accadde…oggi: nel 1833 nasce Teresa Gnoli, di Raffaella Di Castro

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Nacque a Roma il 23 ag. 1833, dal conte Tommaso e da Maddalena Dini. Nel 1848 il padre, decano degli avvocati concistoriali e avvocato dei poveri, impressionato dall’uccisione di P. Rossi e dai successivi tumulti decise di non aderire alla Repubblica Romana e il 14 maggio 1849 si allontanò da Roma insieme con la moglie e i sette figli, trovando ospitalità presso parenti materni a Montepulciano. Malgrado questa prova di fedeltà al papato, con la restaurazione lo Gnoli lasciò la procura generale dei poveri, nello stesso anno (1850) in cui perdeva la moglie.

Nei suoi ricordi la G., consapevole dell’importanza degli eventi di cui era testimone, rievocò con commozione il viaggio verso la Toscana: l’angoscioso attraversamento della città in mezzo alle barricate, “il sentimento di profonda mestizia” per lo stato di disordine e di rovina in cui la “povera Roma” era “ridotta dai suoi stessi cittadini”. Il soggiorno a Montepulciano, durato più di tre mesi, diventò pertanto uno fra i periodi più belli della sua vita e, trasfigurato in una sorta di mitico paradiso perduto, costituì anche in seguito una delle sue principali fonti ispiratrici. “Penso che il più bel giorno di un cittadino – scrive la G. al padre, nostalgica di quei tempi – non sia quello in cui viene proclamata una formidabile Repubblica, ma in cui, in aperta campagna riposa delle fatiche, ché è più facile trovar pace tra i contadini che tra i cittadini” (Arch. Gnoli).

All’epoca la G. aveva già manifestato l’inclinazione alla poesia, incoraggiata in ciò dal padre che, poeta egli stesso, aveva trasformato la sua casa in una sorta di accademia aperta ai più illustri letterati. È però opinione diffusa che la G. e i fratelli Elena e Domenico ereditassero il loro talento più dalla madre, loro educatrice per tutta l’infanzia, “donna modestissima che non faceva professione di lettere, ma aveva grande affettuosità e fantasia”, che dal padre, il quale “coltivava la poesia più per moda e per il decoro che gliene derivava che per innata propensione dello spirito” (Arch. Gnoli). Precocissima, già a sette anni improvvisava versi in stile metastasiano, a dieci – secondo la testimonianza del fratello, che può ritenersi il suo critico più attento – componeva poesie che, se non ancora di gran pregio, “non erano inferiori a quelle correnti nelle accademie” (D. Gnoli, p. 21).

Fu O. Raggi a pubblicare le prime due poesie della G., Alla rosa e La vera patria (1844), e a diffonderne la fama tra gli intellettuali del tempo (entusiasta ne fu in particolare P. Giordani). Entrata l’anno seguente a far parte dell’Arcadia e dell’Accademia Tiberina, su sollecitazione del padre, da allora la giovane poetessa dovette esibirsi in tutte le adunanze solenni delle due accademie, sacrificando spontaneità e fantasia alle esigenze del pubblico e alle convenzioni del repertorio.

D. Gnoli imputa a un eccesso di generosità l’incapacità della sorella di sottrarsi alle richieste di poesie celebrative – tanto più insistenti quanto più cresceva la sua fama – e ritiene che, dall’abitudine di scrivere su commissione, ella contraesse una “triste” attitudine alla facilità, alla vaghezza espressiva e alla convenzionalità formale che inficia a volte anche le sue composizioni più autentiche, le sole, a suo avviso, delle quali “si deve tener conto” (D. Gnoli, p. 22). Conseguenze altrettanto negative ebbe poi l’insegnamento di Rosa Taddei, professoressa e poetessa estemporanea di grande fama a Roma, che incarnava pienamente la concezione dilettantesca della poesia come esercizio di abilità imitativa e accompagnamento ornamentale delle solennità civili, assai radicata nell’asfittico ambiente culturale dello Stato pontificio.

