accadde…oggi: nel 1892 nasce Djuna Barnes, di Claudio Ciccotti

Djuna Barnes: la più celebre sconosciuta al mondo

1.L’infanzia: tra arte, poliamore e sacrificio

Arte e anticonformismo la segnarono sin dall’infanzia. Nacque a New York in una famiglia di artisti e attivisti politici. Sua nonna paterna, Zadel Turner Barnes, era stata una suffragetta, scrittrice e giornalista che aveva ospitato per molto tempo nella sua casa un salotto letterario. Suo padre, Wald Barnes, invece, era un compositore, un musicista e un pittore, ma non era riuscito a imporsi ai più con le sue creazioni. Artista decaduto, sposò la madre di Djuna nel 1889 ma, da fermo sostenitore della poligamia, dopo le nozze fece trasferire una sua compagna – Fanny Clark – presso casa loro, quando Djuna aveva 5 anni.

Wald Barnes faceva ben poco per aiutare economicamente la famiglia. Sostenitore dell’idea che l’uomo dovesse dedicarsi alla procreazione continua, ben presto arrivò a contare otto figli nella sua famiglia allargata. Zadel sosteneva che il figlio fosse un talento non riconosciuto e non apprezzato dal resto della comunità artistica quindi si prodigava lei in prima persona per l’intera famiglia, chiedendo prestiti e aiuti anche ad amici di vecchia data.

Djuna era la secondogenita dei figli e si prese cura dei fratelli e delle sorelle per gran parte della sua infanzia, dovendo spesso fare i conti con sacrifici e privazioni. Fu educata tra le mura domestiche dal padre e dalla nonna. Alla matematica e alle basi dello spelling, preferì le lezioni di scrittura, arte e musica. Solo superati i dieci anni, venne iscritta a una scuola pubblica ma arrivò a contare pochissime presenze.

Durante l’adolescenza fu al centro di un episodio doloroso. Da alcuni studi, infatti, sembra intuirsi che a 16 anni fosse stata vittima di uno stupro. Non è chiaro però se il colpevole fosse il padre o un vicino di casa (dietro il consenso del padre stesso). Queste voci non trovarono mai fondamento né in dichiarazioni esplicite della scrittrice né nella sua autobiografia incompiuta. Gli unici riferimenti a uno stupro lasciato dall’autrice sono presenti in Ryder (1928), il suo primo romanzo, e nella sua ultima commedia teatrale, The Antiphon (1958).

Poco prima dei 18 anni si unì al fratello di Fanny Clark, Percy Faulkner, cinquantaduenne, in una cerimonia privata senza benedizione religiosa. Il matrimonio fu celebrato più per volere della famiglia che per suo desiderio ma, forte di un carattere determinato e per niente di facile accondiscendenza, riuscì a resistere a quella situazione solo per due mesi. Quando i suoi genitori divorziarono nel 1912 per problemi economici, lei seguì sua madre e tre fratelli a New York. Questa separazione permise al padre di sposare, in definitiva, Fanny Clark.

 

2. La svolta artistica e il giornalismo

Fu questo il momento di cambiamento che Djuna aspettava: per la prima volta ebbe la possibilità di studiare seriamente arte. Cominciò a frequentare il Pratt Institute per circa sei mesi, così come altre scuole di specializzazione, ma sulle sue spalle grava il sostentamento di tutta la famiglia, quindi ben presto lasciò gli studi e cominciò a lavorare.

Varcò la porta del Brooklyn Daily Eagle per lavorare come reporter. La sua presentazione schietta e fiera è ricordata ancora oggi nel Brooklyn Museum con una targhetta commemorativa: “I can draw and write, and you’d be a fool not to hire me“.

Cominciò a scrivere per alcune testate e il suo nome si fece largo tra quelli più chiacchierati nel settore. Interviste, brevi pezzi, recensioni di spettacoli teatrali, articoli di cronaca a volte illustrati da lei stessa, e brevi racconti: per quanto scrivesse per giornali, il suo approccio alla scrittura mostrava sempre un taglio soggettivo e una chiara voglia di sperimentare controcorrente.

Con lo stesso spirito, si oppose al movimento più conservativo delle suffragette, simpatizzando invece per la schiera più progressista del movimento. Le opposizioni alle idee mainstreaming la spinsero spesso a intraprendere la strada della sperimentazione diretta di qualcosa di nuovo e pericoloso, qualcosa che altre donne prima di lei, in condizioni sicuramente diverse, non ebbero modo di vivere.

Così, cominciò a occuparsi di boxe, uno sport tradizionalmente maschile che vide come una metafora attraverso cui riflettere sulla figura della donna nella sua epoca. Da questo spirito di osservazione nacque nel 1914 un saggio dal titolo “My Sisters and I at a New York Prizefight” in cui pone una domanda provocatoria: “What do women want at a fight?”. In questa frase è concentrato tutto l’intento della Barnes: scardinare con la sua determinazione e sperimentazione un’intera storia culturale che vedeva la donna come schiacciata e oppressa dal peso del maschilismo e del machismo della società.

