accadde…oggi: nel 1914 nasce Maria Bigarelli, di Luciana Nora

http://www.comune.carpi.mo.it/aree-tematiche/cultura-e-tempo-libero/10340-centro-ricerca-etnografica/68313-maria-bigarelli-imprenditrice-di-carpi

https://www.voce.it/it/articolo/1/attualita/carpi-sui-giornali-non-solo-lancellotti-chiesta-una-via-anche-per-maria-bigarelli-indagine-lora-del-disincanto

1996 – Maria Bigarelli nacque a Carpi (Modena) il 14 aprile 1914 da Severo e Luigia Martinelli. La condizione economica della famiglia d’origine era più che modesta e B., avviata al lavoro molto precocemente, non ebbe modo di raggiungere la licenza elementare.

Nel 1959, in una intervista concessa da B. alla radiotelevisione italiana, poi inserita nel programma dal titolo Viaggio nell’Italia che cambia, la stessa imprenditrice illustrava il suo percorso di vita e le origini della sua attività nel settore della produzione industriale del tessile/abbigliamento: «Da signorina ho fatto di tutto: sono andata alla risaia, in fornace, ho fatto la cameriera. A diciotto anni mi sono sposata; mio marito faceva l’ambulante e l’ho seguito. In quell’ambito ci siamo messi a fare delle maglie: siamo partiti con 500/600 pezzi che portavo a Milano e, visto che l’articolo si piazzava bene, ho allargato la produzione. Sono aumentati i clienti e, differentemente dall’inizio, erano loro che venivano a cercare noi. Gradualmente siamo cresciuti fino ad arrivare a comporre un’azienda con 110 operai interni fissi e un riferimento artigiano esterno a cui viene affidato il 60% circa della nostra produzione […]».

Maria Bigarelli attorniata dalle maestranze agli esordi della sua impresa - foto Gasparini 1950
Maria Bigarelli attorniata dalle maestranze agli esordi della sua impresa – foto Gasparini 1950

Negli anni Quaranta, quando prese avvio la vicenda imprenditoriale di B., l’economia carpigiana si dibatteva in una crisi tanto profonda, che nella sua secolare storia difficilmente trovava paragone. Carpi, cittadina in provincia di Modena, a partire dall’inizio del XVI secolo vide la locale economia agricola integrarsi progressivamente con l’attività artigianale, assai diffusa, della lavorazione del truciolo: la produzione di cappelli allora denominati de treza de legno, poiché la materia prima dei trucioli sottili ed uniformi, utili all’intreccio che andava a comporre il copricapo, veniva estratta dai tronchi del salice e del pioppo, opportunamente coltivati e trattati.

Era questa tradizionalmente un’attività stagionale legata ai ritmi del lavoro agricolo, che nel Novecento acquisì però una fisionomia organizzativa quasi industriale, concentrata in poche fabbriche e, soprattutto, articolata in una fittissima e bene strutturata rete di lavoro a domicilio, a cui si dedicava specialmente manodopera femminile, che si estendeva oltre la provincia modenese, fino a quelle reggiana, ferrarese, parmense, mantovana e veronese; era una struttura produttiva altamente elastica, capace di allargarsi e ristringersi per rispondere velocemente alle esigenze del mercato.

Il lavoro femminile non era limitato alla sola produzione dei manufatti (trecce e cappelli), bensì si estendeva alla creazione dei modelli, alla gestione imprenditoriale della fittissima rete produttiva a domicilio e alla trasmissione dei vari livelli di competenza presso le famiglie occupate, in cosiddette “scuole di treccia” private o pubbliche, e presso il pio istituto di assistenza alle giovani di condizione disagiata detto “Delle Zitelle”. Nel 1907, nella sola provincia di Modena, erano censiti 25.000 addetti all’industria del truciolo, in prevalenza donne, occupate negli opifici e nell’attività a domicilio.
La struttura produttiva del comparto del truciolo, a carattere distrettuale (le imprese maggiori trasmettevano le commesse a terzi, definiti partitanti, i quali provvedevano ad una capillare distribuzione del lavoro tra artigiani pagliari, trecciaie e cappellaie; quindi raccoglievano il prodotto per consegnarlo alle diverse fabbriche dove veniva controllato, rifinito e spedito per la vendita), entrò in una spirale depressiva nel corso dei primi decenni del Novecento, in particolare a partire dal 1911.
Durante il quinquennio bellico a Carpi erano stati decentrati per motivi di sicurezza gli impianti produttivi di imprese industriali quali la Magneti Marelli e la Manifattura Tabacchi: insieme, avevano assorbito oltre 1600 addetti, maestranze sottratte al settore agricolo e all’industria stagionale del cappello. Quest’ultima, già gravata da una sensibilissima e complessa crisi, non riuscì più a riprendersi e tornare alle precedenti posizioni di mercato, assumendo quindi un carattere residuale nel panorama produttivo locale, fino all’esaurimento, avvenuto alla fine degli anni Settanta.

