esame di maturità, la finta prova, quella vera la stanno vivendo, di Cinzia Pennati

Esame di maturità. La “finta” prova. Quella vera la stanno vivendo.

Io e la mia prossima maturanda, dentro a questo tempo plumbeo dell’esistenza, parliamo di quello che ne sarà del futuro di tutti, del nostro e del suo.

Riflettiamo, ovvero, lei fa spesso pensieri ad alta voce, io l’ascolto più o meno paziente, ma per lo più concordo.

La mia maturanda tra le varie prospettive ciò che teme maggiormente è l’esame on-line, così come non ama questo approccio allo studio che ha il come di DAD. Didattica a distanza.

Uno schermo che divide gli sguardi, gli animi, il sentire e gli apprendimenti come fossero spillette da collezinare.

Ci sarebbero cose da dire, mi verrebbe da scrivere che non riguardano solo i contenuti scolastici ma credo di averne già parlato abbastanza qui https://www.facebook.com/393089324370037/posts/1120233281655634/

Comunque, io, sarò solo una semplice maestra, ma non riesco a capire una cosa e soprattutto non la capisce mia figlia che difende con le unghie e con i denti il suo percorso faticoso e in crescita come liceale.

Insomma, ogni volta che qualcuno parla dell’esame di maturità si  punta tutto su questa frase: l’esame di maturità dovrà essere serio.

Questo aggettivo sembra imprescindibile e io, detto tra noi, dietro non ci leggo nient’altro che il nostro modo arcaico di concepire la scuola. Non il mio, nemmeno quello di tanti insegnanti e di certo non quello di mia figlia.

E qui, i fautori delle “prove” a crocette e non (come esperienze esistenziali necessarie), mi salteranno addosso, ma chi mi legge e mi conosce, sa che mi interessa di più farmi domande intorno all’istruzione che subire passivamente tutto ciò che arriva dal mio Ministero o Ministro di turno.

Sembra che in Italia non sia neanche presa in considerazione l’idea di non fare l’esame, come se tutto il percorso scolastico coincidesse con la Prova di per sé.

Prova che spesso, diciamoci la verità, non corrisponde al giudizio reale dei ragazzi, non corrisponde al loro essere.

A volte è questione di fortuna: la domanda giusta, la versione giusta, il professore giusto. Se non c’è un esame “giusto” è l’esame di maturità.

Ad esempio l’ansia è una penalizzazione e io mi chiedo il perché, visto che a volte quella stessa ansia appartiene a un animo sensibile.

A volte il limite è dettato dalla storia personale, ma di questo ci fotte ben poco quando dobbiamo valutare la maturità!

La Prova ha senso, a mio parere, se vissuta insieme ai propri compagni, ai propri insegnanti non dentro ad un isolamento sociale che dura da mesi.

E, allora, mi chiedo: i ragazzi francesi, gli inglesi, gli olandesi, saranno meno seri dei nostri?

Quando pensiamo alla prova di maturità, la pensiamo a conclusione di un percorso, un momento di preparazione al futuro, come se fosse possibile, tra l’altro!

Li immaginiamo maturi per accedere all’Università e al mondo del lavoro.

Allora, qualcuno dovrebbe spiegarmi questo passaggio: non è gia una prova di maturità importante e reale quella che stanno  affrontando i nostri ragazzi?

Non è un esame di maturità  fare esperienza dell’imprevedibilità dell’esistenza, rispettare le regole sociali imposte, riflettere su di sé e sul mondo e continuare ad andare avanti, a studiare, nonostante la loro vita abbia avuto un ribaltamento totale?

A volte ho la percezione che abbiamo necessità di prove fittizie che mettano tutti a posto e che dicano al mondo quanto siamo “seri” noi nell’istruzione.

Se non è quello che stanno vivendo una prova incredibile, io non so cosa lo sia.

Oppure siamo ancora al punto in cui gli apprendimenti, i contenuti, sono scollegati dal contesto, dalla storia che li attraversa, per cui abbiamo bisogno della prova di maturità “finta” nella prova di maturità vera?

Io e mia figlia abbiamo parlato a lungo, sa che niente in questo momento dipende da lei. Sa che non deve vedere sua nonna per proteggerla. Che non deve vedere i suoi amici anche se lo desidera tantissimo, per proteggere tutti.

Nel frattempo studia, gli occhi a forma di schermo, deglutisce lezioni una sull’altra. Alcune le comprende, altre le mette lì.
Studia e basta. Ieri sera, mentre chiudeva il libro, mi ha detto:

“Sai cosa ti dico? Andrà come andrà. Penso al dopo, ai progetti. Non so, mi ricordo com’ero quando sono entrata in questa scuola, certo non volevo finisse così, ma sono cresciuta, questo conta. Oggi ho letto che una donna di cento anni e passa ha sconfitto il virus, ha passato la guerra e pure questa. Ecco, immaginarla mi dà speranza. Ora vado a dormire”.

Non so se farà l’esame di maturità e come, per me non è mai stata una prova di particolare peso, so che il terreno in cui misurerà se stessa sarà un altro, ad esempio questo, e di certo non sarà il voto a dirmi chi è mia figlia e chi è stata in questo percorso scolastico.

Mi preme invece che la cultura, come dice “qualcuno” per lei, non sia possedere un magazzino ben fornito di notizie ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita…chi ha coscienza di sé, i nostri rapporti con gli altri uomini…chi sente la relazione con tutti gli altri esseri

È un altro tempo questo, non più nostro. E spero che i ragazzi sapranno essere più maturi di noi.