accadde…oggi: nel 2010 muore Suso Cecchi D’Amico, di Marco Pistoia

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Nome d’arte di Giovanna Cecchi (sposata con il musicologo Fedele d’Amico), sceneggiatrice cinematografica, nata a Roma il 21 luglio 1914. Tra i maggiori sceneggiatori della storia del cinema italiano, di rilievo internazionale, è stata scrittrice capace di passare dalla stesura di una commedia a quella di un dramma o di far coesistere i due generi nella stessa opera, riuscendo a immettere nella scrittura di un film una vasta cultura letteraria e teatrale, accompagnata da un personale e acuto senso di osservazione della realtà. Ha ricevuto numerosi premi, dal Leone d’oro alla carriera conferitole alla Mostra del cinema di Venezia nel 1994 ai molti Nastri d’argento e David di Donatello, fino al Premio internazionale Nonino “a un maestro del nostro tempo” (2001).

Figlia del critico letterario Emilio Cecchi e della pittrice Leonetta Pieraccini, dopo gli studi classici e i perfezionamenti linguistici, negli anni Trenta ebbe occasione di leggere sceneggiature attraverso il padre, che dal 1932 al 1933 fu direttore artistico alla Cines. A partire dal 1945 iniziò a collaborare con traduzioni ad alcune regie teatrali di Luchino Visconti, e nello stesso anno fu chiamata da Renato Castellani a collaborare, insieme ad Alberto Moravia ed Ennio Flaiano, alla sceneggiatura di Avatar, film mai realizzato, tratto da un racconto di Th. Gautier, quindi a Mio figlio professore (1946), tenero e intenso ritratto di un padre (Aldo Fabrizi) tutto proteso all’affermazione del figlio.

Nel 1947 la C. d’A. scrisse, con Piero Tellini, il suo primo soggetto, realizzato da Luigi Zampa nello stesso anno (Vivere in pace). Con il regista la sceneggiatrice collaborò a più riprese, offrendo risultati egregi con L’onorevole Angelina (1947) e Processo alla città (1952). In quest’ultimo, in particolare, la C. d’A. seppe mettere pienamente a frutto le notevoli doti di osservazione di caratteri e comportamenti, ben rappresentati anche nel linguaggio. Al declinare degli anni Quaranta, comunque, la sua attività aveva già prodotto opere di grande rilievo come Roma città libera ‒ La notte porta consiglio (1946) di Marcello Pagliero, dove dramma e commedia coesistono, come uno dei segni di stile della sceneggiatrice; Proibito rubare (1948) di Luigi Comencini, dramma a sfondo sociale sui bambini napoletani; Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica, per il quale ideò la drammatica scena finale del furto della bicicletta.

Per quest’ultimo film la C. d’A. lavorò all’interno di una cospicua compagine di colleghi (tra cui Cesare Zavattini), stabilendo una preferenza per il lavoro d’équipe, poi costantemente confermata. Tuttavia, all’inizio degli anni Cinquanta ‒ dopo la collaborazione a Miracolo a Milano (1951) di De Sica ‒ la C. d’A. iniziò una lunga, importante e singolare collaborazione cinematografica con Visconti, prima tappa di un percorso quasi trentennale. Ne nacque un magistrale ritratto di donna (Bellissima, 1951), scritto su misura per Anna Magnani, che la considerò sempre la sua sceneggiatrice di fiducia.

Con l’eccezione di La caduta degli dei (1969) e di Morte a Venezia (1971), tutti i film di Visconti furono da lei scritti, sempre con il coinvolgimento di altri sceneggiatori, ma rivestendone la responsabilità principale, spesso già nell’ideazione del soggetto. Da un soggetto suo e di Visconti nacque nel 1954 Senso, in parte ispirato al racconto di C. Boito, dopo che nel 1952 i due avevano scritto un notevole soggetto-racconto, Marcia nuziale (apparso su “Cinema nuovo” nel 1952, ried. nel 1995), mai realizzato. I contributi della C. d’A. si risolsero, per il cinema di Visconti, nell’alternanza della scrittura di opere di grande respiro storico e drammaturgico (Senso) con altre più intimiste (Le notti bianche, 1957). Parallelamente si rinnovò la collaborazione con Comencini per La finestra sul luna park (1957) e per Mariti in città (1957), di cui la C. d’A. firmò solo il soggetto, mentre l’esordio registico di Vittorio Gassman, Kean genio e sregolatezza (1957, tratto dall’adattamento di J.-P. Sartre della commedia di A. Dumas padre) le offrì l’opportunità di elaborare un testo su misura per l’attore, impegnato in un’operazione autoriflessiva, tra cinema e teatro.

