per un ergastolano la morte è più umana degli uomini, di Carmelo Musumeci

  

   “L’ergastolano non ha nessun domani. Ha solo un passato che non passa. È come essere morti prima di morire.”

Ieri sera ho ricevuto questo triste messaggio: “ Oggi è morto Ciccio, te lo ricordi? Nel carcere di Opera stava con le stampelle, gli avevano amputato il piede sinistro. Era stato esplicitamente un ergastolano senza scampo, avevamo descritto bene il morbo di Buerger. Ogni volta che lo incrociavo in carcere mi parlava con gli occhi lucidi. Il direttore ha detto che è stato infarto, improvviso.”
Ho appreso con dolore della morte in carcere dell’ergastolano Francesco Di Dio, Ciccio per gli amici. Il suo cognome non gli ha portato certo fortuna, perché Dio lo aveva abbandonato presto. In carcere da trent’anni, da quando ne aveva appena 18. L’ho conosciuto ragazzino, nel 1992 nel lager dell’Asinara, sottoposto al regime di tortura del 41 bis. Siamo stati un periodo in cella insieme.
La prima volta che l’avevo visto mi ero domandato cosa ci facesse un ragazzino, dimostrava ancora meno della sua età, in mezzo ai “mafiosi”: a quell’età non poteva certo essere un boss. Poi ho saputo che lui insieme ad altri ragazzi si erano ribellati ai mafiosi locali ed era stato condannato all’ergastolo.
In seguito ho saputo che si era ammalato, che aveva il morbo di Buerger, una malattia irreversibile e terribile che gli aveva già comportato l’amputazione di un piede e che gli provocava ferite e piaghe sempre aperte.
Speravo che l’avrebbero fatto almeno morire in libertà ma, purtroppo, così non è stato. Probabilmente perché se l’avessero fatto uscire alcuni professionisti dell’antimafia avrebbero scatenato l’inferno mediatico. D’altronde è più facile fare finta di lottare contro la mafia che farlo con efficacia, intelligenza e umanità. I dati ufficiali della recidiva dicono che il carcere in Italia, in particolar modo quello duro, non è un deterrente, non danneggia la cultura criminale, piuttosto l’alimenta. E la stessa cosa accade per la pena dell’ergastolo. Questa terribile pena è una morte lenta, bevuta a sorsi tutti i giorni e niente è più crudele di una morte al rallentatore. È anche una pena inumana, infernale, priva di dignità, perché una persona senza futuro, senza prospettive, senza speranze, senza fine pena, che cos’è? L’unica differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo è che una si sconta da morto e l’altra da vivo. Con questa terribile pena si muore tutti i giorni, per tornare l’indomani di nuovo a morire ancora.
Ciao Ciccio, se ti può consolare, sotto un certo punto di vista, la morte ti ha preso la vita, ma in cambio ti ha dato la libertà: t’immagini quanta galera ti saresti fatto se campavi fino a ottanta, novant’anni? Certo a molti forcaioli che chiedono giustizia, ma in realtà vogliono vendetta, dispiacerà che la morte ti abbia liberato. Loro ci rimangono male quando un ergastolano muore, ma tu sorridigli dall’aldilà, come hai sempre fatto in vita perché, come ti dicevo spesso all’Asinara, il sorriso è l’arma migliore dei prigionieri.