accadde…oggi: nel 1857 nasce Olga Ossani, di Simona Trombetta

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Nacque a Roma il 24 maggio 1857 da Carlo e da Maria Paradisi.

Crebbe in una famiglia di patrioti: ai tempi della Repubblica Romana il nonno materno Filippo fu uno tra i più illustri collaboratori del Contemporaneo, il giornale della rivoluzione, mentre nei giorni della sua capitolazione le donne di casa Paradisi, madre e figlie, furono tra le cittadine romane che aderirono all’appello lanciato dalla principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso in soccorso ai patrioti feriti ricoverati alla Trinità dei Pellegrini. La primogenita, Maria, fu una donna particolarmente coraggiosa «che allora e sempre – ricordava Anna de Cadilhac nelle sue memorie – fece a pro della patria per i feriti e i comitati italiani tanto da subire persino la prigione, benché avesse seco la piccola bambina Olga» (De Simone – Monsagrati 2007, p. 86).

Nel 1862, secondo alcune fonti, per le loro idee rivoluzionarie entrambi i genitori furono rinchiusi nelle carceri pontificie con la piccola Olga (traccia di questa esperienza si trova nel racconto Labambolainprigione che Ossani pubblicò nel 1901 ne Il giornalino della domenica). Trasferirono poi la loro residenza a Napoli, dove il padre si dedicò con successo all’attività di imprenditore alberghiero.

Fu lì, nel clima di euforia mondana e culturale dell’Italia appena unita, che Ossani – colta, vivace e intelligente, immersa per tradizioni famigliari in un ambiente cosmopolita – cominciò a farsi notare poco più che ventenne per le sue collaborazioni ad alcune testate locali, dall’Occhialetto al Corriere del mattino. Scrisse articoli, bozzetti, note di costume e cronache mondane con stile elegante, nervoso e svelto, e alcune brevi novelle, poi riunite sotto il titolo di Ore tristi (Ravenna 1882; nel 1884 fu pubblicata a Roma un’altra raccolta: Favoleggiando). La stampa del volume ne allargò la notorietà oltre i confini di Napoli. Cominciarono anni densi e frementi, in cui al pari della sua bravura prese a diffondersi la nomea della sua straordinaria e insolita bellezza.

Le cronache dell’epoca restituiscono l’immagine di una donna al cui fascino riuscirono in pochi a restare immuni. Ancora giovanissima Olga aveva i capelli «tutti candidi, meraviglioso contrasto con la freschezza del volto gentile e dei vivaci, ridenti, luminosi occhi bruni» (Borgese, 1939, p. 165). Federico Verdinois raccontò che il napoletano Francesco Jerace dopo averla conosciuta non riuscì più a togliersela dalla mente, e qualsiasi cosa da allora dipingesse o scolpisse «sia pure Lucifero, ne riproduceva le fattezze» (1920, p. 172).

Alla sua avvenenza non restò indifferente il principe del giornalismo Edoardo Scarfoglio, che nel 1883 la introdusse alla ‘corte’ romana di Angelo Sommaruga, impegnato proprio in quegli anni a inventare l’industria della letteratura. Nell’estate del 1883 Olga cominciò a collaborare al suo elegante quindicinale Cronaca bizantina, punto di passaggio obbligato per quanti aspirassero al successo letterario o intendevano nutrirlo e consolidarlo nei salotti mondani dell’aristocrazia liberale e della borghesia più abbiente.

Di lì a poco Scarfoglio avrebbe sposato Matilde Serao: dell’innamoramento tormentato per Olga restò la profonda, leale e duratura amicizia che la legò a entrambi i coniugi, come testimonia la nutrita corrispondenza epistolare conservata tra le sue carte private.

Da Napoli, grazie a Matilde Serao, allora penna principe di Capitan Fracassa di Luigi Vassallo, erano intanto maturati i tempi per una collaborazione di Ossani anche alla prestigiosa testata romana. Il 12 luglio 1884 sulle colonne del periodico comparve il primo articolo di Olga (Al chiaro di luna), che recava in apertura il couplet di un operetta da cui Olga trasse lo pseudonimo di ‘Febea’: nel gioco dei nomi di penna che l’accompagnò per tutta la carriera (si firmò anche Diego De Miranda, La donna bianca e Carbonilla), Febea fu senza dubbio il più amato e popolare. Come la candida luna cantata da un vecchio vaudeville, Olga prometteva ai lettori di Capitan Fracassa di spingersi con le sue corrispondenze nei tratti più nascosti di Napoli per illuminarne in ogni sfaccettatura «i piccoli misteri e gli avvenimenti notissimi».

