una scuola “nuova” va riaperta in sicurezza, per tutti, non produciamo, quindi siamo sacrificabili, di Cinzia Pennati

Una scuola “nuova” va riaperta, in sicurezza per tutti. Non produciamo, quindi siamo sacrificabili.

Oggi c’è uno sciopero in tutta Italia. Genitori, famiglie, studenti, personale docente e non si incontrano in molte città alle 15,30 per chiedere la riapertura delle scuole a settembre, ovviamente, in sicurezza per alunni e lavoratori.

In questi mesi difficili siamo un po’ entrati tutti nelle vite di tutti, le famiglie in quelle dei docenti e i docenti in quelle dei ragazzi e della loro storia.

In un certo senso ci siamo visti davvero, abbiamo toccato con mano mancanze, storture e risorse. Nel bene e nel male.

La scuola che abbiamo lasciato a febbraio aveva tante falle, innanzitutto, il numero dei bambini per classe, il corpo docente che ogni anno cambiava e non dava stabilità, il numero dei precari, inoltre, un lavoro che viene sottopagato è un lavoro che agli occhi degli altri non ha valore.

Gli spazi: aule cupe, corridoi che cadono a pezzi, cartine alle pareti che c’erano ai tempo di mio nonno. Banchi rotti, bagni senza acqua calda, carta igienica e sapone. Spazi esterni e palestre quasi inesistenti.

I luoghi di apprendimento, che dovrebbero ammaliarti, non solo non sono accoglienti ma sono tristi, qualcosa non in cui stare ma da cui allontanarsi il prima possibile.

Ecco cosa insegniamo ai ragazzi che il bello sta “fuori”, nel privato, invece di insegnare a preservare “ciò che è di tutti”, un valore di cittadinanza attiva, da portarsi dietro sempre.

Li abituiamo a questo binomio, spazi pubblici=brutture.

Poi ci sono gli ATA ( ex bidelli), pochissimi e con stipendi da fame, a volte, alcuni piani dell’edificio scolastico rimangono scoperti e succedono le tragedie. Di chi è la colpa?

Fare progetti e lavorare a piccoli gruppi per seguire meglio gli alunni è quasi impensabile, in quanto si è risparmiato fino all’osso, la compresenza tra insegnanti è un sogno dei tempi andati.

I voti, le crocette, la didattica frontale per discipline rimangono un grosso neo.

La trasversalità, l’alunno al centro con la sua storia, sviluppare il pensiero critico, sono scelte per lo più individuali di docenti volenterosi.

Ho letto che, per l’anno prossimo, alcuni insegnanti hanno proposto meno ore di scuola ma in presenza, piuttosto che attuare ancora la didattica a distanza.

Meno ore di scuola vuol dire lasciare soli i bambini e i ragazzi, lasciare tempo vuoto non gestito dagli adulti, vuol dire aumentare quella forbice sociale che la scuola avrebbe il compito di eliminare, così, magari, come è successo pochi giorni fa, ci troveremo un altro bambino abbandonato alla sua povertà, che muore schiacciato in un cassonetto, scalzo, gambe a penzoloni, una sera di maggio a caccia di vestiti.

Il tempo della scuola è un tempo importante e va protetto.

Questo coronavirus una cosa buona l’ha fatta: ci ha messo insieme.

Tutti abbiamo messo a fuoco quel è il valore imprescindibile della scuola e quanto dobbiamo difenderlo con le unghie e con i denti.

La scuola che verrà dovrebbe essere una scuola migliore, dove i libri non costino un occhio della testa, dove la cultura e i suoi spazi siano accessibili, una scuola non “chiusa” nelle aule ma aperta alla città.

Una scuola che sfondi muri, esca nei parchi, nei musei, nelle biblioteche, negli spazi pubblici anche quelli non utilizzati, ex magazzini, e li occupi, li faccia suoi, li “apprenda” e impari a sentirsene responsabile.

Una scuola che permetta l’uguaglianza nel rispetto delle diversità, in cui la classe sociale da cui gli alunni provengono rimanga fuori dalla porta.

In cui i docenti siano rispettati nel loro ruolo e pagati il giusto.

In cui se hai difficoltà in una materia non ti mando a ripetizioni ma ti affido a un ragazzo come te, della tua scuola, più grande.

Perché non creare gruppi di studio? Perché le scuole non possono essere luoghi “davvero” di apprendimento?

La DAD non è la soluzione e così come investire solo nella tecnologia e le madri non possono continuare a improvvisarsi insegnanti e coprire un vuoto istituzionale a caro prezzo. E sappiamo quanto.

Un governo che non investe nella scuola non investe nel futuro, risparmia sulla pelle dei suoi futuri cittadini.

È così difficile da capirlo?

Il problema non sono le proposte, quelle ci sono, come l’ultima che si è alzata dal mondo della scuola sul “non voto” alla primaria, il problema è che bisognerebbe essere capaci di ascoltarle.

E bisognerebbe investire. Ma la scuola non produce soldi, solo cultura.

Per questo è sempre sacrificabile.