accadde…oggi: nel 1903 nasce Tina Pizzardo, di Sandra Linguerri

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Battistina Pizzardo, che famigliari e amici chiamavano Tina, nacque a Torino il 5 febbraio 1903 da una famiglia della piccola borghesia. Il padre era un impiegato della Reale mutua assicurazione, mentre svariati zii e zie avevano scelto la vita religiosa. Rimasta orfana di madre a nove anni, fu educata in un collegio di religiose con la sorella minore.

Nell’autunno del 1920, dopo essersi diplomata all’istituto magistrale e aver trascorso un anno a prepararsi per sostenere l’esame di licenza fisico matematica, si iscrisse alla Facoltà di matematica dell’Università di Torino.

Tina si affacciò alla maturità con un forte spirito anticonformista e con la baldanza tipica dell’età, rafforzata dal rapporto di stima che si era instaurato con Giuseppe Peano, decano degli studi di analisi a Torino e docente di calcolo infinitesimale in ateneo dal 1890.

Spirito critico e assertore del rigore assoluto in matematica, egli aveva all’epoca raggiunto fama anche internazionale distinguendosi in vari settori della matematica quali l’analisi, la logica, la critica dei fondamenti, la linguistica e la didattica. Aveva fornito il primo esempio di una curva piana continua che ‘riempie’ un’area (curva di Peano); individuato un sistema di assiomi per gli spazi vettoriali; realizzato importanti ricerche sulla teoria delle equazioni differenziali ordinarie, ideando un metodo di integrazioni per successive approssimazioni. Come logico aveva dato vita a un poderoso programma di riscrittura rigorosa della matematica, elaborando un simbolismo di grande chiarezza e semplicità in virtù del quale era possibile porre le teorie matematiche classiche su basi e fondamenta più solide, completandole e precisando il loro dominio di validità. Inoltre, negli anni della maturità si era impegnato con entusiasmo nella costruzione di una lingua universale basata sul latino semplificato (latino sine flexione). Da ultimo, aveva profuso un significativo impegno nel campo della didattica concretizzatosi in alcuni ambiziosi progetti editoriali attraverso costanti e saldi contatti con il mondo della scuola.

Rispetto alle donne che si occupavano di cultura e di scienza Peano ebbe un atteggiamento illuminato sostenendo le sue allieve e aiutandole a fare carriera, riuscendoci in più di un caso.

Una delle sue assistenti, Paolina Quarra, insegnante di matematica nelle scuole magistrali, ebbe modo di conoscere, istruire, apprezzare Tina e, infine, segnalarla al maestro Peano il quale la esaminò all’esame di licenza magistrale in veste di presidente della commissione.

Gli anni dell’università non furono però all’altezza delle aspettative, almeno sotto il profilo del rendimento scolastico. Tina, infatti, si laureò fuori corso nel luglio del 1925 e con una media non troppo alta essendosi – così racconta nella sua autobiografia – inimicata un “barone” della facoltà, avendo raccontato in maniera avventata ai compagni di corso dell’atteggiamento discriminatorio e poco professionale che egli teneva con le studentesse.

Quelli dell’università furono, tuttavia, tempi intensi fatti di buone letture, poesia, arte, teatro e tanto studio. Nel 1926 diventò socia della Accademia pro interlingua (API) che intendeva realizzare il progetto ideato da Peano di una lingua universale intesa principalmente come strumento di comunicazione tra le persone colte. Si trattava di un latino dalla grammatica estremamente semplificata, secondo un antico progetto leibniziano, e integrato dal vocabolario comune delle principali lingue europee. Su «Schola et vita», organo dell’Accademia di cui Peano era presidente, Tina pubblicò nel medesimo anno l’articolo Quaestiones de arithmetica in Beda in cui, in sintonia con le indicazioni del maestro che sollecitava i propri allievi a cercare nelle opere del passato alcuni esempi insoliti da sottoporre agli studenti delle scuole per attirare la loro attenzione, esponeva una serie di problemi ricavati dal lavoro del matematico medioevale Beda.

L’interesse di Peano per il mondo della scuola secondaria si era intensificato a partire dal 1910 dopo che, trascinato in polemiche e diatribe con colleghi in disaccordo anche su questioni attinenti la didattica universitaria, era stato progressivamente isolato all’interno della Facoltà per il suo modo atipico di avviare i giovani alla ricerca proponendo loro temi che avevano stretta attinenza con quelli affrontati durante le lezioni. «Peano era una celebrità mondiale – scrive ancora Tina nella sua autobiografia – ma in facoltà contava niente» [Pizzardo, 1996, p.11].

La matematica non fu l’unico interesse di Tina in quel periodo; anzi, ella si appassionò soprattutto alle discussioni su temi politico/sociali. Nel paese stava allora divampando la violenza fascista rivolta verso le organizzazioni operaie e contadine e contro ogni forma di espressione democratica. Proprio a Torino, dopo la marcia su Roma, si registrarono episodi drammatici allorquando gli squadristi incendiarono la sede della Camera del lavoro e assassinarono il segretario della Fiom legandolo a un camion e trascinandolo lungo il corso principale della città.

In tale atmosfera, Tina approdò alla militanza antifascista e comunista, dapprima, intraprendendo iniziative personali come quando organizzò riunioni di donne alle quali parlava del Manifesto redatto da Benedetto Croce nel maggio 1925 in  difesa della libertà e dell’autonomia dell’intellettualità che non doveva essere utilizzata come strumento a favore del potere e, poi, iscrivendosi al Partito comunista italiano nel luglio del 1926.

