e niente, penso alla madre di Hevrin Khalaf, al suo dolore, alle nostre figlie, di Cinzia Pennati

E niente, penso alla madre di Hevrin Khalaf. Al suo dolore. Alle nostre figlie.

Oggi la girl grande è partita per cinque giorni. Destinazione Grecia, Atene. Viaggio di quinta.

Sono tormentate le mie notti. Non riesco a non pensare a quello che succede nel mondo. Persino ieri sera a yoga avevo l’immagine di Hevrin Khalaf uccisa a pietrate.

Penso ai bambini, ai figli, alla vita che è un soffio e ho paura.

In alcuni momenti più di altri.

Penso al futuro.

La mia girl non sa cosa farà dopo le superiori, è confusa, io non faccio che chiederglielo, la gente intorno non fa che chiederglielo: “Cosa farai?”.

 

Lei scuote la testa innervosita. “Non ne ho la più pallida idea” e poi mi guarda attonita e mi domanda:”Possibile che sia così confusa?”.

Devo lasciarla stare, non devo fare domande, potrebbe lavorare per un anno, fare volontariato, prendersi il tempo per capire ciò che desidera.

Che fretta c’è?

Ci pensavo ieri sera a yoga, coricata a terra, occhi chiusi. “Respira” e mi arrivavano le immagini della guerra, le immagini di Hevrin Khalaf, la barbarie.

Che fretta c’è?

Hevrin Khalaf potrei essere io, potremmo essere noi. Potrebbe essere mia figlia.

E lo so che stamattina faccio pensieri senza senso, ma la mia di figlia è lontana da me e capiterà, spesso, che sia lontana da me, se desidero che sia felice.

Io penso alla madre di Hevrin Khalaf. Penso all’orgoglio di aver una figlia così, a cosa avrà pensato quando è morta. Avrà pensato: perché non si è sposata, non ha fatto un figlio, due, tre, non è stata a casa e basta?

Che mondo è questo che uccide le sue donne in maniera così brutale? Quelle che difendono i diritti di tutti, ma anche le altre, quelle come noi.

Che mondo è quello che usa il loro corpo e lo massacra, solo per determinare il proprio potere?

Cosa dovrei dire a mia figlia? Stai a casa, stai sempre un passo indietro rispetto agli uomini, occupati della tua bellezza e di procreare, così, forse non ti succederà niente.

Penso alla madre di Hevrin Khalaf.

La verità è che ho paura. Ho paura di più perché lei è femmina e potrebbe venire stuprata, uccisa, schacciata, solo per il fatto di essere femmina. Ed è terribile.

Stamattina, sulla porta, l’ho abbracciata stretta. “Madonna mamma, tutte le volte che parto sembra chissà che!”.

Ma io lo sentivo che era contenta di essere abbracciata, desiderata, voluta.

La verità è che io ho paura ma non glielo dico, né le dico: stai un passo idietro. Né la fermo. Invece le racconto le storie di queste donne, perché sappia.

Mentre la guardavo uscire era ancora buio, sorrideva e io pensavo che il futuro può attendere un po’ per quanto mi riguarda.

Bisognerebbe odiarli gli uomini, è che non si può, altrimenti avrebbero vinto. Dobbiamo amare noi stesse, invece, e tanto. Più che si può. Così tanto da continuare a lottare, nonostante ci vogliano un passo indietro.

E niente, pensavo alla madre di Hevrin Khalaf. E al suo dolore.

E non ho pace.

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