raccontate ai vostri figli del bimbo di dieci anni nascosto nel carrello di un aereo, l’indignazione dev’essere più forte dell’indifferenza, di Cinzia Pennati

Raccontate ai vostri figli del bimbo di dieci anni nascosto nel carrello di un aereo. L’indignazione deve essere più forte dell’ indifferenza.

Ieri sera non riuscivo a dormire. Ho parlato con le mie figlie e gli ho raccontato di lui, del bimbo coricato in un carrello dell’aereo, della speranza di arrivare in Europa.

“Come si chiama?” mi hanno chiesto.

Gli sembrava impossibile che non avesse un nome, perché il nome è ciò che ti definisce immediatamente, ti permette di esistere, di essere amato, di essere ricordato.

Senza nome c’è un corpo, ma non c’è una storia se non piccoli frammenti ed è terribile.

Ne ho parlato con le mie figlie, così come ogni ciclo scolastico leggo ai miei alunni “Nel mare ci sono i coccodrilli”di Fabio Geda. È la storia vera di un bambino che fa un lungo viaggio per arrivare in Italia. È una storia triste ma piena di speranza, con un lieto fine, non come quella di ieri.

Ho raccontato alle mie figlie anche della ragazzina di Capoverde suicida, del dolore che, a volte, si ha paura di raccontare, e di quello che gli altri non riescono a vedere.

“Non siate cieche e non abbiate mai vergogna della sofferenza”.

Credo sia importante che i nostri ragazzi e i nostri bambini sappiano che nel mondo succedano cose terribili, non mi interessa tenere le mie figlie sotto una campana di vetro, voglio smuoverle, invece.

Voglio che l’indifferenza non le attraversi, che sappiano riconoscere e reagire alle ingiustizie. È così che le proteggo.

Le proteggo raccontando la verità, nella speranza che nel loro futuro contemplino l’impegno verso un mondo più egualitario, e lottino come possono per i diritti di tutti.

Vorrei che riuscissero a sentire il dolore e la sofferenza dell’altro e ne facessero qualcosa di buono.

Mi ha sconvolto il commento di quella signora, probabilmente una nonna, con un bambino in braccio, che alla notizia della morte del piccolo di dieci anni ha scritto: “Gli hanno rimborsato il biglietto?”.

Aveva il suo nipotino tra l braccia, appunto, e mi chiedo come possiamo pensare di salvare i nostri figli se non salviamo quelli degli altri, se intorno ai nostri figli c’è sofferenza e odio, come possono stare bene? Non me ne capacito, non lo capisco.

Provo tristezza per questa donna e per quelli come lei che dividono il mondo il “razze” che non esistono più, per questo parlo alle mie figlie e ai miei bambini, perché il male di quest’epoca non sia davvero l’indifferenza, perché s’indignino come noi non sappiamo più fare.

È il mio compito di madre raccontare la verità, anche se è dolorosa, perché senza l’amore e senza una causa di senso noi non siamo niente.

Dobbiamo parlare e raccontare ai nostri figli di quel bambino, così come del piccolo con la pagella cucita nella tasca, e di tutti gli altri morti in mare e non, perché l’indignazione sia più forte dell’indifferenza, nella speranza anche vana che le cose, un giorno, possano cambiare.

“Che dolore” mi hanno detto le mie figlie.

Spero che se lo ricordino quel dolore tutte le volte che un’ingiustizia, anche piccola, le sfiori nel quotidiano e si schierino in difesa di chi è meno fortunato di loro.

E che non si accontentino mai di occuparsi della loro felicità, che è effimera se non contempla un mondo più giusto per tutti, soprattutto per gli ultimi.