Dopo sei articoli la collaborazione con Capitan Fracassa si interruppe in settembre quando il colera si presentò con violenza a Napoli. Durante l’infuriare del morbo erano state riunite in città diverse squadre di volontari per soccorrere e curare gli ammalati. Di una di queste, la Croce bianca organizzata da Rocco De Zerbi, entrò a far parte Ossani.

Nella lettera con cui aderì all’organizzazione dettò esplicitamente una condizione assoluta, che il suo nome non figurasse nell’elenco degli iscritti per evitare ogni pubblicità e non allarmare la sua famiglia, all’oscuro di tutto. A metà settembre la notizia si diffuse invece tramite le colonne del Piccolo, e il Capitan Fracassa fu costretto a precisare che il giornale, pur essendone stato a conoscenza, non ne aveva fatta parola per non sciupare «una cosa tanto bella, uno slancio di carità così eccezionale e sublime» (Ciarle e scarabocchi, ibid., 16 settembre 1884). Qualche anno dopo, per il coraggio dimostrato (lei stessa venne lievemente contagiata), a Olga fu attribuita una medaglia d’argento al valor civile. Gli avvenimenti drammatici di quell’autunno sembrarono poter minare l’affettuosa amicizia che correva con Matilde Serao, cui Olga rimproverava d’esser stata lontana «dal suo paese nel momento del pericolo e della sventura». Le donne «che si permettono delle ribellioni alle leggi sociali – confidò in una lettera indirizzata alla madre – debbono affermare nelle occasioni rarissime d’eroismo e di fortezza, che può offrire la nostra vita scialba, il loro diritto alla ribellione e alla indipendenza» (Caro Olgogigi …, 1999, p. 15).

La drammatica esperienza tra gli ammalati di colera, in maniera del tutto imprevista, aiutò Olga anche a risolvere un problema di non poco conto: da circa un anno e mezzo, pur non essendo sposata, era madre di un bambino avuto da un uomo molto più anziano di lei, un letterato e uomo politico napoletano, prefetto di carriera, di cui altro non si conosce se non l’iniziale del nome. Con il ‘conte C.’ Olga ebbe una lunga relazione che fu lei stessa a chiudere per l’eccessivo ‘despotismo’ di lui. Tra i due restò comunque un fortissimo legame d’affetto, a dire della stessa Olga, oltre a una promessa: la paternità del bambino sarebbe rimasta per sempre segreta, a Olga sarebbe spettato l’impegno di dedicarsi alla sua educazione e a lui di offrirle un aiuto in denaro. L’epidemia di colera fornì a Olga una perfetta via d’uscita quando salvò dalla morte un bambino che aveva all’incirca l’età del suo, protagonista di una triste vicenda cui i giornali riservarono grande spazio prima che fosse riconsegnato ad alcuni parenti, per poi confondersi nella memoria dei più: «non daremo alla restituzione la pubblicità data all’adozione – scrisse alla madre – ho conquistato, arrischiando la vita, il diritto d’esser madre ed ora non ho più bisogno di nessuno» (ibid., p. 16).

Scelte autonome, coraggiose e a tutto tondo quelle di Olga. Fermezza, impegno, passione e dedizione, alimentati dalle premesse della sua infanzia, furono del resto temi fondanti della sua personalità, qualità che la guidarono sia nelle iniziative pratiche sia nell’elaborazione del pensiero e della parola scritta alla partecipazione politica: con il passare degli anni Ossani intese sempre più la scrittura come strumento formativo e informativo di riscatto per le donne, tanto da farsi appassionata portavoce delle istanze del movimento femminista e modello di ‘donna nuova’, capace di ribaltare i tratti soffocanti e i canoni stereotipati destinati allora all’universo femminile ponendo la sua vita d’esempio al destino sociale delle donne italiane.