In quegli anni il nome della G. comparve – sempre accompagnando quello della Taddei – nelle numerose raccolte di versi in onore di Pio IX pubblicate in seguito al decreto di amnistia. L’occasione per realizzare il sogno paterno di raccogliere in un unico volume le sue poesie, apparse fino a quel momento solo in antologie e opuscoli sparsi, le fu offerta dalla monacazione della cugina Vincenza Tarugi. Il volume (Offerta di poesie per la vestizione religiosa di Vincenzina Tarugi, Roma 1856), cui contribuirono anche i fratelli, raccoglieva tutti i componimenti giovanili della G. consoni all’occasione, per lo più scolastici e di scarso valore artistico. La poesia conclusiva, La solitudine o il desiderio dell’infinito, in versi sciolti e con evidenti influssi romantici e leopardiani, preludeva tuttavia all’audacia e originalità compositiva di alcune liriche successive (La notte. A V. Tarugi, Non ti scordar di me, Una madre indiana, A mio padre, Il pellegrino e la speranza).

In quegli anni la G. frequentava, insieme con il fratello, i poeti della cosiddetta scuola romana, nemici acerrimi del romanticismo e fautori, pur nel disprezzo per lo “scioperato dilettantismo settecentesco” delle accademie (D. Gnoli, p. 7), del più rigido classicismo. All’interno del gruppo ella rimase però appartata, penalizzata dalla stessa condizione femminile che ne comportò l’esclusione dai ritratti dei poeti della scuola romana pubblicati da P.E. Castagnola su La Rassegna nazionale e che le fece rivolgere da un anonimo recensore, peraltro ben disposto nei suoi confronti, l’esortazione a ricordare “infine che è una donna; e con ciò vuol dire che il maggior tempo suo deve spenderlo a pensare alla casa, che così soltanto penserà ancora alla società” (Strenna romana, in L’Arte, VIII [1858], p. 2).

Se in molte composizioni della G. è evidente l’influsso leopardiano, un suo poemetto inedito in forma drammatica, Gioia e malinconia (1857), in cui il poeta di Recanati interviene in prima persona con i suoi stessi versi, è prova inconfutabile della conoscenza che la G., iniziata probabilmente da G. Torlonia, ebbe della sua opera. Nell’ode A Teresa Gnoli (1856), il Torlonia la incitava a ravvivare la sua poesia con lo studio della letteratura romantica e della filosofia tedesca. Tali consigli non ebbero presa sulla G., troppo provinciale e purista per lasciarsi trascinare veramente dalle novità. Tuttavia il Torlonia contribuì molto a divulgarne la fama promuovendo insieme con P.E. Castagnola le due principali raccolte dei poeti della scuola romana, I fiori della Campagna romana (Firenze 1857) e Strenna romana (ibid. 1858), e riservandole, specie nella seconda, un posto privilegiato. Riflesso del successo che la G. ne conseguì fu il gran numero di articoli e recensioni elogiative che in quegli anni le dedicarono le maggiori riviste letterarie. Molto apprezzato fu – soprattutto per i suoi cori patriottici – il dramma lirico Torquato Tasso a Sorrento che, composto dalla G. nel 1857, in occasione della traslazione delle ossa del Tasso nel nuovo monumento in S. Onofrio, fu inserito nella Strenna romana e, in seguito, musicato da G. Branzoli (1860).

Il 15 nov. 1857 la G. perse, con la morte della sorella Elena (nata il 18 dic. 1834), l’unica confidente rimastale, specie dopo che la Tarugi si era segregata in una rigidissima vita monastica. Anche lei prolifica autrice di versi in cui il presentimento della morte si placava nella consolazione religiosa, Elena era vissuta nell’ombra della personalità della sorella, di cui “gelosamente custodiva e imparava a memoria gli scritti anche più minimi” (Borgogno, p. 381), di modo che la sua produzione poetica, tenuta nascosta perfino ai familiari, fu scoperta solo dopo la sua morte.

