il controllo sul nostro corpo è controllo sul potere, dii Cinzia Pennati

Il controllo sul nostro corpo è controllo sul potere.

Siamo il 51,4% della popolazione eppure abbiamo ancora bisogno delle quote rosa e nemmeno con quelle superiamo il 30% ( più o meno) della nostra presenza in Parlamento.

Il cammino verso la parità in questi settant’anni è stato lungo: su oltre 1500 incarichi di ministro le donne finora ne hanno ricoperti 78, mentre le presidenze femminili nelle commissioni parlamentari sono state 23.

Nessuna donna ha mai ricoperto finora il ruolo di presidente del Consiglio.

Nessuna donna, dalla I alla XVII legislatura, ha rivestito l’incarico di presidente del Consiglio, presidente della Camera o ministro dell’economia e delle finanze o delle infrastrutture e dei trasporti.

È la prima volta che abbiamo una donna come presidente del SENATO.

Se si analizza la mappa dei circa 8mila comuni italiani emerge che sono 1134 quelli amministrati da un primo cittadino donna. Solo uno su sette (il 14,3%).

La sotto rappresentazione femminile in politica può essere imputata ai numerosi fattori: limiti di tempo dovuti alla cura dei propri figli, oppure per mancanza di un appoggio esterno di natura familiare o economica, l’esistenza di pregiudizi sessisti sia da parte degli stessi partiti, restii a candidare una donna in posizioni di rilievo, sia da parte degli elettori, restii a loro volta a votare candidati di genere femminile.

Ed eccoci arrivati al corpo. Il nostro.

Nel mondo ci sono circa 56 milioni di aborti ogni anno, in numero minore dove l’aborto è più sicuro e dove la contraccezione è facilmente disponibile.

Il 73% è praticato da donne sposate.

Quasi la metà degli aborti viene praticato in condizioni non sicure. Dove l’aborto è negato solo 1 SU 4 è sicuro, dove l’aborto è legale 9 su 10 sono sicuri.

RESTRINGERE L’ACCESSO ALL’ABORTO NON RIDUCE IL NUMERO DEGLI ABORTI MA GLI ABORTI SICURI.

25 milioni di donne nel mondo praticano aborti non sicuri ogni anno.

Noi siamo il 51% della popolazione, eppure il potere decisionale sulla nostra pelle è in mano agli uomini. Anche quelle che riguardano il corpo.

Dovrebbero esserci leggi blindate come la 194 con linee guida nazionali su cui non sia possibile fare delibere assurde come quella della leghista, governatrice dell’Umbria, Donatella Tesei. Lei è una donna e qualcuno l’ha votata. Ci sono donne e donne. Alcune stanno in piedi o in luoghi di potere perché asservite al maschilismo imperante.

La storia è sempre la stessa, la donna deve soffrire, deve partorire e fare figli e deve occuparsi di gestirli. Se siamo sulla “cura” non siamo nei luoghi di potere.

Il controllo sul nostro corpo è il controllo sul potere.

Fino a quando non saremo libere di scegliere della nostra vita, perché si tratta della NOSTRA ESISTENZA, le cose non cambieranno.

Fino a quando non si modificheranno le politiche sociali ed economiche, troveremo donne misogine, oltre che uomini, che tentano in tutti i modi di ricollocarci nel regno della sfera “privata” ovvero la casa, ovvero i figli.

Per questo dobbiamo occuparci della politica, delle cose che succedono del mondo, dobbiamo essere vigili e non pensare che ciò che riguarda il nostro corpo, dalla bellezza all’aborto, non sia collegato al mantenimento di un sistema patriarcale in cui noi possiamo decidere ancora troppo poco. In cui non solo la conciliazione è quasi impossibile ma torniamo indietro su diritti acquisiti con tanta fatica.

Ogni giorno cercano di ricollocarci al vostro posto, ogni giorno. Lo fanno in tutti i modi possibili, in ogni luogo, dalla casa, con la richiesta sottintesa della cena pronta, al Parlamento in cui siamo ancora invisibili.

Ogni giorno noi dobbiamo essere consapevoli che le nostre azioni, le scelte, le parole che usiamo, gli amici e le amiche di cui ci contorniamo, sono importanti.

Le scelte sul nostro corpo vanno difese con le unghie e con i denti, difendere quelle vuol dire difendere il nostro posto nel mondo. Non morire. Non essere ammazzate per un no. Non venire stuprate se torniamo sole a casa la sera. Non rimanere sottomesse.

 

Libere di scegliere sul nostro corpo.

Fuori la giunta fascista dalla regione Umbria!