L’anno seguente Djuna lasciò la famiglia per trasferirsi presso il Greenwich Village, dove cominciò a frequentare artisti e musicisti bohemien. Tra questi Guido Bruno, noto per la sua forte lotta alla censura. Venuto a conoscenza della produzione letteraria non giornalistica della Barnes, volle darla alle stampe. Il primo componimento della raccolta che si ritrovò per le mani conteneva la descrizione di una scena omoerotica tra due donne, oggi palese ma forse ancora troppo velata ai tempi della pubblicazione. Tanto velata che la stessa New York Society for the Suppression of Vice potrebbe non averla colta. Per questo nessuna vera opposizione legale si schierò contro la pubblicazione e il volume venne dato alle stampe nel 1915.

Djuna Barnes era al tempo anche un membro attivo del collettivo teatrale amatoriale “Provincetown Players”, che puntava al risultato artistico piuttosto che al successo commerciale; un aspetto, questo, che incontrava totalmente i valori artistici della scrittrice.

Per quanto il loro teatro al Greenwich Village fosse piccolo e poco professionale, viene ancora ricordato come una pietra miliare nella storia del teatro americano. Il suo sipario si alzò sulle rappresentazioni di molti illustri del tempo tra cui Theodore Dreiser e Wallace Stevens, e lanciò la carriera di Eugene O’Neill. Anche alcune sceneggiature della Barnes furono rappresentate in quel teatro.

Il Greenwich Village ai tempi era noto per essere anche un luogo di grande libertà sessuale oltre che intellettuale. La Barnes, che era cresciuta con modelli relazionali non convenzionali e incoraggiati tra le mura domestiche tanto dalla nonna quanto dal padre, non poteva che trovarsi a suo agio in quel clima di fermento. Nei circoli fu impegnata a criticare la gravidanza e a difendere la libertà sessuale. Era così convinta del valore intrinseco della libertà sessuale da non aver mai provato alcun tipo di pentimento sapendo di avere delle relazioni e degli incontri amorosi con più uomini e donne. Proprio per questo suo approccio molto franco e senza titubanza, aveva reso manifesta alla famiglia la sua bisessualità già a 21 anni.

 

3. Parigi

Inviata a Parigi nel 1921 dalla McCall’s Magazine per intervistare gli scrittori americani espatriati, Djuna Barnes divenne ben presto un nome chiacchierato nella scena bohemien sulle sponde della Senna.

Arrivò a Parigi con una lettera da presentare a Joyce. L’autore le avrebbe rilasciato una intervista per Vanity Fair e, galeotto questo incontro, i due diventarono buoni amici.

La lettura di Ulysses influenzò Djuna Barnes a punto da spronarla ad avvicinarsi alla scrittura in modo nuovo: lasciata ogni forma decadente a cui era legata, abbracciò quello stile più modernista che l’ha poi consacrata. Se la forma risente dell’influsso di Joyce, qualcosa nel contenuto la allontana dall’autore: da una parte, Joyce aveva come oggetto della narrazione temi comuni con l’obiettivo di renderli straordinari; dall’altra, Djuna Barnes preferiva dare spazio all’insolito e al grottesco. La sua stessa vita, d’altronde, lo era e per questo la ritroviamo al centro di tutte le sue opere.

Il suo primo romanzo autobiografico, Ryder (1928), portava traccia della difficile impresa di tenere insieme tutti i pezzi di una relazione poliamorosa, fuori dalle convenzioni sociali e di certo inattesa e lontana per il lettore. Quasi ogni capitolo del libro è composto in uno stile diverso, dal poetico alla prosa amorosa. In quanto esperimento narrativo sulla vita della scrittrice e della sua famiglia (dietro nomi fittizi), il romanzo non si presenta con una trama lineare, quasi a voler sottintendere la particolare instabilità delle relazioni e dei dialoghi, degli equilibri e delle convenzioni sociali. Alcune parti furono censurate al momento della pubblicazione e sostituite dall’autrice con degli asterischi che, per sua intenzione, dovevano far percepire quanto la censura in voga in America in quegli anni avesse contribuito a deturpare la bellezza e l’armonia letteraria del libro. A impreziosire le pagine del romanzo ci pensarono le illustrazioni realizzate dalla stessa Barnes. Le difficoltà non impedirono al testo di diventare presto un bestseller per il New York Times. Il manoscritto originale fu distrutto durante la seconda guerra mondiale e l’autrice in occasione delle ristampe degli anni seguenti si rifiutò di integrare le parti censurate nella prima edizione.

Anche la Barnes visse una relazione poliamorosa. Durante gli anni parigini (e non solo) visse una intensa relazione omoerotica con l’artista Thelma Wood, un’originaria del Kansas trasferitasi come molti a Parigi per dare spazio e coltivare il suo estro artistico.  Sebbene, in quegli anni non fosse la sua unica amante, con Thelma era diverso: fu l’unica donna che amò, come dichiarò anche in fin di vita, e con cui andò a vivere in un appartamento che potè permettersi proprio grazie al ricavato delle vendite di Ryder.