Un anno dopo, nel 1858, morì anche G. Torlonia. La G., profondamente depressa a causa dei molteplici lutti, si ritirò dalla vita letteraria, rinunziando per l’ostilità del padre al proposito, manifestato in alcune lettere, di prendere i voti sull’esempio della sorella Placida. Nel 1863 sposò Giovanni Gualandi, medico specializzato in malattie mentali, che, affascinato dalle parigine Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli, ne aveva fondato e presieduto il primo nucleo a Bologna (1850).

Primo gerente responsabile di Civiltà cattolica, successivamente il Gualandi come direttore del manicomio di S. Maria della Pietà a Roma combatté una difficile battaglia – accompagnata dalla pubblicazione di importanti monografie di tecnica manicomiale – nel tentativo di trasformare il manicomio da deposito di alienati in vero ospedale psichiatrico (G. Gualandi nel centenario della morte, p. 11). Fu tuttavia ostacolato dalle frange più oscurantiste, che, nel 1861, riuscirono a destituirlo dal suo incarico. La casa privata per malati di mente che, nel 1864, aprì a Frascati, con l’attiva collaborazione della G. che assisteva in prima persona i malati, non riuscì a sopravvivere alla scarsa rendita.

Nel 1870 i due coniugi tornarono a Roma, il Gualandi in veste di segretario dell’Istituto De Merode a palazzo Altemps, la G. dedicandosi all’insegnamento privato, in ciò succedendo – anche nella fama – alla Taddei (morta nel 1869). Nel 1879 su invito di papa Leone XIII fondò una scuola femminile, che volle dedicata a S. Caterina e che diresse fino alla morte, insegnandovi anche storia e critica letteraria. Un impegno educativo rivolto alla donna, ma in senso fortemente moralistico, edificante e conservatore, la G. aveva precedentemente dimostrato anche in alcuni racconti pubblicati a puntate sul periodico La Madre di famiglia (1870-71). Come testimoniano numerose poesie della G., in particolare La preghiera del sordomuto (1872), la G. e il marito contribuirono attivamente all’opera di assistenza ed educazione dei sordomuti iniziata nel 1849 a Bologna dai fratelli di lui, tanto da adibire la propria abitazione a sede della filiale romana dell’Istituto Gualandi (1884). Marito e moglie, inoltre, fecero voto che chi dei due fosse sopravvissuto all’altro avrebbe aderito alla Piccola missione per i sordomuti, promessa che il Gualandi mantenne puntualmente alla morte della moglie.

Dopo la breve parentesi creativa degli ultimi anni ’50, in cui le poesie della G. erano sembrate emanciparsi dalle strettoie accademiche e occasionali, “risorse in lei l’arcade della prima giovinezza” (Arch. Gnoli). A tale regressione contribuì la gretta mentalità del marito, che, nel suo furore clericale contro il nuovo regime, la tenne isolata dalla vita culturale, non gradendo che ella si esibisse pubblicamente e scrivesse poesie che non fossero di contenuto religioso. In effetti nella G. la nota civile che in qualche momento l’aveva spinta a comporre inni patriottici di grande popolarità (Siam tutti fratelli!, 1848, Alla patria, 1856) era sempre stata subordinata al sentimento religioso e alla devozione alla Chiesa. Vista, quindi, sconfitta dalla realtà l’utopia giobertiana, la G. si arroccò su posizioni di forte apologia del potere temporale e di deprecazione per la sua fine: “Io son Romana! non iscendo a vile / plauso […] / abborro, piango fra le altere e meste / figlie di Roma […] prigioniere, insin che a libertade / non torni il Padre. D’Italia a noi la signoria non basta” (Sulla profanazione di Roma. Lamento di una romana [1871]; v. inoltre: L’infallibilità pontificia [1870], La Chiesa alla Francia [1873], La stella di Pio IX [1878]).

La sua morte, avvenuta in Roma il 14 nov. 1886, passò quindi inosservata nel fervore della Roma postunitaria e nell’agguerrita concorrenza dei nuovi circoli letterari.

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