accadde…oggi: nel 2008 muore Fabrizia Ramondino, di Francesco Erbani

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Fabrizia Ramondino era una scrittrice mite e contemporaneamente spigolosa. Come la sua lingua. Densa, colta, fantasiosa, sincopata. Quella che riversava nella pagina e quella della sua parlata, un napoletano sciolto, ma non rotondo, né accomodante, senza cantilene. Il libro che la rese celebre – se l’ aggettivo celebre non stonasse con la sua figura minuta e con l’ avversione che nutriva per le apparenze – si intitolava Althenopis. Uscì nel 1981, pubblicato da Einaudi. Fabrizia Ramondino racchiuse in quello strano ircocervo linguistico, metà tedesco, metà greco, una sua certa idea di Napoli. Althenopis significa “occhio di vecchia” e fin troppo scopertamente la scrittrice aveva intitolato così quel libro per opporsi all’ immagine di Partenope, “occhio di vergine”, di cui la retorica aveva abusato fino alla noia più stucchevole. Fabrizia Ramondino è in una generazione di mezzo degli scrittori napoletani del secondo dopoguerra. Dietro di lei ci sono Domenico Rea, Luigi Compagnone, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria. Dopo di lei un esercito altrettanto nutrito di narratori, che si chiude con Roberto Saviano. Ma in fondo la Ramondino è un caso a sé per il rilievo che attribuisce alla costruzione letteraria, per il modo in cui si organizza l’ architettura dei suoi romanzi. Dopo Althenopis sarebbero arrivati Dadapolis – ancora un gioco, stavolta dadaista, sul nome di Napoli – quindi Storie di patio, Un giorno e mezzo, Star di casa, Terremoto con madre e figlia, un lavoro teatrale. E la sceneggiatura del film Morte di un matematico napoletano, diretto da Mario Martone, che raccontava le ultime giornate di Renato Caccioppoli. Eppure lei continuava a considerarsi un’ outsider. «Non faccio parte di nessun giro», diceva tirando fumo da una sigaretta lunga e sottile. Aveva girato il mondo. Era nata nel 1936 e i primi sette anni della sua vita li aveva trascorsi a Maiorca, poi nel 1948 era in Francia. Suo padre era diplomatico. Quindi a Napoli e in Germania per studiare e lavorare – la cultura tedesca, Hoffmannsthal, Rilke avrebbero sempre innervato la sua scrittura. Di nuovo a Napoli, negli anni Sessanta quando ancora si cullava l’ idea che la città nascondesse un cuore rivoluzionario e non più ribelle. Nel ‘ 72 Fabrizia Ramondino anima la Mensa dei bambini proletari che aveva sede in vico Cappuccinelle a Montesanto, in un palazzo che si teneva in piedi a stento. Con lei c’ erano Geppino Fiorenza e Goffredo Fofi. Il gruppo era affascinato dalle iniziative comunitarie, un po’ don Lorenzo Milani, un po’ Danilo Dolci. Da Napoli era andata via dopo il terremoto del 1980 – la casa dove abitava, Palazzo Spinelli, sontuoso e sfregiato con il cortile circolare e la scalinata a due rampe di Ferdinando Sanfelice, aveva subito danni gravissimi. Era andata a vivere a Itri, in cima a una rocca e dal terrazzino guardava una campagna esangue, al di là del quale immaginava il mare di Sperlonga. Il suo rapporto con Napoli ricorda quello di Anna Maria Ortese. E lei stessa ricordava la Ortese, piccola, nervosa, un universo fantastico che prima di sciogliersi conservando tutte le durezze nella scrittura, si scorgeva nei suoi occhi, nel ritmo serrato del suo discorso. «Leggevamo i Quaderni rossi e i Quaderni piacentini», raccontava. «Ci scontravamo con il Pci, studiavamo il lavoro nero. Scoprimmo che la maggior parte delle scarpe che vendeva lo stilista Mario Valentino non venivano prodotte nelle sue aziende, ma nei “bassi”». Lo spessore fantastico, immaginativo dei suoi libri non lasciava trapelare questo passato di impegno, trascorso a scavare nella realtà più scabrosa. Ma a chi glielo faceva notare, replicava che le cose si conciliavano benissimo, che della vita e della sua trasfigurazione è fatta tutta la letteratura.