il lavoro femminile, senza figli, che non sia troppo esperta né inesperta, né straniera, di Cinzia Pennati

Il lavoro femminile. Senza figli. Che non sia troppo esperta o inesperta, né straniera.

Sono un paio di mattine che tocca a me portare fuori Alaska. Esco con molta fatica e parecchio sonno nel cuore.

Poi, l’aria fredda mi sveglia, la città ancora addormentata mi piace e anche la popolazione silenziosa che abita le strade a quell’ora.

Mi trascino fino al primo bar aperto, io mi riprendo, lei fa la sua passeggiata mattutina e siamo felici entrambe.

Di certo non fa i suoi bisogni fuori, perchè li ha già fatti tutti in casa🤦! La speranza è quella di educarla ma, visto i risultati di obbedienza delle mie girls, non credo di essere la più adatta a questo compito!

Comunque, appena entrata nel bar mi sono seduta ad un tavolinetto, vicino a me la proprietaria del forno del quartiere (praticamente una gioielleria ) parlava al telefono animatamente, era arrabbiata perché non riusciva a trovare una persona che servisse al banco.

Ad un certo punto dice: “Cerca di trovarmela presto, perché non ce la faccio più, che non sia straniera, nè troppo giovane, non troppo in là negli anni e non abbia figli”.

Ho pensato alle donne, a mia figlia, alle figlie delle figlie, al fatto che a dettare quelle condizioni lavorative fosse una donna.

Insomma, quando si parla di donne e di lavoro non di pensa mai a come sia difficile superare certi pregiudizi, ad esempio che una madre sia meno produttiva di una donna che non ha figli, se sei straniera poi sei fottuta, al massimo puoi andare bene per pulire sederi e pavimenti, chi se ne frega se al tuo Paese hai una laurea in filosofia! Se sei giovane sei inesperta e poi figliare in un secondo. Sia mai!

Quindi?

In quale attimo della nostra vita possiamo essere assunte? Quanti anni buoni abbiamo a disposizione per trovare “un posto” decente?

Sul blog un uomo, alquanto adirato con il genere femminile, mi ha scritto che noi donne possiamo fare qualsiasi cosa, che non esistono leggi che ci obblighino a scegliere psicologia invece di ingegneria, verissimo, se non teniamo conto degli stereotipi.

Inoltre, vorrei ricordare che non ci sono nemmeno leggi che ci tutelino nel mondo del lavoro. Diciamoci la verità, a volte, ci tagliano le gambe ancora prima di cominciare.

Ad esempio, se si potesse scegliere la paternità come la maternità, magari ci vorrebbero millenni, ma, alla fine, ci sarebbe più equità nella scelta e nella distribuzione del lavoro.

Ad esempio, se venissero incentivate le società che promuovono l’uguaglianza di genere nei consigli di amministrazione e non solo, la disoccupazione femminile sicuramente calerebbe.

Per non parlare dei servizi alla persona: asili nido e strutture per anziani che dovrebbero sostituire la manovalanza gratuita delle donne.

Ovviamente, il caffè mi è andato per traverso e, anche se non si fa, mi sono augurata che la panettiera faticasse ancora un po’ a trovare la sua donna ideale.

Ho pensato al nostro tempo fertile, a ciò che ci chiedono, alle restrizioni a cui ci costringiamo per essere pronte, capaci, belle.

Ho pensato al futuro delle mie figlie, alle lotte (e mi dispiace chiamarle così) che ci sono ancora da fare.

Ho pensato alla panettiera che restringeva il cerchio delle “donne” a pochi anni “utili” ed era donna, così inglobata nel sistema da non rendersene conto.

Mi sono sentita triste.

Ho pensato che dobbiamo smetterla di chiederci l’impossibile ma di pretendere il possibile.

Perché è possibile essere madri, essere lavoratrici, essere donne più o meno giovani, essere straniere, fare carriera, essere ambiziose, non sacrificando il sacrificabile e sentendoci sempre inadeguate, ma richiedendo leggi giuste ai nostri governati.

Su questo dobbiamo mettere tutti i nostri sforzi, non continuando a farci in quattro, sopperire, essere delle equilibriste dimostrando che valiamo nonostante i figli, nonostante la “vecchitudine” o l’essere giovani.

Se continuiamo a essere multitasking non risolviamo il problema, manteniamo immutato il sistema.

Dobbiamo fare in modo che il nostro valore sia riconosciuto in partenza dalla società.

Questa è la battaglia. Per noi, per le nostre figlie e i nostri figli.