Cessata la fase acuta dell’emergenza sanitaria, nell’autunno del 1884 Olga prese la decisione di trasferirsi stabilmente a Roma, con grandi ambizioni. Scegliere la ‘Roma bizantina’ significava trovare una maggiore apertura ai suoi stimoli letterari, oltre che una moderna organizzazione editoriale dalle ampie tirature e svincolata dai vecchi sistemi dell’editoria. Quando nel novembre 1884 vi giunse, signora di mondanità, i destini di molti intellettuali si incrociavano in luoghi ben precisi, nei salotti altoborghesi, nei balli fastosi, nei ricevimenti opulenti, in alcuni caffè e nelle redazioni delle testate giornalistiche più in vista, tra cui quella del Capitan fracassa, in cui l’attività giornalistica dell’Ossani si fece febbrile.

Fu fatale e inevitabile l’incontro con la scrittrice più invidiata e chiacchierata del momento, la bellissima Evelina Cattermole, conosciuta dai suoi lettori come Contessa Lara, e con il poeta più ambito e discusso, Gabriele D’Annunzio. Della prima divenne intima e fedele amica, oltre che collega (fu Olga che Contessa Lara volle accanto la sera in cui fu ferita a morte dal suo ultimo amante, come preziosa testimone dei fatti avvenuti). Con il secondo, conosciuto nel dicembre 1884, nacquero un’intimità e una consuetudine che fecero di Olga l’Elena Muti del Piacere. Se tra i due si consumò una storia d’amore, come sostengono molti studiosi, o se la vicenda abbia assunto i contorni di una conquista mancata per il poeta, è assodato che i loro rapporti ebbero una svolta nel marzo 1885, quando Ossani decise di sposare un collega giornalista al Capitan Fracassa, Luigi Lodi, conosciuto con lo pseudonimo del ‘Saraceno’.

Secondo i critici data e circostanze di uno degli episodi più intensi del Piacere, quello della separazione tra Andrea Sperelli ed Elena, riflettono fedelmente il vissuto biografico di D’Annunzio e di Olga: l’episodio si svolge infatti nella campagna fuori porta Pia il 25 marzo 1885.

Le nozze furono celebrate nell’agosto: dall’ unione nacquero quattro figli, tre maschi e una femmina, l’amatissima Marinella. Nonostante il matrimonio e la maternità, il lavoro di Olga proseguì a ritmi incalzanti per tutta la seconda metà degli anni Ottanta.

Scrisse articoli di cronaca mondana e artistica, come era solita fare, alternati a brevi racconti. Ma tra le sue causeries, come lei stessa amava definire i suoi scritti, cominciarono a insinuarsi pezzi di natura diversa, del tutto inconsueti per i fogli dell’epoca, che riguardavano la posizione subalterna delle donne, per le quali, a cominciare dal lavoro, Olga rivendicava una dignità pari a quella degli uomini «non per sottrarsi al vincolo dell’affetto e della famiglia, ma per conquistarsi il diritto alla libera scelta, all’indipendenza del sentimento da ogni preconcetto di utilità e di interesse» (Per le donne, in Capitan Fracassa, 29 agosto 1886).

Nel 1887 con Lodi e un nutrito gruppo di amici che insieme a loro uscirono dalla redazione del Capitan Fracassa, Olga dette vita a un nuovo periodico destinato a grandi successi, il Don Chisciotte della Mancia, e si lanciò senza riserve in nuove sfide, affidando alla sua penna brillante il compito di affrontare la questione femminile: se alcuni argomenti che Olga trattò con passione erano all’orizzonte del dibattito coevo, altri furono fortemente in anticipo sui tempi. Dalle colonne del DonChisciotte si occupò del diritto femminile al voto, di ricerca della paternità, del diritto allo studio, del libero accesso per le donne alle professioni, della dura condizione femminile al lavoro e di divorzio. A questi temi si dedicò senza riserve fino al 1892, quando in aperta polemica con Crispi l’intera redazione si dimise dalla testata. Poche settimane dopo Olga partecipò attivamente alla creazione di un nuovo quotidiano, IlTorneo (durato solo pochi mesi), e l’anno successivo alla fondazione del settimanale LaNuovaRassegna.

Nel contempo i coniugi Lodi si erano impegnati a far risorgere il Don Chisciotte, che uscì il 15 ottobre 1893 con il nuovo nome di Don Chisciotte di Roma. Olga ne fu anima e animatrice, proseguendo con i temi che ormai le erano sempre più cari.

