l’orgasmo femminile, qualcosa di così potente da far paura, di Cinzia Pennati

L’orgasmo femminile. Qualcosa di così potente da fare paura.

È difficile essere se stesse, è difficile capire cosa ti piace, ciò che desideri, se per una vita ti hanno detto che cosa devi o non devi fare e chi devi essere.

Mi fanno sorridere le donne che pensano di essere totalmente libere, sarebbe come negare un costrutto sociale che ci coinvolge tutte (chi più chi meno), ma da cui non possiamo prescindere.

Partiamo dall’inizio, da quel non accavallare le gambe, nascondi ciò che esiste o vergognati.

Se mostri cosa c’è lì sotto sei zoccola, se esageri nel chiudere sei suora o troppo pudica.

Partiamo dal non rispondere, non era e non è tuttora ammissibile l’aggressività in una bambina, meglio la timidezza o il candore, però, in fondo in fondo, i maschi non sceglievano mai le timide ma quelle che ci sapevano fare.

Ma cosa voleva dire esattamente saperci fare? Mostrarsi senza esagerare? Saper ammiccare il giusto? Farli sentire importanti?

Vorrei soffermarmi su questa frase “i maschi sceglievano”, ovvero “essere scelte”.

Abbiamo mai pensato di poter essere noi a scegliere, di poter dettare legge e pescare nel mucchio?

Per quanto mi riguarda, lui sceglieva me, questa era la direzione imposta, e se non mi sceglieva nessuno ero una sfigata.

Conosciamo il rischio di questa storia, il primo che ci sceglie ce lo teniamo e ci sentiamo pure graziate.

Arriverà l’uomo che ti amerà sul serio, sussurravano voci nell’ombra, non ti preoccupare.

Ma perché non potevo essere io a scegliere l’uomo che avrei voluto amare?

Voi mi direte, che discorso stupido! l’amore si fa in due. Vero, ma da quando ero bambina, ripensandoci, ogni mio gesto, ogni mio movimento, era nella direzione dell’essere scelta, non dello scegliere.

Penso agli orecchini, ai vestitini…come sei graziosa…come sei carina … Graziosa per chi? Carina per chi?

Bambine da mettere in mostra come un’abitudine.

Sono le fondamenta che mancano. I costrutti.

Scegliere di provare l’orgasmo e di provare piacere…lo sappiamo come funziona. Nella vita accettiamo tutto, a partire dal primo rapporto, che solitamente fa schifo ma non glielo diciamo, perché siamo “costruite” per soddisfare il partner e il suo piacere.

Solitamente ci accontentiamo, finché non rompiamo il soffitto di cristallo o non scopriamo che le gambe accavallate fanno comodo a molti, che lì sotto c’è un mondo e ci appartiene.

Sarà un caso che la possibilità di provare un orgasmo ci è tenuta nascosta? Saranno un caso quelle gambe chiuse?

Se noi imparassimo a soddisfare il nostro piacere difficilmente verremmo incastrate dentro la soddisfazione del piacere dell’altro, che poi è l’uomo ma anche la maternità, dentro la cura, e il walfere di cui ci facciamo carico.

Siamo progettate per rendere grazia all’uomo.

La costruzione morale per cui “solo se siamo dedite, solo se ci sacrifichiamo” troviamo la vita eterna, è (nei secoli dei secoli) una bella catena incatenante che permette al sistema patriarcale di rimanere immutato.

Anche le libere non sono libere, per esserlo dovremmo costruire un’altra società.

Capuccetto rosso quando ha osato andare nel bosco e disobbedire è stata inghiottita dal lupo. La storia è semplice. Di lupi è pieno il mondo, ma noi abbiamo l’orgasmo, …cercate di capirmi…noi abbiamo dentro qualcosa di così potente da fare paura, tanto è vero che ci sono parti del pianeta, in cui viene negato con l’infibulazione, donne che vengono stuprate perché sono io che devo provare piacere e tu me lo devi concedere.

La soddisfazione del nostro piacere, la pretesa del nostro piacere è una cosa che spaventa sul piano simbolico e su quello reale.

Pensate come si ribalterebbe la storia se solo fossimo consapevoli di avere in mano questa possibilità.

So che sarà un post difficile da condividere e so che qualcuno mi considererà cinica e getterà sul piatto della bilancia subito l’amore.

Invece, penso sia proprio quello, per noi donne, lo scoglio da superare.

Spesso, in nome dell’amore, con la scusa dell’amore ci viene chiedo di sacrificare noi stesse, di rinunciare, di dedicarci anima e corpo (anima e corpo), mentre l’altra parte continua a salvaguardare la soddisfazione lavorativa e la relativa autonomia, continua a salvaguardate il proprio piacere.

L’amore di fa in due, appunto, non raccontiamoci storie, non siamo sullo stesso piano.

Quello che deve valere per noi, deve valere anche per gli uomini, in una giusta equità. Paternità e maternità, ad esempio. Gestione della cura, ad esempio. Posizioni lavorative, ad esempio.

E se per gli uomini l’amore non è il motore di tutte le cose, perché dovrebbe esserlo per noi?

Possiamo amarci davvero solo se possiamo entrambi affrontare il bosco senza paura di essere divorati dal Lupo, perché loro nella storia sono i “cacciatori” o i “lupi”, non sono mai Cappuccetto.

Possiamo amare solo se entrambi mettiamo in campo la soddisfazione del nostro piacere, altrimenti c’è e permane uno squilibrio e la bilancia sappiamo da che parte pende.

Un giorno ho messo le mani in mezzo alle gambe, era un mercoledì sera, lo ricordo bene. Mi sono chiusa in bagno. Ero dentro alla vasca, l’acqua era calda. Quel piacere ha iniziato ad attraversarmi piano piano (ho scoperto tardi che nella vagina c’è la più alta concentrazione di fibre nervose di tutto il corpo, 8000 fibre nervose, più delle labbra della lingua e due volte superiore a quella del pene), diventando così intenso da farmi quasi paura.

Ho scoperto allora, che lì, in quel punto esatto, c’ero io. Le mie scelte. L’essere donna. La mia consapevolezza. La mia libertà.

Dentro a quel mio primo orgasmo, che ho preteso da lì in poi, si è rotto il mio soffitto di cristallo.