accadde…oggi: nel 1907 nasce Rachel Carson, di Sylvie Coyaud

Rachel Carson

Grande lettrice già dall’infanzia, comincia a scrivere, per il giornale della scuola alle medie, storie di animali che osserva perlustrando i 26 ettari della fattoria dei genitori. Al college femminile della Pennsylvania, sceglie di studiare biologia. Ammessa alla John Hopkins University, si mantiene facendo da assistente di laboratorio e si laurea nel 1932, ma non ha i mezzi per conseguire un dottorato. Insegna alla scuola estiva dell’università, fa ricerca al dipartimento di zoologia dell’università del Maryland, ma alla morte del padre nel 1934, deve mantenere la madre e una sorella, e trova un terzo lavoro al Bureau of Fisheries dove si cerca una persona che scriva 52 sceneggiature di 7 minuti l’una, per una rubrica radiofonica educativa. Dopo il successo della serie, e degli articoli per i giornali che lei ne trae, viene assunta, seconda donna nella storia del Bureau, come biologa acquatica, anche se i suoi compiti sono di controllare i dati scientifici e di trarne opuscoli per il grande pubblico. Collabora stabilmente con un quotidiano di Baltimora, e pubblica un saggio sulla rivista culturale «Atlantic Monthly». È una giornalista ben pagata, e quando nel 1937 muore anche la sorella maggiore, riesce a mantenerne i due figli – il cognato non versa gli alimenti, e suo fratello Robert si fa vedere di rado, di solito per chiedere denaro. Nel 1941 pubblica il suo primo libro Under the Sea Wind, seguito nel 1951 da The Sea around us (Il mare intorno a noi). Nel frattempo è diventata direttrice delle pubblicazioni del Bureau, ma Mary Rodell, la sua agente letteraria, la incoraggia a scrivere a tempo pieno. Con le vendite del Mare attorno a noi, pluripremiato e il cui adattamento per il cinema – indegno, a suo avviso – vince l’Oscar del miglior documentario, nel 1953 si compra un potente microscopio e un cottage a Southport Island, nel Maine, a due passi dalla riva che descrive in The Edge of The Sea (1955). Oggi l’area è il Rachel Carson National Wildlife Refuge.
A Southport, incontra Dorothy Freeman, una vicina sposata con figli, che la asseconderà nelle sue imprese. Amicizia intensa o amore discreto, non si sa. Dalla corrispondenza fitta e tenera pubblicata a cura di una nipote di Dorothy e dalla quale mancano le lettere che entrambe avevano distrutto quando Rachel stava per morire, è però evidente che si sentono unite dalla passione per la natura e dalla volontà di intervenire nella vita pubblica, per riuscire a proteggerla.
Era l’epoca delle morie ricorrenti di pesci nel Mississippi, del fiume Cuyahoga che, coperto d’idrocarburi, s’incendia nel centro di Cleveland, degli aerei che per conto del Ministero dell’agricoltura o di aziende agro-alimentari, spargono nubi di insetticidi per fermare un’invasione di formiche, e pazienza se le nubi si posano sulle abitazioni e i giardini. La libertà d’inquinare è garantita dall’assenza di leggi a difesa dell’ambiente e dei suoi abitanti, e gli effetti sulla flora e la fauna sono evidenti. La maggioranza degli scienziati è allarmata, ma una minoranza ritiene che i benefici per l’agricoltura prevalgano su una tossicità “ancora da dimostrare” e sulla quale “non c’è consenso” (frasi di attualità anche a proposito dei cambiamenti climatici). «Epitome della studiosa gentile, timida e riservata» dirà poi il «New York Times», Rachel Carson si butta nella mischia. «Mi sono accorta di aver camminato per tutta la vita, inconsapevolmente, verso questa battaglia» scrive a Dorothy.
Prima si fa costruire una casa confortevole a Silver Spring in cui si trasferisce con la madre e Roger, figlio di una nipote, che aveva adottato dopo che era rimasto orfano. Poi va nelle biblioteche e i laboratori, fa alcuni esperimenti e altri ne commissiona, complici gli ex colleghi che la mettono in contatto con altri ricercatori. Le è chiaro che le tossine che uccidono i parassiti s’accumulano negli organismi che di questi si nutrono, con una concentrazione maggiore via via che si sale nella catena alimentare. Le è altrettanto chiaro che le occorrono prove solide prima di denunciarlo: l’industria chimica non l’avrebbe certo presa bene.