A fine conflitto gli impianti industriali abbandonavano la localizzazione decentrata nel Carpigiano, e l’area si confrontava allora con la perdita del posto di lavoro per oltre 1000 operai, che andavano a ingrossare la già consistente disoccupazione locale, senza un tessuto produttivo industriale in grado di riassorbirla. Lo scenario cambiò con il “miracolo economico”. Dalla fine degli anni Cinquanta l’area carpigiana registrava forti ritmi di crescita economica, in virtù di un meccanismo di sviluppo distrettuale fondato sui comparti del tessile/abbigliamento e della meccanica, da cui traevano impulso settori tradizionali come l’edilizia, i trasporti ed altri nuovi, dalla lavorazione delle materie plastiche, al tipografico, serigrafico ecc. .
Proprio nella fase di maggiore difficoltà per l’economia locale prendeva avvio la vicenda imprenditoriale di B.: nel 1944, dopo dodici anni di matrimonio, rimase vedova con una modesta attività commerciale che, nei primi anni del dopoguerra, risposatasi in Martinelli, seppe velocemente orientare ad impresa artigianale e quindi industriale: nel 1947 la prima sede dell’impresa a carattere artigianale che impegnava una dozzina di operaie, fu l’abitazione nel centro di Carpi, in via Giulio Rovighi, trasformata in sede di distribuzione e magazzino con annesso un laboratorio per la produzione di maglieria intima ed esterna.

Nel 1950 aprì uno stabilimento in via Fratelli Rosselli, trasformando l’impresa da artigianale in industriale S.n.c., registrata come Maglificio Miriam, con l’impiego di 50 maestranze interne; quindi, nel 1965, dopo aver superato l’evento di un incendio disastroso per le struttura produttive, impiantò un nuovo stabilimento e costituì l’impresa denominata Carma S.p.a. con un capitale di 1.000.000.000 in lire. Il nuovo stabilimento la cui superficie era di 5.000 mq., incrementato nel volgere di due anni a 7500 mq., occupava 220 addetti e in esso si concentrava l’intera filiera produttiva: dalla tessitura a maglia al prodotto finito.

Nel 1967 apriva un altro stabilimento a Novi di Modena, Novitex S:p.a. con capitale iniziale di 200.000.000 in lire, dove, su una superficie di 2.000 mq., concentrava la tessitura utile alla produzione interna al Carma, impegnando 120 addetti. Nel 1974, alla produzione di maglieria esterna abbinava quella di confezioni e apriva un terzo stabilimento a Modigliana di Ravenna, denominato Moditex, S.p.a., con una superficie di 1.000 mq., con un capitale iniziale di 100.000.000 in lire, dove erano occupati 70 addetti.

Nel 1980 procedeva ad una radicale trasformazione, orientandosi prevalentemente su una produzione di alta qualità e vendita al dettaglio. Il Carma S.p.a. si scindeva e ad esso si affiancava Profondo Blu S.r.l.: il primo si trasformava in centro operativo dove si concentrava l’ideazione e il controllo della produzione affidata all’esterno, impiegava 100 maestranze e il 70% della produzione serviva il mercato europeo ed estremo orientale; Profondo Blu continuava a produrre per la grande distribuzione, impegnava 30 addetti e, per oltre il 70%, la sua produzione era affidata a terziario. Contemporaneamente la Novitex era rinominata come Roltex, veniva trasformata in S.r.l. entro cui erano coinvolti ex quadri aziendali, continuava a servire Carma a Moditex, rispondendo anche a commesse di aziende esterne. Permaneva la Moditex a servire Carma e Profondo Blu. Quest’ultima organizzazione si è protratta fino alla scomparsa della B., la quale ha voluto conservarne il controllo sino alla fine.

Nella gestione aziendale, su cui B. aveva il governo assoluto, unito alla perfetta conoscenza della struttura produttiva, si riscontravano evidenti i tratti di un paternalismo padronale esercitato con pratica razionalità anche al fine di contenere potenziali tensioni derivate dalle rivendicazioni sindacali dei dipendenti.
L’itinerario imprenditoriale di B. si segnala come caratteristico nella dinamica di sviluppo dell’area distrettuale carpigiana nel secondo dopoguerra, quando l’ascesa dell’impresa fu oggetto di diffusa emulazione da parte di altre imprenditrici nello stesso comparto: in questa fase ebbe origine un numero crescente di nuove, piccole e medie aziende e crebbe un cospicuo artigianato di servizio capace di assorbire tutta la manodopera locale, estendersi oltre le aree delle province limitrofe fino a fungere da richiamo di una sensibilissima immigrazione, particolarmente dal meridione e dall’area mantovana e veneta. La transizione dall’industria dei cappelli di paglia alla crescita del distretto centrato sull’industria tessile coinvolse anche le imprese con radici storiche più antiche come Severi, Tirelli, Casarini, Menotti che, a partire dalla fine degli anni ’50, rapidamente convertirono la produzione, generando realtà di notevoli dimensioni e, in ragione del loro essere già storicamente inseriti sui mercati internazionali, furono preziosi nell’aprirli al nuovo corso.
Già nel 1958 si valutava che il 60% dell’esportazione nazionale di maglie provenisse da Carpi. Secondo i rilevamenti del censimento del 1971, apice dell’organizzazione industriale prima dell’inizio di un cosiddetto decentramento del sistema, le aziende del tessile/abbigliamento censite in Carpi erano 1184 con 8742 addetti interni; i paesi presso cui si esportava, in ordine del volume di affari, erano Germania, Francia, Olanda, Belgio, Gran Bretagna, U.S.A. e altri, per un fatturato dichiarato di oltre 126 miliardi di lire. Nel 1991, il numero di imprese si era portato a 1997 e vi erano impegnati internamente 11.298 addetti, per l’80% donne. Nel 1955 Egisto Corradi, analizzando la realtà produttiva carpigiana, osservava come in Carpi fosse presente “una specie di matriarcato”; nel 1962, sullo stesso argomento e trattando degli industriali locali, Giorgio Bocca asseriva come: “… Se si può e meglio trattare con le loro donne che sono le vere direttrici dell’azienda…”
Maria Bigarelli morìva a Carpi il 3 febbraio 1991.

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