Mentre una pesante crisi aggrava la situazione del paese e il periodo dopo Covid si annuncia molto duro per la vita economica e sociale delle donne e di tutt*, la giunta della destra leghista di Donatella Tesei lancia il suo affondo all’autodeterminazione delle donne firmando un dispositivo che prevede per l’Umbria il ricovero di tre giorni per le donne che utilizzano la Pillola abortiva RU486. Inutile qui ricordare come l’Italia sia da decenni l’unico paese in Europa in cui, vista la particolare attenzione verso le posizioni del mondo cattolico integralista, si prevede necessariamente, per le donne che vogliono assumere questa pillola abortiva, un passaggio in ospedale in Day Hospital (sempre che gli ospedali ne siano dotati: proprio in Umbria nella gran parte degli ospedali da tempo questa pillola non c’è). Se questa situazione caratterizza storicamente il nostro paese tale che esiste una anomalia italiana nel campo dell’aborto farmacologico -perché le donne, si sa, nella cultura egemone dominante devono partorire e eventualmente abortire nel dolore- la variazione d’intensità a cui ci sottopone oggi la giunta leghista è quella del ricovero ospedaliero coatto di tre giorni per le donne che vi facciano ricorso. Ricordiamo che l’IVG non riguarda solo le vite precarie delle donne umbre bianche, borghesi o proletarie, ma una quantità di donne migranti: badanti, braccianti, sex workers, che hanno gravidanze indesiderate, spesso da rapporti sessuali altrettanto indesiderati e hanno difficoltà non solo ad attuare l’IVG ma anche a essere raggiunte da informazioni su come/cosa fare. Se questa faccenda non fosse drammaticamente lesiva della dignità e della libertà delle donne, potremmo cogliere il lato tragicomico della faccenda, visto che la sanità dei tagli neoliberisti ci ha abituato da tempo a norme e procedure “spiccialetti” per le degenze anche in caso di bisogni significativi. Un attacco della Lega, questo, che arriva proprio nel corso di una crisi pandemica che ha pesantemente condizionato la vita generale e in un momento in cui dovrebbe essere chiaro ormai a tutt* l’importanza fondamentale del lavoro di cura e riproduttivo svolto storicamente dalle donne. Siamo stat* a casa e ci siamo pres*, infatti, cura le une (e gli uni) delle altr* anche per sopperire alle difficoltà di un sistema sanitario ridotto sul lastrico dalle scelte politiche precedenti, neoliberiste e di privatizzazione, soprattutto nelle regioni caratterizzate maggiormente dalle giunte leghiste, ma non solo. Siamo state a casa e il lavoro femminile e femminilizzato si è amplificato a dismisura: non solo nelle cucine, ma nei dispositivi smartphone del telelavoro, nell’aiuto e nel sostegno a figl* confinat* a casa. Molte donne sono rimaste “a casa”, nella “casa patriarcale” e per questo hanno subito in quelle mura nascoste ancora di più violenze psicologiche, fisiche, economiche. Nonostante siano diminuite le denunce delle violenze, le aggressioni e i femminicidi sono in questi mesi aumentate. Il momento fase due si annuncia ancora più drammatico, perché molt* hanno perso lavoro, perché il reddito è insufficiente, perchè le disuguaglianze sono aumentate: d’altra parte dovremmo aver imparato che la riproduzione della vita si basa su valori comuni come mutualismo e solidarietà e non su competizione, merci, imprenditorialità. Invece in questo preciso momento la “ripartenza” sembra di nuovo decollare sulle spalle del lavoro riproduttivo e invisibilizzato delle donne. Un filo nero lega l’attacco fascista alla determinazione delle donne su RU in Umbria, e l’incuria con cui lo stesso governo ha posto scarsa attenzione e soprattutto scarsi finanziamenti al welfare, a partire ad esempio dalla questione scuola. Ma anche a proposito della sanità chiediamo con forza il rifinanziamento della medicina territoriale e dei consultori (dove si dovrebbe garantire l’IVG e la gratuità dei mezzi contraccettivi) che da anni ormai sono trascurati e vedono ridotte funzioni e personale, mentre dovrebbero essere ripensati per affrontare nuovi bisogni e desideri riguardo a salute e sessualità. La ripartenza ha di fatto delineato ancora una volta una dicotomia tra il “mondo ritenuto produttivo delle imprese” e il “mondo della riproduzione e del welfare”. Abbiamo sentito la cantilena che è necessario che la produzione riparta, e solo in seconda battuta che dovevano riattivarsi i cosiddetti “servizi” (magari meglio privati o privatizzati). Come femministe riteniamo che il welfare, la riproduzione, il lavoro di cura siano centrali per la vita e che non siano un “servizio” subalterno a quella che viene definita dal patriarcato la “produzione”. Non faremo un passo indietro, per questo nè di fronte al governo fascista della Tesei, né di fronte ad alcun governo. La libertà delle donne è per noi imprescindibile: essa si costruisce materialmente insieme rivendicando diritti per la salute riproduttiva, una casa non patriarcale per tutte, welfare e reddito.