scusi signora, iniziano così i bambini una lettera immaginaria alla donna dell’autobus, di Cinzia Pennati

Scusi signora, iniziano così i bambini una lettera immaginaria alla donna dell’autobus.

Scusi signora, iniziano così i bambini una lettera immaginaria alla donna dell’autobus che non voleva stare seduta vicino a un loro compagno di colore.

E io mi commuovo per quell’inizio gentile.

Si sono sentiti tristi, è questo che dicono quasi all’unisono che di quella storia ne vivono l’eco dentro e fuori da scuola.

Mi ripetono che avrebbero voluto dire qualcosa a quella signora, che sia realtà o fantasia non importa, credo che l’intenzione varrà come memoria nel loro futuro.

Siccome le filastrocche e le poesie sono àncore, parlano il linguaggio dei bambini e ci aiutano a trovare le parole per spiegare fatti ed emozioni, abbiamo letto una filastrocca di Bruno Tognolini “Rima dello straniero”, perché la scuola è anche questo: educare alla riflessione.

Appena abbiamo finito la lettura una bambina alza la mano e dice che lei qualche volta, ai giardini, si sente una straniera, non solo con i bambini bianchi ma anche con quelli neri, “per via della mia pelle”, dice, “che non è proprio scura scura e neppure bianca bianca”.

C’è sempre uno straniero più straniero, dovremmo dirlo a chi discrimina.

“Io mi sento straniero quando mi dicono che sono basso e non mi fanno giocare!” esclama un altro bambino bianco latte.

Ed è così che ci troviamo a parlare di disabilità e differenze, ognuno ha un motivo per cui potrebbe essere preso in giro, essere criticato, rifiutato; una cosa è certa, quando succede, i bambini dicono che si sentono male, dicono proprio così, ci sentiamo male.

Una vocina dal niente si chiede come si sarebbe sentita la signora se fosse successo a lei di essere rifiutata da un’altra persona, ha la certezza che avrebbe percepito lo stesso loro dolore. Prova a mettersi nei suoi panni, cosa che noi non riusciamo a fare più.

Allora penso che per i bambini “quel sentire” è ancora il motore di tutte le cose, quel sentire che noi adulti perdiamo per strada.

Avere o essere?

I piccoli sanno sempre che cosa conta, spesso, imparano da noi a perdere la rotta, a non sentire più.

A un certo punto un altro alunno esclama: “Forse quella signora ha deciso di essere razzista perché qualcuno l’ha presa in giro o l’ha trattata male”.

Io e la mia collega ci guardiamo, grate, perché, in fondo, i bambini ci insegnano come dovremmo comportarci, cercano di trovare spiegazioni a comportamenti inspiegabili, vanno in profondità. Provano a farci recuperare. Sanno persino perdonare.

Concludiamo la nostra lezione. Non abbiamo scritto nulla, abbiamo solo parlato. Nessun lavoro sul quaderno se non una filastrocca in cui la parola straniero ritorna più volte.

Da quando è successo il fatto sono accadute solo cose belle, loro si sono stretti ancora di più gli uni agli altri, tante sono state le manifestazioni di solidarietà.

In fondo noi siamo tutti bambini”, dice una piccoletta alzandosi dal banco mentre esce in giardino con tutti gli altri.

In giardino corrono e giocano, fa freddo, esce il fumo dalle loro bocche, ogni tanto si buttano su di noi e ci abbracciano.

Ha ragione lei, intorno a me vedo solo bambini.

Solo esseri umani.