidiale conflitto religioso su base “politica”,al di sopra delle confessioni. Incoraggiati dalla partenza di Enrico, l’esponente principale del partito cattolico, spinsero il duca d’Alençon a chiedere per sé l’ufficio di “lieutenant général du royaume” detenuto dal fratello. Con l’aiuto del duca speravano di poter tornare all’interno ad una politica di tolleranza e all’esterno agli obiettivi perseguiti da Coligny. Perciò faceva parte del loro programma anche un’alleanza con Ludovico di Nassau. La delusione di vedersi negata da Carlo IX la dignità ambita spinse il duca d’Alençon a legarsi sempre più strettamente agli ugonotti ed infine addirittura a congiurare contro la madre e il fratello.

Carlo IX morì il 30 maggio 1574 all’età di soli ventiquattro anni ma già logorato nel fisico e tormentato dagli scrupoli di coscienza fino agli ultimi deliri della febbre. Aveva dato il nome a un governo che in verità non era stato il suo. Per tutta la vita non era stato altro che il “serviteur” della madre, l’epiteto con cui aveva firmato le lettere indirizzate a lei ancora all’età di diciannove anni. I deboli tentativi con i quali cercò di sottrarsi al suo dominio si erano sempre conclusi con una sottomissione ancora maggiore alla sua volontà. Sul letto di morte nominò C. reggente del regno.

Dato che Carlo IX non aveva lasciato discendenti maschi, il governo passò al fratello Enrico, che abbandonò precipitosamente il regno di Polonia per salire sul trono francese col nome di Enrico III. Arrivò in Francia nel settembre del 1574. L’avvento al trono del figlio prediletto aperse a C. la prospettiva di esercitare indisturbatamente il potere. Piena di speranze gli andò incontro fino a Lione per sottoporgli il programma di governo. L’obiettivo principale era quello di rafforzare l’autorità regia, ma sottovalutando le difficoltà reali che si opponevano al giovane sovrano. Bisognava evitare anzitutto l’alleanza tra gli ugonotti e i “malcontents” cattolici. La lega conclusa nell’ag. 1574 tra il governatore della Linguadoca, Damville, e l’assemblea dei protestanti della Francia meridionale a Millau dette un carattere diverso all’opposizione contro la Corona, che non apparve più motivata esclusivamente dai grandi conflitti religiosi. L’elemento religioso passò in seconda linea per lasciare il posto ad un nuovo obiettivo politico, la riforma della monarchia, sollecitata sia dagli ugonotti sia dai “malcontents” che su questo punto si trovarono sostanzialmente d’accordo. Nei loro attacchi contro l’assolutismo della Corona, la persona della reggente offrì un comodo bersaglio ad ambedue i partiti.

In numerosi pamphlets, dei quali il Discours merveilleux de la vie, actions et déportements de la reine Catherine de Médicis è solo ilpiù famoso, le vengono attribuitela responsabilità della notte di S. Bartolomeo e l’iniziativa di numerosi venefici nei confronti ditutta una serie di singole persone. L’odio per la reggente straniera con tutto il suo seguito di favoriti, astrologi e avvelenatori italiani vi appare come il sentimento generale di tutti i Francesi.

Determinate concessioni avrebbero forse spaccato l’alleanza tra ugonotti e “malcontents” ed evitato lo scoppio aperto delle ostilità. Ma questa volta fu C. stessa a cercare, contrariamente alle sue abitudini, la soluzione militare del conflitto. Era sicura del successo, soprattutto perché vedeva ancora nel figlio il vincitore glorioso di Jarnac e di Montcontour. La quinta guerra di religione, che fu provocata da C., entrò nella sua fase decisiva dopo la fuga dalla corte del duca d’Alençon (15 sett. 1575), il quale si unì alle truppe comandate da Enrico di Condé e Giovanni Casimiro del Palatinato che avevano invaso la Champagne. Solo la vittoria del giovane duca Enrico di Guisa sugli ugonotti presso Dermans (10 ott. 1575) salvò C. e il figlio da una situazione disperata. Per metter fine a questa guerra senza speranza i due concessero ai protestanti un nuovo editto di pacificazione, le cui condizioni furono dettate dal duca d’Alençon, l’editto di Beaulieu (6 maggio, 1576). Esso condannava solennemente il massacro della notte di S. Bartolomeo, assegnava al fratello del re, che ora assunse il titolo di duca d’Angiò, un vasto territorio nel cuore del regno come appannaggio e concedeva ai protestanti nuove garanzie sulla libertà di religione e di culto.

