Cari salviniani, non vincerete. L’umanità è più forte di voi. Le donne pure, di Cinzia Pennati

Cari salviniani, non vincerete. L’umanità è più forte di voi. Le donne pure.

Lei si è fermata. Mi ha chiamato signora.

Io ho alzato la testa. Mi ha sorriso e mi ha chiesto qualcosa per il suo bambino.
Ho mollato il libro e mi sono tirata su. Manco l’avevo visto. Figlio come le mie.

“Come si chiama?” le ho chiesto.
“Fallou” mi ha risposto sorridendo.

Ho pensato subito alla mia scuola, lì sono passati tanti bambini che si chiamano così.

Gli ho preso la manina ma non sorrideva, forse era stanco.

Lei non aveva età, le mancavano dei denti. Le ho guardato i piedi, erano devastati, lo faccio sempre quando sono in spiaggia, guardo i piedi dei venditori ambulanti, forse per farmi male.

Se fossimo in un altro secolo, io avrei un ruolo ben preciso, non sarei schiava, loro sì.

Non hanno le catene, certo, ma chi vorrebbe fare a cambio con loro? Chi vorrebbe attraversare le spiagge con pile di ceste sulla testa? con montagne di asciugamani sulle spalle e camminare per ore nella speranza di richiamare la nostra attenzione e fare qualche soldo? Chi lo farebbe?

Lei lo sa che con un figlio ha più possibilità di intenerire, forse per questo lo porta con sé o forse non sa dove metterlo.

Una volta ad un corso sulla cultura africana mi hanno spiegato che le donne africane non parlano tanto ai bimbi piccoli come facciamo noi, loro, li hanno sempre sulla schiena e ci fanno tutto insieme.

Di certo, chissà se lo sa che nel nostro Paese non basta essere donna, bisogna essere madre, per essere riconosciute di più.

A volte, però, nemmeno i bambini hanno la nostra compassione.

Fallou non ride.

Lei è stanca. Mi ringrazia. Passa oltre. Si ferma un po’ più in là, un gruppo di donne si avvicina. Le sorridono. Comprano qualcosa. Fanno qualche coccola a Fallou.

Lui non ride.

Lui in un Paese civile non sarebbe in spiaggia. Avrebbe un asilo. Un luogo di accoglienza. Sua madre avrebbe i denti a posto e i piedi non sarebbero deformati dal caldo e dalla fatica.

In un Paese civile io non sarei la privilegiata, lei non sarebbe la schiava, perché di questo si tratta.

Non so come si possa pensare che vengano qui a rubarci il lavoro. Quale lavoro, quello sulle spiagge?

Non so come si faccia a pensare.

La verità è che quando mi passano davanti sono io quella che abbassa lo sguardo, perché mi vergogno e non c’è volta in cui io mi chieda come poter fare di più.

Sono contenta che sia caduto questo governo. Anche se non dovrei dirlo perché le conseguenze le pagheremo a caro prezzo.

Ma è più alto il prezzo che sta pagando l’umanità.

Sono contenta, perché quel decreto sicurezza che di sicuro non ha nulla, è un decreto disumano.

Credo che dalle leggi razziali ad oggi, non ci sia mai stato niente di simile ed è una vergogna per un Paese come il nostro che ha vissuto un periodo della storia tristissima.

Sono contenta di poter scrivere e schierarmi e sapere da che parte stare.

Chissà se le donne calabresi hanno fatto sorridere Fallou, di certo si sono impegnate.

Di certo nessuno le ha gridato: sporco negro o qualcosa del genere. Anzi, a loro modo, hanno accolto, come sa accogliere il Sud, a dispetto di quello che si vuole far credere.

L’umanità e le sue donne sono più forti dei vostri tentativi di dividerci gli uni dagli altri. Il Nord dal Sud, le donne dagli uomini, le famiglie tradizionali da quelle non tradizionali…e potrei fare un lungo elenco.

Chissà quanto pesa il cuore di Fallou, mi sono chiesta mentre si allontanava tutt’uno con sua madre chiuso in quel telo che sembra una scacchiera.

Chissà se il suo cuore ha già la strada tracciata.

Io spero tanto di no, spero che in questo Paese possa essere degno come quello dei nostri figli e il mio abbia lo stesso valore di quello di sua madre.

Lo spero tanto. Spero davvero che si possa raccontare una storia nuova.

E che Fallou non debba attraversare spiagge, sotto un sole cocente per poter sopravvivere. E che la sua mamma si debba solo preoccupare, come facciamo noi con i nostri bambini, di farlo sorridere.

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