scuola, cara ministra, facciamo in modo che a settembre sia un nuovo inizio, di Cinzia Pennati

Scuola. Cara ministra, facciamo in modo che a settembre sia davvero un nuovo inizio.

I miei bambini mi mandano messaggi su whatsapp.
Ci incontriamo così.

Lo fanno in continuazione. A volte inviano gli esercizi, a volte le letture ad alta voce che gli chiediamo, ma non mandano mai solo compiti.

Aggiungono sempre una parola, un come stai, un mi manchi.
Sono generosi.

Mi chiamano per nome.

Spesso inviano bacini, cuori, faccette varie.

Io rispondo e loro pure. Un cuoricino. Un ciao. E se continuassi, credo che avrebbero cose da dirmi, disegni e parole da mandarmi, in un collegamento senza fine.

A volte piango, mi mancate tanto, mi buttano lì.

Quel “mancate” al plurale mi atterrisce e mi colma.

E io mi sento “tutti”: bambini, colleghe, genitori, edificio.

Sì, perché, perdonatemi, ma la scuola non la fanno solo i programmi, gli stessi che, volendo, potrebbero essere svolti anche a casa con due genitori ricchi, nullafacenti, volenterosi e fuori di testa.

Apriamo il libro a pagina 46. Esercizio 20,21,22.
Studia la Pianura.

Questa è roba facile e, spesso, noiosa.

La scuola non sono solo l’italiano, la matematica o le lingue straniera.

La scuola è quel sapere che attraversa tutte le discipline, il pensiero filosofico, scientifico, emozionale, lo sguardo critico.

Che trova il suo terreno fertile in quel Noi.

In quel plurale.

Per questo mi arrabbio quando gli insegnanti criticano i genitori e viceversa. Noi siamo la scuola.

 

Quando gli edifici che accolgono sono fatiscenti, quando la scuola non si trasferisce dentro alle città, le nostre città quelle che pullulano di cultura –Che bella la nostra Italia, piena d’arte!- Peccato che per gli studenti sia inaccessibile.

Quanto potrebbero imparare i nostri bambini, i nostri ragazzi all’interno di un museo, in una libreria o in biblioteca, immersi in un’opera teatrale, magari classica magari no?

Mi mancate, dicono i bambini, perché loro sanno che cos’è la scuola. Lo sanno più di noi e dei nostri ministri.

Non so se perdoneranno mai la mancanza di parole nei loro confronti.

Sarebbe bastato un appello, uno solo. I nostri figli sarebbero stati lì ad ascoltare un discorso che li riguardava.

La Ministra dell’Istruzione parla a te e, allora, avrebbero sgranato gli occhi o fatto quella faccia da pesci lessi che hanno nell’adolescenza, ma avrebbero capito che la scuola per gli adulti di questo Paese è una priorità, avrebbero capito che loro sono una priorità.

Invece, solo silenzio o discorsi rivolti agli adulti, insegnanti e genitori. Ma non è la stessa cosa. Loro lo sanno.

Avete ragione, però, questo è il momento di cambiare. È il momento di spostare l’asticella delle priorità e far vedere ai nostri bambini e ai nostri ragazzi quanto l’istruzione conti.

E quando riapriranno le scuole, farle vivere dentro al quartiere, dentro ai parchi, ai luoghi d’arte.

È il momento di avere muri integri e finestre da cui fare entrare luce. E non parlo solo di edifici.

È il momento di togliere la cattedra e riposizionare gli studenti al centro.

Di avere personale a sufficienza. Di avere acqua calda e carta igienica nei bagni. Bagni che funzionano.

È il momento di puntare sulla qualità e non sulla quantità del materiale didattico.

È il momento dei libri in comodato d’uso. Dell’adozione alternativa ( secondo me qualcuno non sa nemmeno cosa sia), è il momento della valutazione formativa.

Guardo il tuo percorso, lo studente che sei e stato, la storia che porti.

È il momento di squarciare il mercato nero delle ripetizioni. Le alternative ci sono: che sia la scuola a recuperare, con i suoi docenti, gli alunni.

Un tutoraggio dei ragazzi più grandi, con possibilità di crediti. Ti impegni per un tuo compagno? Valorizzi il tuo lavoro, la tua solidarietà.

Che palestra sarebbe per il futuro?

È il momento in cui una scuola non deve essere premiata per la selezione che attua, ma valorizzata se non disperde, se non perde nemmeno un bambino o un ragazzo.

È il momento in cui, ogni ragazzo o ogni bambino, per arrivare a scuola non dovrebbe avere impedimenti. Ad esempio, penso ai trasporti e a quanto costa ad ogni famiglia un abbonamento dell’autobus.

Immaginatevi uno o più pulmini in giro per le città che raccolgano i più piccoli. Aiuteremo le famiglie e il clima.

È il momento della scuola con vista, non importa se su una piazza o su un giardino, l’importante è che le porte siano aperte, la cultura non abbia costi per le famiglie e ci sia tempo di riflessione e costruzione del sapere.

Non solo di sterile trasmissione.

È il momento di muovere il corpo in palestre decenti. Il corpo è anche danza, musica, anima.

È il momento dell’educazione alla sessualità e alle pari opportunità.

È il momento di una scuola in cui l’ultimo degli ultimi, senta che qualcuno si prenda cura di lui, in modo che sia più forte l’attrazione di restare che quella di abbandonare.

E mi auguro che tra gli esperti che stanno pensando alla ripartenza ci sia qualche maestra, qualche insegnante, qualcuno che sappia come sono le aule e i ragazzi e li abbia vissuti nell’ultimo decennio.

È questo il tempo per chiamarci dentro.

Mi arriva un messaggio. Un bambino mi riporta al senso. Mi ricorda che lui non è un numero, una crocetta, uno schermo.

Mi ricorda che Noi siamo la scuola.

Mi mancate tanto, mi dice. E io mi sento quel plurale, chissà se lo sente anche lei cara ministra.

E spero che questi nostri bambini e ragazzi si ritrovino a settembre, se ci saranno le condizioni, dentro ad una scuola migliore di come l’abbiamo lasciata. Anzi di come l’avete lasciata.

Perché, noi, siamo già quel plurale.