una prof saluta così i suoi ragazzi alla fine del percorso, la scuola di cui abbiamo bisogno, di Cinzia Pennati

Una prof. saluta così i suoi ragazzi alla fine del percorso. La scuola di cui abbiamo bisogno.

Oggi vi racconto una bella storia, una storia fatta di relazione educante, quella tra i ragazzi di una classe e la sua professoressa.

“Ragazzi miei, questi giorni strani di lontananza forzata, mi hanno fatto pensare alla cosa che di più mi manca dei nostri giorni di scuola in classe.

No, non è la stanchezza o la fatica estenuante nel continuare a ripetervi sempre le stesse cose, lo sconforto o la disperazione provati in alcuni giorni ,quelli stranamente non me li ricordo più!

Quello che mi mancano di più sono i vostri occhi …

Quelli stanchi e assonnati , nascosti da capelli arruffati, quegli occhi che ti guardano così grandi e profondi, ma anche quelli spavaldi, che ti sfidano e quasi ti provocano.

Quelli che si nascondono e guardano da un’altra parte, quelli impauriti e quelli felici perché innamorati.

Ne ho visti tanti di occhi e di sguardi: tristi, disperati come possono essere disperati i vostri giovani cuori, pieni di lacrime e poi all’improvviso ridenti, come quando il sole sbuca all’improvviso dietro le nuvole.

Occhi a volte talmente pieni di rabbia che non puoi sostenere lo sguardo e non si placano neanche con tutte le parole che riesci a pronunciare, pieni di quella energia che io vorrei voi conserviate sempre per tutti i vostri giorni.

I vostri occhi a volte erano la risposta alle mie domande ed indirizzavano il mio cammino, con voi e per voi.

Mi manca tutto questo, mi mancano i vostri occhi, sono loro che mi danno la forza di parlare, mi incoraggiano e spingono a continuare questo mestiere difficile e meraviglioso.

Sono i vostri occhi che hanno fatto da guida alla mia voce, che le hanno dato le pause e il timbro.

Spero che ancora adesso vi possa arrivare la mia voce, quella che vi annoiava , quella che per tenervi testa rimbombava tra le pareti, quella che a volte vi faceva stare quasi immobili, quella che seguivate curiosi o quella a cui vi opponevate per affermare le vostre richieste.

Cosa fate adesso, mentre io vi parlo? Dove siete? Le mie parole che risuonano dentro le vostre stanze hanno ancora un senso?

Mi sembra di dover camminare nel buio più profondo, non riesco più a cogliere nessun segnale che sia di noia o di attenzione, di voglia di sapere o di paura.

Alla fine di questo anno tutto particolare voglio salutarvi, sperando che la mia voce rimanga dentro i vostri cuori, per darvi coraggio, per dirvi che ce la si può fare, per aiutarvi a prendere la decisione giusta, quando la vita porta a dover rallentare e ti pone degli ostacoli .

Cosa posso dire ancora?

Mi auguro possiate andare sempre più lontano, guardando sempre avanti, a testa alta.

Per me significherà che la mia voce e le mie parole sono servite a qualcosa e sarò orgogliosa di voi!

Coraggio ragazzi miei e buona fortuna”.

La vostra prof.

IIS Luigi Einaudi Roma.

Ecco di cosa abbiamo bisogno, professori e professoresse che sappiano guardare negli occhi i loro ragazzi, sappiano chi sono e non cosa “producono”.

Che sappiano farsi indirizzare da questi occhi per non perdere nessuno, per lasciare un segno.

La scuola è fatta dai docenti che la abitano, noi abbiamo la responsabilità della cura, sì, perché nessun sapere disciplinare passerà mai se non ci occupiamo della relazione con questi ragazzi.

Spesso, mi chiedo perché non sia previsto un percorso psicologico per gli insegnanti, prima di “mettersi” in cattedra.

Insegnare non è srotolare nozioni, complicare un quiz a crocette, è fare in modo che quelle nozioni arrivino al cuore dei nostri ragazzi e ci sostino. Insegnare è un’ arte umana.

Insegnare è educare: tratte fuori, condurre, promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona.

Ecco, promuovere qualità morali, facoltà intellettuali e per fare questo, c’è bisogno non di selezione, competizione, c’è bisogno di qualità empatiche e umane.

C’è bisogno di stare al passo delle generazioni che cambiano, c’è bisogno di insegnanti come questa professoressa che guarda negli occhi.

Gli insegnanti come lei esistono e, spesso, sono quelli che nessuno vede, che non sono alla mercé dei Dirigenti o non fanno fior di progetti perché il loro tempo lo passano in classe, con i loro ragazzi a consumarsi il cuore e le ossa per trovare il modo di raggiungerli.

Occhi è il titolo che questa prof. ha dato al video per i suoi ragazzi e io lo trovo bellissimo, perché sono gli occhi che per primi ci parlano di loro.

Sono gli occhi che abbiamo visto per un anno davanti alle telecamere, gli stessi che un insegnante ha obbligato a chiudere ( aveva paura che durante l’interrogazione qualcuno potesse suggerire) con un abuso di potere indecente. Gli stessi che, a volte, abbiamo il terrore di guardare perché ci parlano di noi e di quanto non siamo capaci.

Gli occhi dei nostri ragazzi sono ciò che ci serve per andare avanti, i loro occhi ci permettono non solo di capirli ma anche di comprendere se abbiamo fatto abbastanza.