accadde…oggi: nel 1889 nasce Camilla Ravera, di Paolo Franchi

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Nata a Acqui Terme, maestra elementare, già a otto anni resta fortemente impressionata da un corteo di donne scalze e malvestite: «Fu allora che nacque in me coscientemente l’interesse per la condizione della donna lavoratrice», scriverà molto tempo dopo. Giovanissima, aderisce al Partito socialista.

Protagonista, con Antonio Gramsci, del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, è tra i fondatori, nel ‘21, del Partito comunista d’Italia, di cui guida l’organizzazione femminile e il periodico La Compagna. Al partito consapevolmente sacrifica ogni altra possibilità di autorealizzazione, di autovalorizzazione: «Fin da giovane, sono stata tanto presa dalla politica da non avere né tempo né disponibilità per accettare l’idea di avere un compagno o un figlio.

Infatti ho sempre creduto che per una donna formare una famiglia significhi rinunciare a molte aspirazioni, specie nel campo del lavoro e dei rapporti sociali». Ma sono le compagne che la hanno conosciuta in carcere, come Felicita Ferrero, le prime a testimoniare dell’umanità e della ricchezza affettiva di questa dirigente comunista che pure chiamano scherzosamente “la cattedrale”.

Già dal congresso di Lione (1924) in cui si schiera con Gramsci e Togliatti contro Bordiga, fa parte del Comitato centrale, dell’Esecutivo e dell’Ufficio di organizzazione del partito. In clandestinità prima con il nome di battaglia Micheli, poi Silvia, dopo la “svolta” è incaricata di ricostituire il Centro interno e di riorganizzare il partito in Italia. Il 10 luglio 1930, ad Arona, dove deve incontrare altri dirigenti clandestini per preparare la giornata mondiale contro la guerra, in programma per il primo agosto, non trova ad attenderla i suoi compagni ma decine di poliziotti. Con vari stratagemmi, riesce a far sapere al partito il nome del delatore, Eros Vecchi.

Il Tribunale Speciale la condanna a 15 anni e sei mesi di detenzione, che sconterà fino alla caduta del fascismo, salvo un brevissimo periodo di libertà per l’amnistia del ‘32, in carcere a Trani e a Perugia, e al confino a Ponza e a Ventotene. Dirà della sua detenzione in carcere: «Fui trattata con rispetto e non dovetti subire pressioni di sorta, ma ero considerata un’anima destinata alla dannazione […]. Una suora entrava nella mia cella sempre tendendo in mano il crocefisso, così come i napoletani toccano il cornetto».

A Ponza, che definirà «una ciabatta abbandonata nel mare», arriva alla fine del ‘37, e viene subito messa al corrente dal collettivo carcerario delle «posizioni opportunistiche» del confinato comunista Umberto Terracini: non dà credito all’accusa. Trasferita, con gli altri, nella vicina isola di Ventotene, assieme a Terracini, a partire dall’autunno del 1939 è protagonista di un aspro conflitto con il direttivo comunista del Confino, composto da Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Santhià, Cicalini e Pratolongo. In un documento non datato, ma comunque immediatamente successivo al patto Ribbentrop-Molotov, il direttivo sostiene che la lotta contro la guerra non coincide più con la lotta contro il fascismo, giacché «investe anche quei partiti democratici che ieri facevano blocco con il proletariato nella lotta per la democrazia e la libertà, e oggi fanno blocco con i ceti reazionari dell’imperialismo».

Terracini e Ravera non condannano apertamente il patto russo-tedesco ma, in aperto contrasto con la posizione dominante tra i comunisti dell’isola, sostengono che ogni equidistanza è inammissibile: «Non si può non vedere non coincidente la vittoria del nazismo a conclusione della guerra con la fascistizzazione dell’Europa e l’aggravarsi estremo del pericolo di aggressione all’Unione Sovietica», sostengono. Accusati di «opposizione senza principi», vengono espulsi dal partito.

Scarcerata a 55 anni nel settembre del ‘43, malata, Camilla Ravera ripara con la sorella in un casolare del Pinerolese: dà lezioni ai figli dei contadini che, in molti casi, vanno a raggiungere i partigiani. Nel Pci potrà essere riammessa solo dopo la Liberazione. Togliatti, a Torino, la abbraccia pubblicamente, e chiede ai dirigenti locali che cosa mai aspettino per farla tornare a lavorare nel partito. Lei accetta di ridurre al rango di “fesserie” le misure punitive cui è stata sottoposta al confino.

Nel ‘46 è eletta consigliere comunale a Torino, dal ‘48 al ‘58 rappresenta il Pci in Parlamento. È a lungo dirigente dell’Unione Donne Italiane. Nel 1982 il presidente della Repubblica Sandro Pertini la nomina senatrice a vita. Quasi centenaria, la maestrina dalla penna rossa del Pci muore a Roma nel 1988.

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