La pace di Beaulieu costituì il maggior successo dei protestanti che mai prima erano riusciti a strappare alla Corona tante concessioni. Il fratello del re era dalla loro parte, come anche Enrico di Navarra ritornato alla fede riformata. Contro questa svolta, improvvisa e quasi incomprensibile ad appena tre anni e mezzo di distanza dalla notte di S. Bartolomeo, insorse il partito cattolico organizzando la propria resistenza. Ai suoi occhi il re e la regina avevano fallito, anzi, firmando l’editto di Beaulieu, si erano resi complici degli ugonotti. Il partito cattolico aveva allora trovato una nuova guida nella persona del duca Enrico di Guisa, un uomo più attivo e deciso di Enrico III, che era stato il capo riconosciuto del partito prima del suo avvento al trono. I cattolici si organizzarono nella cosiddetta “Ligue”,inizialmente un’associazione su base confessionale di nobili e borghesi piccardi, che il Guisa cercò di estendere a tutta la Francia. Gli aderenti alla “Ligue” non volevano difendere soltanto la vecchia Chiesa, ma restaurare anche le antiche libertà delle province e degli stati. Così anche nel campo cattolico si manifestò, concretizzandosi nella “Ligue”,la reazione degli stati e delle province contro il centralismo della Corona. C. si rese immediatamente consapevole del pericolo che tali aspirazioni costituivano per la Corona, ma Enrico III non volle dare ascolto ai suoi avvertimenti. Nella speranza di poter neutralizzare l’iniziativa politica della nuova lega e di servirsi delle forze militari di cui essa disponeva, se ne dichiarò egli stesso capo. Tuttavia non gli riuscì, come aveva sperato, di riportare l’unità religiosa della Francia con l’aiuto degli Stati generali riuniti a Blois senza la partecipazione dei protestanti (1576). Solo grazie all’abilità diplomatica di C. fu possibile dividere agonotti e “malcontents” nella sesta guerra di religione scoppiata all’inizio del 1577. Questa volta anche Francesco d’Alençon e Damville stavano dalla parte del re. La pace di Bergerac (17 sett. 1577) ridusse sensibilmente le libertà concesse ai protestanti con l’editto di Beaulieu. Enrico III si riteneva ormai abbastanza forte da poter sciogliere la “Ligue”,eliminando così il suo rivale più pericoloso, Enrico di Guisa.

Ancora una volta la pacificazione del regno tanto anelata sembrò a portata di mano. Il governo “doublement féminin” (Mariéjol) di Enrico III e di sua madre parve vicino al pieno successo nella politica interna e in quella estera. C. era riuscita a riconciliare i suoi due figli e tendeva a spegnere gli ultimi focolai del conflitto religioso e dell’agitazione protestante nella Francia meridionale con un intervento personale. Come nel 1564 in compagnia di Carlo IX, nell’autunno del 1578 iniziò un viaggio attraverso le province meridionali del regno per rafforzare, con la presenza fisica, l’autorità del figlio e pacificare in tal modo finalmente il paese. In questo viaggio durato dieci mesi, che la portò, spesso su strade impraticabili, da una località all’altra, C. si sottopose ad uno sforzo enorme, lottando eroicamente contro la stanchezza della vecchiaia incipiente. Tuttavia, pur ottenendo il passaggio del genero Enrico di Navarra dalla parte del re, non poté evitare la breve settima guerra di religione. Per salvaguardare l’unità della famiglia reale, affidò al duca d’Angiò le trattative conclusesi con la pace di Fleix (26 nov. 1580). Ma l’ambizione sfrenata del più giovane dei Valois era alla ricerca di un nuovo campo d’azione che trovò nel punto più esplosivo della politica europea, nei Paesi Bassi. Come prima Carlo IX succube di Coligny, anche lui fu attratto da un progetto avventuroso ideato per sferrare un colpo all’egemonia spagnola. Si fece conferire da Guglielmo di Orange la sovranità sul nuovo Stato creatosi nei Paesi Bassi con il nome di “Stati generali” e organizzò, contro il divieto del fratello e della madre, una spedizione militare per difenderla. L’impresa si concluse con un pieno fallimento (1582) e Francesco d’Alençon dovette ritirarsi in Francia.