Prese parte al salotto letterario di Natalie Clifford Barney che di lì a breve divenne una delle sue più care amiche e uno dei personaggi centrali della sua raccolta di testi sulla vita delle artiste lesbiche a Parigi, Ladies Almanack (1928). Qui ritroviamo anche la vicina di casa, Mina Loy, amica di vecchia data della Barnes e unico personaggio eterosessuale della raccolta. Tutti i personaggi dell’opera compaiono dietro pseudonimo a tessere la loro fitta rete di intrighi amorosi per le strade della capitale francese. Natalie Clifford Barney è descritta come una donna sulla cinquantina, generosa, saggia, pronta ad accogliere sotto la sua ala protettrice tutte le donne in forte difficoltà, dispensando aiuti e saggezza tanto da meritare di essere santificata. Djuna Barnes firmò il libro col nome “A Lady of Fashion” e lo diede alle stampe in tiratura limitata, per poi venderlo con l’aiuto degli amici per le strade di Parigi.

Sia questa raccolta sia Ryder furono dedicati a Thelma Wood ma proprio nell’anno della pubblicazione di entrambi i libri le due posero fine alla loro relazione. Se, da un lato, Djuna avrebbe voluto instaurare una relazione più monogama, dall’altro Thelma non ne era convinta. La dipendenza da alcolici di quest’ultima peggiorò poi la situazione portando alla rottura definitiva.

 

4. La reclusione volontaria

Agli inizi degli anni ‘30 Djuna Barnes cominciò a scrivere il romanzo Nightwood, la cui pubblicazione la vide passare di editore in editore fino a quando Emily Coleman, amica di Djuna Barnes, fece pressione su T.S. Eliot affinché lo leggesse.

Eliot, che ai tempi era un editor presso la Faber and Faber, pubblicò il romanzo nel 1936 e ne rimase così entusiasta da accompagnare la ristampa dell’anno seguente con una sua prefazione. Il linguaggio modernista risentiva così tanto della sensibilità poetica della scrittrice che secondo T.S. Eliot solo un vero estimatore dell’arte poetica avrebbe potuto apprezzare la prosa del romanzo.

La pubblicazione, che contiene la descrizione esplicita di relazioni lesbiche, fu apprezzato molto dalla critica. Per contro, le vendite non furono alte. Date le scarse entrate anche sul fronte giornalistico, in quel periodo Djuna dipendeva dal supporto economico di Peggy Guggenheim, che la ospitava nella sua dimora frequentata da artisti e personaggi di spicco dell’epoca.

Questa condizione ebbe una ricaduta molto forte sulle sue condizioni mentali e fisiche. Cominciò ad abusare di alcolici, fino al tentato suicidio nel 1939 in un hotel londinese. Esasperata dalle attenzioni che la Barnes le richiedeva, Peggy Guggenheim fu costretta a rimandarla a New York dalla madre. L’anno seguente venne ricoverata in una struttura ospedaliera attrezzata per la sua ripresa, ma lei, furiosa, cominciò a provare forte astio e risentimento verso la sua famiglia, tanto da volerne trarre ispirazione per un’autobiografia senza veli. Il rapporto con la madre si inasprì ulteriormente al suo ritorno a casa, tanto che fu cacciata e, ben presto, si ritrovò senza un tetto sulla testa.

Si stabilì a casa di Thelma Wood in sua assenza, fu ospitata per qualche mese da Emily Coleman e dal suo amante; fece infine ritorno a New York in un piccolo appartamento nel Greenwich Village. Lì rimase per il resto della vita in estremo isolamento. Per tutti gli anni ‘40 non fu in grado di produrre nulla a causa della sua dipendenza da alcolici. Nonostante questo, Coleman e Guggenheim provvedevano a mandarle gli aiuti finanziari e pagarle lo stipendio.

Ci vollero altri anni e molte delusioni lavorative perché trovasse la forza di liberarsi dalla dipendenza da alcolici, capendo quanto fosse dannosa per le sue abilità artistiche. Mise così mano a una commedia in versi nel 1950 dal titolo The Antiphon, con lo scopo di ripercorrere la sua vita famigliare. Lo fece con molta pesantezza sul cuore e molto astio mossa – come spiegò al fratello – da una voglia di giustizia, per riportare alla luce qualcosa che era ancora vivo nel suo ricordo.

Dopo questa parentesi, continuò la sua scrittura di poesie, rimaneggiando i componimenti più volte fino a ottenerne ben 500 bozze di cui davvero poche vennero pubblicate mentre era ancora in vita. Nonostante l’artrite, scriveva 8 ore al giorno reclusa in casa, rifiutando ostinatamente le visite di amici e ammiratori, a rifiutare inviti e lettere.

Fu inclusa nel National Institute of Arts and Letters nel 1961. Quando si spense nel 1982, con lei terminò la generazione dei grandi modernisti anglo-americani.

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