accadde…oggi: nel 1890 nasce Libera Trevisani Levi-Civita, di Sandra Linguerri

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Nacque a Verona il 17 maggio 1890 da Luigi, professore di filosofia noto per le sue idee agnostiche, e da Speranza Scolari, insegnante di francese.

Dopo aver conseguito la maturità classica nel 1908 presso il liceo Bernardino Telesio di Cosenza si iscrisse al corso di laurea in matematica all’Università di Padova, ove fu pupilla di Tullio Levi-Civita. Per l’esame finale fu indirizzata dal maestro verso un argomento di punta in meccanica celeste, che lui stesso coltivò a più riprese: il problema dei tre corpi.

La questione di fondo nello studio dei moti planetari di tre corpi soggetti alla reciproca attrazione gravitazionale consisteva nel trovare una procedura generale di regolarizzazione delle equazioni del moto. Ciò significava passare da un sistema di equazioni differenziali del secondo ordine a uno più semplice, che conferisse una forma maggiormente simmetrica alle equazioni del moto. In tale ambito Levi-Civita riuscì a ottenere risultati notevoli, divenendo un’autorità riconosciuta a livello internazionale.

Nel 1912 Trevisani discusse la tesi di laurea intitolata Sul moto medio dei nodi nel problema dei tre corpi, subito edita negli Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. L’argomento della dissertazione prese le mosse da una memoria di Levi-Civita del 1911 sull’esistenza del moto medio asintotico dei nodi lunari studiato nel sistema Sole-Terra-Luna, esemplificativo del cosiddetto problema ristretto dei tre corpi, in cui il Sole e la Terra svolgono il ruolo di masse primarie, mentre la Luna, avendo massa trascurabile, non agisce sui primi due. Nella sua tesi, Trevisani (1912) estese le ricerche del maestro «nel caso generale del problema dei tre corpi» e, partendo dall’ipotesi che i corpi fossero prossimi a un piano fisso, dimostrò che «i nodi delle orbite osculatrici (nel piano invariabile) sono effettivamente dotati di moto medio asintotico» (p. 1090).

Pur non avendo pubblicato più nulla dopo tale data, la nota non cadde in oblio e ancora nel 1941 Aurel Wintner (1941) ne sottolineò l’originalità: «the considerations of Levi-Civita were extended to the actual (instead of the restricted) problem of three bodies by Libera Trevisani (Mrs. Levi-Civita)» (p. 439).

Nel 1914 sposò Levi-Civita e nel gennaio del 1919 la famiglia si trasferì nella capitale, dove Tullio era stato chiamato come docente alla Sapienza. Dopo il matrimonio non intraprese una carriera accademica autonoma, ma affiancò il marito in svariati eventi culturali, oltre a essere un’efficace interlocutrice per un gran numero di giovani ricercatori stranieri, venuti a Roma a studiare proprio con Levi-Civita (Dubreil, 1983). Nel 1925, per i festeggiamenti del centenario dell’Accademia delle scienze dell’Unione Sovietica, accompagnò il marito in un viaggio culturale che toccò le principali capitali del Nord-Est europeo con destinazione Mosca e Leningrado. All’andata la delegazione italiana – formata da Guido Fubini, Gino Fano, Leonida Tonelli, Alfredo Pochettino e Francesco Severi – si fermò a Norimberga, Copenaghen, Helsinki. Al ritorno passò per Varsavia, Cracovia, Budapest e Vienna. «Il giro delle capitali a volo d’uccello» fu il commento di Trevisani, che a questo viaggio dedicò un diario. Uno degli incontri più significativi fu quello a Copenaghen con il «grande Bohr dell’atomo e del premio Nobel»; mentre a Helsinki il colloquio con Karl Frithiof Sundman, direttore dell’Osservatorio astronomico cittadino, le rinverdì «i ricordi degli studi di meccanica celeste». A Mosca la visita ad alcuni grandi laboratori sperimentali fu l’occasione per riflettere e discutere il tema della collaborazione tra scienza e industria; invece, il fulcro della permanenza a Cracovia fu la vivace comunità matematica polacca (Nastasi, 1999, pp. 52 s.).

L’impegno più assiduo e diretto di Libera si svolse nel campo dell’associazionismo femminile. Fu tra le prime ad aderire alla FILDIS (Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori) sorta ufficialmente nel 1922 come sezione italiana della IFUW (International Federation of University Women) di Londra, allo scopo di elevare il livello intellettuale delle donne, tutelarne l’attività professionale e intervenire su questioni attinenti l’educazione, in anni che si rivelarono ben presto assai difficili.

Le scelte del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile manifestarono una forte componente sessista: nel 1923 alle donne fu vietata la carica di preside negli istituti di istruzione media e nel 1925 fu preclusa la carriera dirigenziale negli impieghi pubblici. Nel 1927 fu decretata l’esclusione dai concorsi per l’insegnamento delle materie letterarie e filosofiche nelle scuole superiori, per non dire del drastico ridimensionamento lavorativo operato nel settore privato nel corso degli anni Trenta.

Durante la dittatura fascista l’azione della FILDIS subì una forte contrazione, che sfociò nel 1935 in un provvedimento di autoscioglimento. Lo spirito di iniziativa tra le socie si mantenne però vivo e trovò uno sbocco concreto nel 1936 nella creazione di una biblioteca, che doveva raccogliere i libri pubblicati dalle donne e che vide Trevisani protagonista.

Dal 1938, l’anno delle leggi razziali, condivise il destino del marito, ebreo, che morì nel 1941, nonché dei colleghi e amici romani di origine semita costretti alla clandestinità durante l’occupazione tedesca (Simili, 2010, pp. 38 s.). Nel 1944 la FILDIS fu ricostituita e Trevisani ne diventò presidente. Rimase in carica fino al 1953.

Durante il suo mandato, l’associazione interpellò l’Istituto centrale di statistica allo scopo di avviare un’inchiesta sulle attività di studio e di lavoro delle donne italiane; partecipò ai lavori di un comitato costituito dai ministeri della Pubblica Istruzione e del Tesoro per la creazione di scuole intitolate a Laura Bassi, prima docente universitaria nel 1732; aderì al Consiglio nazionale per la ricostruzione educativa e culturale, destinato a diventare la sezione italiana della IFUW in seno alle Nazioni Unite.

Trevisani si spese altresì nel sociale a favore delle madri nubili e dei loro figli, nonché dell’istruzione degli operai delle borgate romane.

Nel dopoguerra adottò una bambina, Susanna Silberstein – unica sopravvissuta di una famiglia ebraica di origine viennese, che era stata arrestata a Firenze, deportata e sterminata. Essendo vedova, le poté dare solo il proprio cognome da nubile.

Morì a Roma l’11 dicembre 1973.