Nel 1896, in occasione della morte della Contessa Lara, Olga ne prese significativamente le difese in un lungo articolo, audace e spregiudicato, in risposta a tutti coloro che avevano duramente definito scandalosa la sua condotta in vita (l’intervento, apparso sulle pagine del Don Chisciotte di Roma con il titolo Logicamente, fu in seguito pubblicato nel volumetto In morte della Contessa Lara, Modena 1897, p. 45).

Rafforzato in popolarità e lettori dalla ‘crisi di fine secolo’, nel dicembre 1899 il Don Chisciotte di Roma si unì a un altro quotidiano romano, il Fanfulla, e dette origine a IlGiorno, sulle cui colonne Olga si fece convinta sostenitrice delle battaglie a favore dell’emancipazione della donna, facendo del suo scrivere dai toni rassicuranti uno strumento di riscatto per tutte le italiane: nella rubrica mondana Tra piume e strascichi scelse di dare sempre meno spazio alle trine e ai matrimoni altolocati per concederlo ai progressi che stava compiendo il movimento femminile in Europa e nel mondo.

In quello stesso 1899 fu delegata italiana, con Maria Montessori, al Congresso internazionale delle donne che si tenne a Londra. L’amicizia con Montessori si era consolidata nelle lunghe estati trascorse insieme nella località di villeggiatura di Santa Marinella, dall’ultimo decennio dell’Ottocento meta estiva abituale e amatissima dalla famiglia Lodi, e proprio a Ossani si deve il nome di Casa dei bambini che fu dato alle scuole montessoriane. Santa Marinella era frequentata da molti degli intellettuali e degli artisti che durante l’anno animavano i salotti e i caffè romani di via del Corso, tra cui Scarfoglio, Serao ed Eleonora Duse, un’altra vecchia e cara amica di Olga. Fu dietro suo suggerimento che Duse aprì a Roma nel 1914 la Libreria delle attrici, uno spazio in cui furono raccolti numerosi volumi appartenenti alla sua biblioteca fiorentina. Olga seguì curiosa anche la genesi che accompagnò il primo e unico film di Duse, Cenere, tratto da un racconto di Grazia Deledda, altra assidua frequentatrice di Santa Marinella e grande amica di Ossani, cui fece pervenire un testo da adattare per il cinema. Il film non fu mai prodotto e lo Scenario sardo per il cinema – questo il titolo che Olga gli dette – fu ritenuto per molto tempo smarrito, mentre si trova fra le sue carte.

Le battaglie in nome delle donne cominciate da Olga a cavallo fra i due secoli proseguirono con più forza nelle pagine del periodico radicale LaVita, che Lodi diresse dal 1905. Fra le tante iniziative del giornale vi fu una rubrica aperta alle donne voluta da Olga per sostenere la vertenza suffragista, informare sulle diverse iniziative avviate in Italia e favorire il dibattito e la discussione tra le lettrici (attraverso le lettere che furono indirizzate a Ossani è agilmente ricostruibile l’attività del comitato nazionale pro suffragio femminile presieduto da Giacinta Martini Marescotti). Questa battaglia, come molte di quelle portate avanti da Ossani, persero via via vigore e il bilancio del suo lungo impegno si chiuse con una serie di sconfitte. Si avvicinavano gli anni della guerra, che coincisero anche con il progressivo allontanarsi di Olga dalla scena pubblica. Abbandonata La Vita nel 1914, i coniugi Lodi non trovarono nel dopoguerra i mezzi e l’energia per dar vita a un altro quotidiano, e la loro firma comparve sempre più raramente. Cominciarono anni difficili, in cui nonostante l’affetto e la stima di cui continuavano a godere vennero quasi dimenticati dai più.

Nel 1932 Olga coltivò inutilmente la speranza di far accogliere Lodi fra i membri dell’Accademia d’Italia. In quella circostanza si rivolse invano a conoscenti di vecchia data. Scrisse anche a D’Annunzio, che andò a trovare al Vittoriale il 28 febbraio di quell’anno in compagnia della nipote Vera, figlia di Carlo, il primogenito. Tra i damaschi e le memorie si consumò tristemente l’ultimo atto del Piacere, quasi a indicare il tramonto di un’epoca.

Morì improvvisamente l’11 febbraio 1933 a Roma, pochi giorni prima del marito.

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