la “matura”, così chiamano la maturità i ragazzi, orgoglioo felicità? cosa chiediamo ai nostri figli? di Cinzia Pennati

“La matura” così chiamano la maturità i ragazzi. Orgoglio o felicità? Cosa chiediamo ai nostri figli?

La mia grande era andata per qualche giorno a studiare con un’amica per l’esame di maturità. Mi ha telefonato e mi ha detto: “È uscita la scheda”.

“Bene” le ho risposto “sei soddisfatta?”.

Mi ha raccontato i voti e si è sorpresa che i prof. non abbiano lavorato in difetto, scendendo nella scala dei valori. Ci siamo messi a ridere sull’otto di educazione fisica.

“Come è potuto succedere?” le ho domandato, non ha avuto mai più di sei in pagella a causa della sua pigrizia sfacciata.😜

“Ho consegnato una relazione” mi ha risposto, poi si è messa a piangere.

Ovviamente le ho detto che era brava e che ero contenta per lei ma io conoscevo il suo valore anche se avesse avuto voti più bassi.

“Lo so”.

Le ho ribadito quanto avesse poco significato il voto finale per me: “Fai un esame degno, che ti resti e sia utile per la tua crescita, questo conta”.

Così, lei ha frignato ancora di più e poi, quando si è calmata mi ha detto che era felice soprattutto perché dai voti presi ha capito che i professori non avevano intenzione di affossarla all’esame.

Ecco, forse l’unico regalo che ha fatto la Dad a mia figlia e spero anche ad altri, è stata quella di aver mostrato dei professori maggiormente capaci di umanità.

Meno punitivi, con uno sguardo più lungo.

Certo, ho sentito storie raccapriccianti, richieste di mani alzate, verifiche con trenta domande in dieci minuti, occhi chiusi ecc…ma questa didattica credo abbia messo in luce due grandi necessità all’interno della Scuola.

La prima è quella, appunto, del bisogno di avere insegnanti capaci di empatia, perché l’adolescenza è un’età critica, l’educazione della materia passa attraverso la vicinanza e la passione. Professori “facilitanti” non punitivi.

La seconda è la necessità che si vada nelle direzione degli interessi e delle capacità dei ragazzi, se un ragazzo odia una materia non capisco perché ci si debba accanire e non si possa invece, agevolare e puntare sui percorsi a lui più consoni e dare valore a ciò che sa fare.

Mia figlia, nonostante andasse molto bene di tutte le materie, è sempre stata rimandata a settembre: un anno greco, l’altro latino, poi greco, poi latino. Il suo problema erano le versioni. Quale credete sia stato il risultato di queste rimandature? Che abbia recuperato la lingua scritta latina e greca? No, che le detesta.

Quest’anno nella scheda si è beccata due bei sette perché con la Dad le versioni sono decedute.

“Sogno Consigli di classe – ha detto Recalcati– dove si dibatte attorno alla valutazione degli allievi; dove se un ragazzo va benissimo, ad esempio nelle materie umanistiche, e malissimo in quelle scientifiche, gli si abbuoni la sufficienza in quelle scientifiche per non fagli detestare lo studio“.

Scovare i talenti e incentivarli, dovrebbe essere il compito di un docente, aprire la strada alla scoperta degli interessi e fare in modo che il sapere non diventi “nauseabondo” ma ricerca e sviluppo delle proprie passioni.

E noi come genitori dovremmo ricordare sempre ai nostri figli il loro valore al di là dei raggiungimenti scolastici. So già quello che succederà in questi giorni su Facebook e tra amici, ci sarà una corsa a sfoderare voti e pagelle, a gridare: “all’orgoglio” per i figli.

È come se quella votazione la prendessi noi. Ha preso 96 alla maturità, allora, possiamo dire al mondo che siamo dei bravi genitori, è stato rimandato, bocciato, ha preso il minimo, il mondo ci giudica e a catena noi giudichiamo i nostri figli dimenticandoci che nella vita ci sono tante variabili di cui è necessario tenere conto.

Il carattere, la storia, gli eventi, gli accadimenti, i prof. che s’incontrano, la scelta della scuola sbagliata e così via.

I nostri ragazzi sono molto di più di un risultato scolastico, non dimentichiamolo mai.

Essere orgogliosi, in questo contesto, è una frase che non mi piace, perché riguarda il mostrare, il far vedere, il raggiungimento di un risultato, mi piacerebbe, con sforzi enormi (è difficilissimo non farsi trascinare dalla corrente della competizione genitoriale), usare parole più giuste.

Ma bisogna provarci e resistere per dare una sferzata a questa società che invece di educare, ci mette gli uni contro gli altri in una corsa ad ostacoli.

Alla mia grande non ho detto sono orgogliosa di te, perché quei voti non mi dicono niente di più di lei di quello che non sapessi già, ero contenta per lei, quello sì.

Ma la domanda costante che mi faccio per non perdere l’orizzonte, non è se riuscirà nella vita e in cosa riuscirà, la domanda che mi faccio e le faccio, perché si abitui a chiederlo a se stessa, è semplice, e gira intorno alla ricerca della felicità.

Saperla felice, mi basta.

È questo il futuro che desidero per lei, che sappia lavorare per la costruzione della sua felicità.