accadde…oggi: nel 1894 nasce Carmelina Naselli, di Melita Leonardi

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Nacque a Catania il 4 novembre 1894, secondogenita di Gaetano Naselli e di Giuseppina Milani.

Nel 1919, si laureò in lettere sotto la guida di Achille Pellizzari, docente noto anche per la sua militanza nel Partito popolare e per il suo impegno nella Resistenza. Vinta una borsa di studio, poté completare la sua educazione frequentando a Firenze un corso presso la Scuola di studi superiori in letteratura italiana. Nel 1920 superò l’anno di perfezionamento sotto il magistero di Guido Mazzoni, allievo di Giosue Carducci e di Alessandro D’Ancona. Frutto di questo periodo di studi furono Il Petrarca nell’Ottocento (Napoli 1923), Domenico Cavalca (Città di Castello 1925) e un’edizione con note di Vite dei ss. padri di Domenico Cavalca (Torino 1926).

Essenziale per la sua formazione fu, tuttavia, Luigi Sorrento  – allievo di Paolo Savj Lopez – professore di filologia romanza, di lingue neolatine e apprezzato critico di letteratura francese e spagnola, che le trasmise l’interesse per la materia folklorica. Nel 1925 Sorrento la coinvolse nella redazione di un volume di una collana da lui diretta: L’isola del sole, antologia di canti, novelle e costumi popolari siciliani destinata all’adozione scolastica nel quadro della riforma Gentile. Dopo questo approccio le tradizioni popolari rimasero  sempre al centro della sua indagine scientifica e costituirono il filo rosso che legò le sue incursioni in diverse discipline.

Conclusi gli studi, cominciò a lavorare come insegnante presso la scuola media superiore. Partecipò inoltre alla vita culturale della sua città natale curando l’organizzazione di convegni, mostre e conferenze. Nel 1934, in occasione dei festeggiamenti per il V centenario della fondazione dell’Università di Catania, riordinò il Museo storico e contribuì alla raccolta di saggi Storia dell’Università di Catania dalle origini ai nostri giorni (Catania 1934).

Nel 1935 fu nominata curatrice della Mostra interprovinciale di arti popolari siciliane. Oltre a progettare la messa a punto dell’esposizione, articolata in 13 padiglioni, pubblicò un articolo, La mostra interprovinciale di arti popolari siciliane, Catania, ottobre-novembre 1936 (in Lares, VII [1936], 4, pp. 233-252) nel quale illustrò il suo operato e i risultati conseguiti. Scrisse anche una guida per il visitatore della rassegna.

Incoraggiata dai suoi docenti ed estimatori, continuò a pubblicare saggi e articoli che le valsero, nel 1936, la libera docenza. Nel 1940, divenne professore incaricato di storia della letteratura italiana presso l’Ateneo catanese. Gli anni della ricerca e quelli dei suoi primi impegni didattici si svolsero durante il ventennio fascista. Pur esprimendo, nei suoi scritti, compiacimento e lodi per l’attenzione concessa dal regime ai costumi e alle tradizioni popolari, non aderì tuttavia alla dittatura se non in modo superficiale (come è stato spesso notato in chi si formò nell’ultimo scorcio dell’ormai morente tradizione liberale) e manifestò sempre una chiara opzione monarchica in linea con quei valori unitari e post-risorgimentali nei quali era stata educata. Un altro suo tratto caratteristico fu la profonda fede religiosa che, nel 1944, culminò nella decisione di prendere i voti di terziaria domenicana. Nel 1949, fu chiamata come professore ordinario di Storia delle tradizioni popolari presso l’Ateneo catanese, una rarità in un ambiente universitario, quale quello italiano del tempo, tendenzialmente misogino e conservatore.

Complici la comune ascendenza veneta e varie affinità elettive (il nubilato, la fede religiosa e la vocazione per la ricerca), nutrì stima e amicizia per Gina Fasoli, docente di storia medievale e moderna presso l’Ateneo catanese dal 1948 al 1956. Il rapporto tra le due studiose fu saldato anche dal reciproco interesse verso le fonti etnostoriche relative alle tradizioni, agli usi e ai costumi popolari, passione che nella storica veneta si consolidò proprio attraverso il sodalizio con l’amica catanese.

Fu membro della Società di Storia patria del cui Archivio storico per la storia della Sicilia orientale fu, per due volte, direttore responsabile (rispettivamente negli anni 1939-44 e 1952-63). Animò anche gli incontri per la Società Dante Alighieri (Società nazionale Dante Alighieri. Comitato di Catania. Un decennio di attività del gruppo operaio: 1957-1967, Catania 1968). Fu membro della FILDIS (Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori) e direttrice della sezione locale della FIDAPA (Federazione italiana donne arti professioni affari). Andò in pensione nel 1965, ma continuò a partecipare a convegni e manifestazioni organizzati dall’ateneo catanese negli anni successivi.

Nel quadro delle sue ricerche, rappresentò quella generazione di studiosi del folklore che, dopo la crisi del modello positivista all’interno del quale si era sviluppata l’etnologia in Italia, fu costretta a difendersi – senza adire, tuttavia, a una necessaria riflessione epistemologica – dalla stringente critica crociana volta ad attaccare la stessa legittimità teorica della disciplina. Si preferì, in generale, evitare la polemica diretta contro il trionfante storicismo di matrice idealistica per guardare alla pura conservazione del metodo storico-filologico declinato in modo magari acritico, ma con inflessibile rigore. Tale scelta adiaforica, spesso non esplicitata, consentì agli studiosi in questione, all’interno di una cospicua e valida produzione, di trasmettere una tradizione scientifica che avrebbe avuto modo di rinnovarsi, in un dibattito finalmente più aperto e consapevole, nel secondo dopoguerra. Non è un caso che Lares, una delle riviste più rappresentative in materia, si barcamenasse, negli anni Trenta, «tra idealismo filosofico e documentarismo positivista» (Clemente, 1985, p. 20) senza sciogliere il nodo fino all’improvvisa deflagrazione della questione avvenuta grazie al saggio Naturalismo e storicismo nell’etnologia di Ernesto De Martino (Bari 1941), che affrontò, senza mezzi termini, l’ossimoro, o quel che parve tale, di un’etnologia storica. Negli anni in questione, Naselli pubblicò un saggio (Una sacra rappresentazione siciliana del secolo XVI) su Il Pallante. Studi di filologia e folklore (1931, 6, pp. 25-48) un periodico dalla vita effimera (1929-32), diretto da Pier Silverio Leicht, Ferdinando Neri, e Luigi Suttina, destinato all’edizione filologica di documenti orali, con un approccio volutamente alternativo rispetto alle pubblicazioni esistenti, segno, comunque, di una certa disponibilità e curiosità da parte della studiosa catanese verso nuove sollecitazioni metodologiche.

Morì a Catania il 13 novembre 1971, dopo una breve infermità.