accadde…oggi: nel 1842 nasce Elena Raffalovich Comparetti, di Adolfo Scotto di Luzio

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Nacque a Odessa il 22 maggio 1842 da Leon A. Raffalovich (1813-1879) e da Rosette Mondel Löwensohn (1807-1895).

Ultima di tre sorelle – Marie (1832-1921) e Nadine Marie (1836-1911) –, Elena apparteneva a una ricca famiglia ebraica di Odessa dove i suoi avi risiedevano dal XVIII secolo e che nel corso del XIX sarebbe divenuta uno dei centri più importanti del giudaismo europeo-orientale. Il nonno, Abraham Selikow (1783-1857), vi aveva impiantato una casa di commercio e una banca che ben presto lo portarono a essere parte integrante dell’élite finanziaria dell’Impero russo, tanto da ricevere dallo zar Alessandro II il titolo ereditario di cittadino onorario della città. Banchieri furono pure Leon e suo fratello Herman che ne sposò la primogenita Marie. Nel 1863 le due famiglie si ricongiunsero a Parigi per sfuggire a una situazione che dopo l’insurrezione polacca di gennaio si era fatta, se possibile, ancora più pericolosa per gli ebrei ucraini.

Secondo Frederick Roden, che ha dedicato uno studio alla figura di Marc-André, ultimogenito di Marie Raffalovich, un fratello di Herman, anche lui banchiere, si era convertito al cristianesimo nel tentativo di allentare le restrizioni della legislazione antiebraica zarista e aveva deciso di restare a Odessa. Questo fratello, tuttavia, non era Leon, padre di Elena, bensì Theodore (1818-1883), fattosi cristiano nel 1848 quando assunse il nome di Fedor.

Da lungo tempo Parigi e la Francia erano un punto di riferimento per il tipo di vita cosmopolita proprio dell’élite ebraica cui apparteneva Elena. Uno degli zii, Mark Raffalovich, che sarebbe diventato un celebre medico, si era diplomato al liceo Richelieu di Odessa nel 1840. Un anno dopo scrisse che la città era l’unico posto in Russia dove gli ebrei stavano tentando di farsi completamente europei e usava il termine «nazionalismo» per definire il complesso dei costumi e delle abitudini che separavano i suoi correligionari da una società più vasta. Rientrato in patria dopo un lungo periodo all’estero, Mark aveva cambiato il nome in Artemii Alekseevich.

Questo era l’ambiente in cui crebbe Elena. Parigi rappresentava lo scenario adeguato per una famiglia di grandi possibilità e di grandi ambizioni come la sua. Lì era nata sua sorella Nadine e quando vi giunse l’altra sorella Marie il 24 maggio 1863, la sua casa divenne ben presto un luogo di ritrovo di politici e intellettuali. L’Università di Manchester, che conserva molti documenti di Marc-André Raffalovich, raccoglie anche alcune lettere di Gustave Moreau, Ernest Renan e di sua moglie Cornélie indirizzate alla madre. Ma il rapporto più significativo di Marie fu con Claude Bernard, testimoniato da un corposo carteggio di quasi cinquecento lettere fra il 1869 e il 1878, che, alla morte del celebre fisiologo, madame Raffalovich consegnò all’Institut de France.

Donna delicata e dalla salute cagionevole, abituata per questo a trascorrere gli inverni fra Nizza e la riviera ligure, alla fine del 1862 Elena giunse con la famiglia a Pisa dove conobbe Domenico Comparetti in casa dei baroni Tossizza. Comparetti aveva allora ventotto anni e insegnava letteratura greca all’Università di Pisa. Elena cercava un uomo colto e che le promettesse una vita a contatto con le idee e con i grandi movimenti spirituali del suo tempo. Il loro fidanzamento fu breve. Elena lasciò l’Italia nell’aprile del 1863 per farvi ritorno a luglio in occasione del matrimonio, che fu celebrato a Genova il 13 agosto di quello stesso anno. Il 16 dicembre 1864 nacque Laura che doveva restare l’unica figlia della coppia.

L’ambiente pisano si rivelò molto diverso dalle attese di Elena e ben presto le divenne intollerabile. «Affetta da malinconie isteriche», avrebbe scritto di lei il marito, che le resero «insopportabile la vita matrimoniale colle sue cure domestiche e la cosiddetta vita di società» (Comparetti, 1922, p. 8), la coppia venne a un accordo nel 1872 ed Elena cominciò una vita di viaggi e di continui spostamenti che si sarebbe conclusa solo poco prima della sua morte.

Già nell’agosto del 1871 si era trasferita con la figlia a Lucerna. Rientrata a Pisa in ottobre per accompagnarla al Regio Conservatorio di S. Anna (dove Laura sarebbe rimasta fino al 1873 prima di essere trasferita alla Ss. Annunziata, istituzione laica a dispetto del nome), il 30 di quel mese era a Firenze.

Qui Raffalovich venne in contatto con il movimento ispirato al pensiero del pedagogista tedesco Friedrich Froebel. All’inizio di gennaio del 1872 a Firenze incontrò Bertha von Marenholz-Bülow che nel capoluogo toscano stava per inaugurare un giardino d’infanzia. Quell’incontro fu decisivo. Nell’interesse per la problematica educativa confluiva, accanto al bisogno di dedicarsi a un’impresa che fosse all’altezza della propria intelligenza, una convinzione di natura politico-ideologica più profonda che iscriveva la vicenda personale di Elena Raffalovich nel quadro più generale della formazione e della difficile affermazione di una nuova soggettività femminile tra Ottocento e Novecento.

