quando i bambini si inventano i compagni di banco e raccontano il senso della scuola, di Cinzia Pennati

Quando i bambini si inventano i compagni di banco. E raccontano il senso della scuola.

Di questi giorni mi porterò dietro il disegno meraviglioso di un bradipo che mi ha mandato un mio alunno, il video di una bambina che ha costruito una busta con un messaggio per me, un altro mio alunno che legge  ad alta voce rilassato con i piedi in primo piano appoggiati ad una sedia.

Mi porto dietro un vocale di lettura di un mio piccolo, nonostante la fatica, nonostante le parole stentate, la forza di andare oltre se stessi. E sua madre accanto che cercava di essere la sua fiducia.

Una poesia sul coronavirus, la fotografia che ho messo sopra, mandata da una mamma, mentre faceva i compiti, sua figlia ha improvvisato una compagna di banco.

I vocali con alcune madri in cui si parla di come regolare il tiro e di fatiche immani.

Una lettera di un padre e di una madre in cui tra le tante cose c’era scritto: lei, a volte, piange, in questo momento è importante che sentano la vostra vicinanza.

Di questi giorni mi porterò dentro il vocale di lettura di un bambino che alla fine concludeva: mi manchi tanto.

Mi porterò dietro la fatica delle madri.

I grazie in un italiano stentato, non meritati, perché questo è il nostro lavoro, non inserire materiale ( che è piuttosto facile) ma raggiungere tutti e creare anche in questo mondo quella relazione che costituiva il nostro modo di fare scuola.

Mi porterò dietro le voci dei miei bambini, i loro volti quando ci incontriamo in video e cercano con diligenza di spegnere e accendere i microfoni e appena possono si salutano e dicono cose.

Di questi giorni mi porto dietro la voglia da parte di tutti noi di non lasciare indietro nessuno, anche se succede.

Di questi giorni mi porto dietro la scuola che dovrebbe esistere. Le mie rughe nei video di dettati in cui non azzecco i tempi, una didattica artigianale con un tablet in tre in famiglia e una rete che va e viene.

Mi porto dietro la vicinanza, soprattutto.

Quando torneremo a scuola recuperemo questi mesi e lo faremo tutti insieme. Sarà quello il bello, essere nella stessa barca e uscirne più solidali.

Sono tre mesi della nostra vita in cui non saranno gli articoli a rimanere indietro oppure i verbi nella testa dei nostri figli, saremo noi e i nostri bambini se non combattiamo l’isolamento. Sarà il nostro cuore a diventare malandato.

Di questi giorni mi porterò dietro il valore di una scuola fatta di persone che si struttura in comunità.

La scuola è la prima grande palestra sociale per i nostri figli, per questo dovrebbe includere, sempre.

Lo ripeto per chi non l’avesse ancora capito: non esiste apprendimento senza relazione, per questo ora è così dura.

L’ immagine della bambola è significativa. È la relazione che si ha con l’adulto e con i compagni a creare un clima fertile. È la scuola che si fa comunità.

Può essere una comunità competitiva in cui vince chi arriva primo oppure una comunità in cui vengono valorizzati tutti i bambini e ciò che portano in dono.

Mi piacerebbe poter caricare sul registro questa Scuola che non è visibile ma esiste ed è ciò che la rende degna di questo nome.

È la stessa che la tiene in piedi non solo in questo tempo ma anche nell’altro.

Prima del coronavirus.