La sua morte prematura (1584) aprì l’ultimo atto della lunga tragedia della casa di Valois. Visto che dal matrimonio di Enrico III con Luisa di Vaudémont non erano nati figli, non ci sarebbe stato un erede al trono dalla discendenza diretta di Enrico II. La questione della successione si pose dunque al centro dei conflitti religiosi che si riaccesero con nuova inaudita veemenza. Secondo la legge salica che regolava la successione in Francia, questa toccava senza il minimo dubbio a Enrico di Navarra, il più stretto parente maschile di Enrico III. Sulla base del diritto dinastico vigente, dopo la morte dell’ultimo Valois un eretico recidivo sarebbe dunque salito sul trono francese. La Francia cattolica si ribellò appassionatamente a questa prospettiva. Per scongiurare il pericolo di una successione protestante, il duca Enrico di Guisa rinnovò la “Ligue” (1584) che presto assunse l’aspetto di un potente movimento popolare. Il pretendente cattolico fu scelto nella persona del cardinale Carlo di Borbone, uno zio di Enrico di Navarra. All’inizio del 1585 i capi della “Ligue” conclusero un patto segreto con la Spagna che aveva come obiettivo la difesa della fede cattolica, l’estirpazione dell’eresia in Francia e nei Paesi Bassi e l’esclusione di una successione protestante. In un primo momento C. tentò una mediazione tra Enrico III e la “Ligue” che nel “manifesto di Péronne” (30 marzo 1585) aveva formalmente messo sotto accusa il re. Aveva sperato nella disponibilità al compromesso del cardinale di Borbone, ma dovette presto rendersi conto che egli era solo uno strumento in mano di Enrico di Guisa. Il duca perseguiva un piano che andava ben oltre la semplice neutralizzazione militare dei protestanti. La sua politica mirava alla costituzione di uno “Stato nello Stato” che, con l’aiuto delle sue forze militari e dei legami con la Spagna, avrebbe posto sotto il suo controllo la monarchia debilitata. Il trattato di Nemours (7 luglio 1585), col quale Enrico III si sottomise quasi completamente alla “Ligue”,dimostra quanto il Guisa si era già avvicinato a questo obiettivo. Il re si dovette impegnare a mantenere a sue spese le truppe assoldate dalla “Ligue” e cedere ai suoi capi fortezze e castelli. Le clausole del trattato prevedevano inoltre la pubblicazione di un nuovo editto religioso che revocava tutti quelli concessi agli ugonotti sin dall’inizio delle guerre civili ed equivaleva dunque ad una proscrizione dei protestanti. Il loro capo Enrico di Navarra veniva dichiarato decaduto da ogni diritto al trono.

C., che aveva firmato anche lei il trattato di Nemours, subì forse la sconfitta più grave di tutta la sua vita. Per la prima volta aveva capitolato senza poter compensare la sconfitta diplomatica con una contromisura militare.

Mentre il re rimase in una cupa passività perseguendo le sue singolari tendenze personali, C., con il coraggio della disperazione, tentò di dividere la “Ligue”. Arrivò al punto di recarsi di persona da Enrico di Navarra, scomunicato anche dal papa, nei pressi di Cognac, cioè in pieno territorio navarrese, per convincerlo a tornare alla fede cattolica (dicembre 1586). Delusa e scoraggiata, giunse a Parigi nella primavera del 1587. Voleva stare vicina al re e contemporaneamente trattare con i Guisa, dai quali ora si aspettava la pace che le aveva negato Enrico di Navarra. Per sollevare il prestigio del re cercò di indurlo a partecipare personalmente alla guerra contro i protestanti, a fianco dei Guisa. Ma la clamorosa sconfitta inflitta da Enrico di Navarra alle truppe regie nella battaglia di Coutras (20 ott. 1587) rafforzò ancora di più la posizione di Enrico di Guisa. Il duca poi, ancora nello stesso mese, riportò due vittorie sui protestanti che lo qualificarono come il salvatore della causa cattolica. Contro l’espresso divieto di Enrico III, nel maggio del 1588 fece il suo trionfale ingresso a Parigi, festosamente accolto dalla popolazione come vincitore. Un ultimo tentativo di C. di riconciliare Enrico di Guisa con il re fallì. Per salvare al figlio la corona e la vita, C. stessa organizzò la sua fuga da Parigi, mentre la “Ligue” si apprestava già ad assalire il Louvre (12 maggio 1588, “journée des barricades”).