La diffusione in Europa delle idee froebeliane, dopo che la Prussia nel 1860 aveva revocato il bando comminato al pensatore tedesco all’inizio degli anni Cinquanta, costituisce infatti un capitolo della storia intellettuale della democrazia radicale ottocentesca e in esso del movimento per l’autonomia delle donne.

Nelle idee di Froebel agli occhi di Elena trovava risposta non una semplice domanda di natura pedagogica, ma una problematica più generale che all’educazione e, in modo più preciso, alla riforma educativa delle classi popolari affidava il compito di una trasformazione radicale della società. In quel senso infatti Raffalovich declinava il grande tema ottocentesco della costruzione pedagogica dell’ordine politico moderno. La nascita di un nuovo mondo, scriveva nell’ottobre del 1872 al pedagogista moravo Adolfo Pick, sarebbe stata possibile solo con un soggetto sociale affatto nuovo che si trovasse nella condizione di dover ricominciare tutto daccapo. Solo così, il nuovo ordine delle cose non avrebbe ripetuto le storture del passato. In questa immagine di profondo rinnovamento sociale, emancipazione proletaria ed emancipazione femminile con tutta evidenza si sovrapponevano e sbiadivano l’una nell’altra.

A questo proposito, Raffalovich trovava nel pensiero di Froebel se non un programma ben delineato, almeno le sue condizioni di possibilità. Il movimento froebeliano dei Kindergarten aveva subito una profonda radicalizzazione con la rivoluzione tedesca del 1848, grazie soprattutto all’attività divulgativa del nipote di Froebel, il giornalista democratico radicale e socialista Karl, e di sua moglie Johanna Küstner. Nel quadro del fermento rivoluzionario dei tardi anni Quaranta, la coppia impresse al movimento alcuni tratti culturali e ideologici significativi. Già Froebel aveva intuito che le donne, più degli uomini, legati ai vecchi metodi e alle vecchie convinzioni, sarebbero state disposte a diffondere le nuove idee. A partire da qui, il movimento froebeliano fece della mobilitazione femminile il soggetto decisivo per il rivolgimento in senso radicale della società. La «maternità spirituale», come ha ben messo in evidenza la studiosa americana Ann Taylor Allen, rappresentava la base per trasformare il tradizionale ruolo muliebre e le funzioni di accudimento cui da sempre le donne erano state destinate in una presenza inedita e rivoluzionaria nella sfera pubblica.

Era con queste idee che Raffalovich entrò in contatto all’inizio del 1872 attraverso la mediazione di Bertha von Marenholz-Bülow. Recatasi a Dresda per frequentare la scuola dove venivano formate le maestre giardiniere, alla fine di quell’anno Elena definì insieme a Pick il progetto per un giardino di infanzia da aprirsi a Venezia. L’incontro con il pedagogista moravo era avvenuto nell’aprile precedente e i due si erano tenuti in contatto mentre Elena seguiva in Germania le lezioni del professor August Köhler. Fin dagli gli inizi, Raffalovich fu molto chiara riguardo alle caratteristiche dell’impresa educativa che aveva intenzione di finanziare e che erano in tutto coerenti con l’ideologia froebeliana: il giardino avrebbe dovuto essere aperto a bambini di tutte le condizioni sociali e, per Elena aspetto decisivo, di tutte le confessioni religiose. Sarà questo sempre l’elemento discriminante del suo impegno. Più dei «pregiudizi dei borghesi», era il catechismo la sua massima preoccupazione: «non voglio catechismo» (Storia di Elena attraverso le lettere, 1980, p. 110), scriveva risoluta da Parigi il 9 febbraio del 1873.

La scuola venne inaugurata a Venezia il 24 ottobre di quell’anno. Raffalovich, che si rifiutò di partecipare alla cerimonia di apertura, avrebbe continuato a occuparsene anche negli anni successivi. Nel 1876 avrebbe rivisto a Dresda ancora una volta Bertha von Marenholz-Bülow e visitato la sua scuola per maestre giardiniere. Ma il giardino veneziano non era come lei se l’era immaginato o più semplicemente non era bastato a placare l’inquietudine della sua ispiratrice.

La giovane donna che nel 1863 aveva scritto al futuro marito, «io sono ambiziosa e voglio che il nostro nome sia celebre in Europa» (Storia di Elena…, 1980, p. 12), aveva dovuto fare fronte solo dieci anni dopo al fallimento di quel progetto e a una serie di delusioni che l’avevano spinta a un atteggiamento di profondo distacco dalla vita.

Laura, che aveva sposato un allievo del padre, l’archeologo Luigi Adriano Milani, dal quale ebbe quattro figli, di cui il primo, Albano, sarebbe stato il padre di Lorenzo Milani, morì nel 1913. Fu l’ultimo evento drammatico di una vita che nel corso dei decenni si era progressivamente spogliata di oggetti e di legami con il mondo.

Morì a Firenze, a casa dei figli di Laura, il 29 novembre 1918.

Di lei, ha scritto la nipote Elisa Frontali Milani, «non è rimasto né un oggetto né un libro, come se si fosse staccata dalla vita prima che la vita si staccasse da lei» (ibid., p. 117).