essere madri è un viaggio meraviglioso ma difficile, forse il più difficile, di Cinzia Pennati

Essere madri è un viaggio meraviglioso ma difficile. Forse il più difficile.

A volte diamo per scontato il modo che abbiamo di essere madri.

Essere madre è un viaggio e chi non è madre è comunque stata una figlia, quindi sa di cosa parlo.

Ci si immagina e ci si auspica che i figli ti ameranno per sempre, che ti ameranno a prescindere.

Quando sono piccoli ci sentiamo indispensabili e pensiamo che quell’amore non si trasformerà mai.

Hanno così tanto bisogno di noi che ci cercano costantemente, si aggrappano a noi e li coccoliamo, li teniamo vicini, il loro corpo ha un odore specifico al contatto con il nostro.

Sappiamo di essere il loro rifugio, si affidano e si fidano. Sappiamo di essere la cosa di cui hanno più bisogno al mondo e questo ci avvolge, ci riempie, ci compensa, spesso, anche dei vuoti che abbiamo intorno.

I figli, quando sono piccoli non possono immaginare una vita senza di noi e ce lo dicono in ogni modo. Sento ancora le braccia strette, le gambette che si aggrappano come fossi una quercia a cui ancorarsi, la testa appoggiata sul collo in abbandono.

Ma, poi, quando crescono, capita, che non riesci più a stringerli o toccarli in quel modo, non puoi, anche se vorresti farlo.

Devi imparare di nuovo ad amare e a mutare in modo repertino l’idea del tuo essere madre.

Devi stare alla distanza giusta, capire il momento giusto, fare la mossa giusta. Nè troppo avanti né troppo indietro. Devi dimenticare quel corpo su di te, in abbandono.

Anche le parole sono nuove, alcune arrivano a ferirti. Il cambio di passo non è sempre facile perché tu, ora, devi guardare a distanza quel corpo e quel cuore, anche se vorresti “divorarlo” e farlo di nuovo tuo, non si può. Non è giusto.

Non sei più tutto per loro, sei “la madre”, un’entità che, a volte, li imbarazza; da cui stare alla larga, da cui prendere le misure per poter crescere come un’entità autonoma.

Tutti siamo passati in quel momento lì, un momento in cui eravamo l’oggetto da detestare, a cui non dire niente; sbattito di porte e occhi in alto.

Allora, ti rendi conto che inspiri il loro profumo quando passano, per trattenerlo. Che li sfiori per ricordare che tanto tempo prima eravate un’altra cosa.

Così, ogni tanto, apri la porta della loro camera, osservi quei corpi che raggiungono il bordo del letto e spuntano dal lenzuolo e sai che in questo viaggio non si può tornare indietro ma solo andare avanti.

E di colpo ti rendi conto che loro hanno bisogno di te come tu hai bisogno di loro. Credo sia questo il difficile, spostare l’asse del bisogno.

Di colpo ti rendi conto che i figli non ti ameranno a prescindere, ed è giusto così, fa parte del viaggio, ma per te, invece, è diverso.

Perché tu li amerai, come hai fatto fin dal primo istante in cui li hai incontrati e nulla cambierà, nulla muterà, fino alla fine del tuo viaggio.