Mentre il re stabilì la sua residenza a Chartres, C. rimase a Parigi, dove in mezzo alla popolazione ostile e di fronte ad un governo cittadino rivoluzionario “liguiste” rappresentò l’autorità regia tanto decaduta. Circondata da nemici, trovò appoggio solo nella regina Luisa, sua nuora della casa di Lorena. In questa situazione non le rimase altra via che insistere nelle trattative diplomatiche per ottenere una pace tra Enrico III e la “Ligue”,a qualsiasi prezzo. Perciò da Parigi, dove risiedeva, si adoperò per la conclusione dell’accordo che legava Enrico III ancora una volta alla “Ligue” (“edit de l’Union”, 15 luglio 1588). C. aveva appoggiato questo accordo anche perché fermamente convinta della vittoria della grande “armada” spagnola che nel luglio del 1588 si stava avvicinando alle coste inglesi. La clamorosa disfatta della flotta di Filippo II cambiò di colpo non solo il panorama politico europeo, ma anche la situazione interna francese: la pressione della potenza spagnola indispensabile alla “Ligue” declinò di colpo.

Enrico III credette dunque venuto il momento per liberarsi dalla tutela della “Ligue”. Appena ricevuta la notizia della distruzione della flotta spagnola, licenziò i suoi ministri e si circondò di nuovi uomini di sua personale fiducia. Ma visto che i ministri allontanati erano tutti creature della madre, questa “rivoluzione di palazzo” significò anche l’esautoramento di C., che da quel momento cessò di governare di fatto la Francia. Durante le consultazioni degli Stati generali riuniti il 9 ott. 1588 a Blois ella rimase completamente in disparte. Allontanata dal potere e minata dalle malattie, fu soltanto spettatrice degli avvenimenti che si susseguirono precipitosamente. L’assassinio, ordinato da Enrico III, di Enrico di Guisa (23 dic. 1588) e di suo fratello il cardinale Luigi di Guisa (14dic. 1588), giudicati colpevoli di lesa maestà, la colse di sorpresa. Morì il 5 genn. 1589 nel castello di Blois. Secondo le sue ultime volontà fu sepolta più tardi, dopo la caduta del governo “liguista” cittadino, nella basilica di Saint-Denis, accanto ad Enrico II nella tomba nella rotonda dei Valois, opera di Germain Polon.

Con Filippo II di Spagna ed Elisabetta d’Inghilterra C. fu certamente la regnante più importante della seconda metà del Cinquecento. Ma la circostanza che di tutti e tre fu anche la più sfortunata ha spesso offuscato il giudizio storico sugli obiettivi e le azioni della sua politica. Di fronte agli interessi contrastanti dei partiti feudali e religiosi che minacciavano di portare alla rovina lo Stato francese, C. si preoccupò sempre di salvaguardare gli interessi della Corona che si identificavano con quelli dello Stato. In fin dei conti la sua politica seguì le stesse direttive di quella del genero Enrico IV, con la sola differenza che le mancavano i mezzi per attuarla con successo. Era, per dirla con le parole del suo biografo Héritier, “un Henri IV désarmé”. Èquesta la chiave per comprendere la sua politica a doppio binario, i suoi mezzi spesso discutibili. Voleva assicurare alla Francia ad ogni costo la pace interna ed esterna, innalzando la monarchia al di sopra dei partiti in conflitto. Ma la monarchia non era abbastanza forte per separare e neutralizzare le fazioni nemiche. Questo spiega perché C. facesse così spesso ricorso alla simulazione e all’ipocrisia, armi che nella lotta contro nemici potenti sono sempre quelle dei deboli.

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