Tale decisione maturò probabilmente a Roma dove si era recata nel marzo di quell’anno per partecipare al concorso per l’insegnamento nelle scuole superiori. Qui entrò in contatto con i ‘compagni’ della capitale e in particolare con Altiero Spinelli, futuro promotore del movimento federalista europeo, con il quale intrecciò una intensa relazione sentimentale vissuta per lo più per via epistolare durante i nove anni (1927- 1936) durante i quali egli fu incarcerato per ragioni politiche, indi mandato al confino a Ventotene fino al 1943.

Vinto il concorso per l’insegnamento, nell’ottobre del 1926 Tina si trasferì a Grosseto ove prese servizio come docente di matematica e fisica al Liceo classico “Carducci-Ricasoli”. Divenuta segretario della nascente federazione comunista di Grosseto iniziò un periodo di attività clandestina interrotto bruscamente nel settembre del 1927 quando fu arrestata e, successivamente, condannata a un anno di carcere e a tre di vigilanza speciale. Tradotta alle “Nuove” di Torino incontrò Mario Carrara, docente di medicina legale e antropologia criminale, medico del carcere, nonché uno dei dodici professori universitari su oltre milleduecento che nel 1931 si rifiutarono di prestare giuramento al regime fascista, divenendo a sua volta un perseguitato politico.

Trasferita nel penitenziario di Ancona prima, indi, alle “Mantellate” di Roma, Tina conservò la sua vitalità trascorrendo le giornate in compagnia delle detenute politiche, quali, per esempio, Virginia Tabarroni, zia di Anteo Zamboni autore del fallito attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926 a Bologna, inscenando con loro piccole manifestazioni di protesta che si esprimevano nel cantare l’Internazionale o nel rifiutarsi di partecipare alle funzioni religiose. Continuò pure a coltivare la sua altra grande passione, assieme alla politica, la matematica, leggendo e annotando un libro del famoso esperto di geometria Federigo Enriques nonché il Formulario mathematico di Peano. Apparso in cinque edizioni (1891-1908), il Formulario era una sorta di repertorio di tutte le teorie matematiche fondamentali trascritte nel linguaggio logico-simbolico che Peano aveva cominciato ad elaborare fin dal 1889 quando aveva pubblicato l’opuscolo Arithmetices principia, nova methodo exposita, in cui utilizzò il simbolismo logico per delineare i fondamenti dell’aritmetica e per esprimere con la massima chiarezza le definizioni e le dimostrazioni alle quali si fa ricorso, anche in funzione didattica.

Scarcerata il 13 settembre 1928, fu proprio Peano, antifascista, socialista e pacifista, ad avvicinarla e a proporle un posto in ateneo come sua assistente. L’interdizione dai pubblici uffici fece però sfumare tale opportunità.

Nel corso del ventennio fascista Tina dovette pertanto vivere di lezioni private e di altre occupazioni precarie. Ma non rinunciò all’impegno politico; anzi, nel 1932 riprese i contatti con gli ambienti antifascisti torinesi riuniti attorno al citato Mario Carrara e alla moglie Paola Lombroso, i quali erano divenuti un punto di riferimento per coloro che non accettavano di piegarsi al regime. Infatti i Carrara –  insieme all’esule Guglielmo Ferrero, marito di Gina Lombroso, sorella di Paola, già a capo di un movimento internazionale contro il ricordato giuramento fascista del 1931 – alimentavano un flusso di contatti tra l’emigrazione antifascista e gli ambienti torinesi ostili alla dittatura.  A casa Carrara Tina fu ospite abituale insieme a Michele e Clara Giua; Adriano Olivetti; Barbara Allason;  Giulio Muggia; Giuseppe Levi, maestro di Rita Levi Montalcini, che la assunse per qualche tempo come tecnico biologico nel suo laboratorio; Leone Ginzburg, membro del movimento “Giustizia e liberta” il quale, ottenuta la libera docenza nel 1934 in letteratura russa, rinunciò alla carriera universitaria pur di non sottostare al giuramento introdotto alcuni anni prima. Per la sua militanza politica Ginzburg fu arrestato e condannato al confino. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, combatté nelle formazioni partigiane romane fino al novembre del 1943 quando fu arrestato e tradotto nel carcere di “Regina Coeli”, ove morì nel 1944 per le torture subite.

Amico di Leone era l’antifascista Cesare Pavese che Tina conobbe nel 1933 e con il quale intrecciò una relazione sentimentale burrascosa. Nel maggio 1935 vennero entrambi arrestati: Cesare fu condannato al confino a Brancaleone, un piccolo paese della Calabria dove restò fino al marzo del 1936; Tina fu nuovamente incarcerata per qualche mese alle “Nuove”. Quest’ultima esperienza fu più traumatica delle precedenti e la segnò profondamente facendo subentrare alla vitalità di un tempo un senso di stanchezza. Nel frattempo la sua vita privata ebbe una svolta con la decisione di sposare nell’aprile del 1936 Henek Rieser, militante comunista di origine polacca.

L’abbandono di Tina segnò l’esistenza di Pavese e accentuò un tratto misogino del suo carattere che traspare nei propri racconti e romanzi. Con Altiero si rivide solo nel 1943 dopo la liberazione. In seguito aderì al movimento federalista e al partito d’azione, per il quale si candidò alle prime elezioni politiche del dopoguerra. Nel 1962 scrisse le sue memorie.

È deceduta a Torino nel 1989.