Spera di concludere l’inchiesta in pochi mesi, ma si ammala ripetutamente, e di cancro al seno proprio mentre scrive i due capitoli sulle sostanze cancerogene. La aiutano a finire il libro decine di scienziati. Per evitare attacchi personali, un redattore suggerisce a Miss Carson di usare uno pseudonimo come ha fatto Barry Commoner, l’americano che gli europei considerano il padre dell’ambientalismo. Invece l’ambientalismo ha una madre senza paura. Insieme a Dorothy Freeman, Marie Rodell, i direttori dei giornali sui quali sarebbero uscite le anticipazioni e i legali della casa editrice, organizza la propria difesa. Negli anni precedenti era stata invitata a tenere conferenze in college, università, fondazioni, circoli di lettori e lettrici, innumerevoli club e associazioni sparse dalla California ai Grandi Laghi, animate da estimatori di Thoreau, John Muir, Walt Whitman, per propagare l’ideale (e l’ideologia qualche volta) dei grandi, meravigliosi spazi americani. Avrebbero ricevuto il libro in anteprima e deciso se mobilitarsi per sostenerlo.
Nell’estate 1962 il «New Yorker» pubblica le prime puntate di Primavera silenziosa e la bagarre ha inizio. I produttori di pesticidi («biocidi», li chiama lei) minacciano di querelare i media che ne parlano. Un loro comitato di scienziati denuncia l’inaffidabilità dell’autrice. Parte una campagna denigratoria contro quella «zitella» frustrata, isterica e forse comunista, che vuol privare i figli altrui dei vantaggi del progresso. Indebolita dalla chemioterapia ma fresca di parrucchiere, lei testimonia davanti alla commissione del Congresso, e al comitato di esperti convocati dal presidente Kennedy per accertare la validità delle sue affermazioni. Il rapporto degli esperti esce nel maggio 1963 e le dà ragione.
Primavera silenziosa è subito un best-seller, sempre ristampato da allora negli Stati Uniti come in Europa. Porta a leggi contro l’inquinamento, alla fondazione dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente per farle applicare, e dell’Agenzia per la ricerca sugli oceani e l’atmosfera. Per sostenerne le tesi, si organizzano le forze sparse che avrebbero generato poi i Verdi di varie sfumature, Greenpeace, la World Conservation Union, il WWF e altre Ong intente a ripulire il mondo. Inizia il movimento per bandire il DDT e altri composti chimici come il defoliante detto Agent Orange che aerei americani avrebbero sparso lo stesso sulle foreste del Vietnam e del Laos durante la guerra, nonostante gli effetti cancerogeni e teratogeni fossero noti.
Oggi come allora, il degrado dell’acqua, dell’aria e del suolo è il «prezzo del benessere», secondo i fautori della libertà di inquinare in cambio dello sviluppo economico, ma una causa di malessere e di sottosviluppo innanzitutto per i più poveri, secondo le associazioni umanitarie e ambientaliste. Perciò gli oppositori a nuove misure contro l’inquinamento, questa volta per frenare il riscaldamento globale, riparlano di Rachel Carson. La accusano [1] di aver fatto bandire il DDT e di aver contribuito così alla morte per malaria di milioni di africani e denunciano come altrettanto efferate le riduzioni dei gas serra chieste dai suoi “seguaci”. Tra i quali l’ex vice presidente Al Gore, reo d’aver commesso nel 1992 una bella prefazione all’edizione del trentennale di Primavera silenziosa.
Rachel Carson, però, non ha chiesto il bando del DDT, solo di farne un uso «saggio». Era contro la spietatezza del progresso così come lo intendevano le grandi industrie, non contro quello della scienza onesta di cui si sentiva portavoce. E il mondo deve essere un po’ rinsavito perché mentre il DDT è stato vietato in agricoltura, viene ancora autorizzato per rallentare la progressione della zanzara che trasmette la malaria.

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