Nello stesso tempo avviò, con Proibito (1954), la collaborazione con Mario Monicelli, con cui avrebbe lavorato ancora in futuro. Mentre elaborò per Michelangelo Antonioni alcune storie attinte dalla cronaca (I vinti, 1953), un altro bel ritratto di donna (La signora senza camelie, 1953, interpretato da Lucia Bosè), infine un’intensa galleria di figure femminili (Le amiche, 1955), da un racconto di C. Pavese, immettendo la già austera drammaturgia del grande regista ferrarese in una costruzione narrativamente più articolata. Accompagnò l’esordio di Francesco Rosi con il soggetto e la sceneggiatura di La sfida (1958), e poi scrisse ancora per lui I magliari (1959), e contribuì alla creazione di un capolavoro come Salvatore Giuliano (1962), opera dalla complessa e calibrata struttura a incastri.

L’emergente predilezione per un’architettura narrativa ampia e articolata si affermò sempre più nella sua scrittura, già dallo splendido esito di Rocco e i suoi fratelli (1960) di Visconti, concepito come un grande romanzo cinematografico e, nello stesso tempo, legato a modelli di letteratura popolare e al melodramma, nonché ispirato ai racconti di Il ponte della Ghisolfa di G. Testori. La capacità di lavorare in alternanza o in simultaneità tra testi più o meno complessi e tra dramma storico o sociale e commedia si rileva bene nella lavorazione ‒ coeva ai film per Visconti e Rosi ‒ di I soliti ignoti (1958) di Monicelli e, subito dopo, di un dramma di donne quale Nella città l’inferno (1959) di Castellani e di un melodramma duro e passionale come Estate violenta (1959) di Valerio Zurlini.

Ma questo segno di personalità si manterrà anche nel lungo e ricco proseguimento di attività: negli anni Sessanta spiccano la sceneggiatura di Il Gattopardo (1963), dal romanzo di G. Tomasi di Lampedusa, il soggetto e la sceneggiatura di Vaghe stelle dell’Orsa (1965), l’adattamento e la sceneggiatura di Lo straniero (1967), dal romanzo di A. Camus, tutti diretti da Visconti, la sceneggiatura, che firmò da sola, per Gli indifferenti (1964) di Francesco Maselli, dal romanzo di A. Moravia, quella per lo shakespeariano La bisbetica domata (1967) di Franco Zeffirelli, infine il ritratto, insieme brillante e melanconico, del giovane Casanova per Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova veneziano (1969) di Comencini. Fu questa, dopo Proibito rubare, una nuova e felice rappresentazione dell’universo infantile, cui fece da ideale pendant l’adattamento da C. Collodi per Le avventure di Pinocchio (1972), anch’esso diretto da Comencini.

Oltre a Visconti e a Monicelli è forse proprio Comencini il regista con cui la C. d’A. ha stabilito la migliore intesa, felicemente rinnovata per Cuore (1985), da E. De Amicis, e per il film televisivo La Storia (1987), dal romanzo di E. Morante. Progettato con Visconti un film da La recherche du temps perdu di M. Proust, mai realizzato, di cui rimane la sceneggiatura (ed. con prefaz. di G. Raboni, 1986) e al cui soggetto avevano lavorato Enzo Siciliano ed Enrico Medioli, per lo stesso regista scrisse ancora un grande dramma storico quale Ludwig (1973), un film intimista, vicino al dramma da camera, quale Gruppo di famiglia in un interno (1974), nato da un soggetto di Medioli, e L’innocente (1976), acuta e personale trasposizione dal romanzo di G. D’Annunzio. Con Monicelli la collaborazione si è poi intensificata, producendo in particolare una vivace e ben orchestrata commedia ‘al femminile’, Speriamo che sia femmina (1986), e un buon adattamento quale Il male oscuro (1990), dal romanzo di G. Berto. A un altro regista di rilievo internazionale, Nikita Michalkov, la C. d’A. ha offerto la propria consonanza e familiarità con gli umori čechoviani per Oči čërnye (1987; Oci ciornie) e negli ultimi anni, ha saputo ricreare storie e atmosfere d’epoca con Il cielo cade (2000) diretto da Andrea e Antonio Frazzi, tratto dal romanzo di L. Mazzetti. E se quasi un’autobiografia artistica è divenuta la collaborazione con il regista Martin Scorsese per il documentario sul cinema italiano Il mio viaggio in Italia (2001), un vero e proprio ritratto è costituito dal documentario a lei dedicato da Enzo Monteleone, Sono solo un artigiano. Incontro con Suso Cecchi d’Amico (2001), prodotto dalla Scuola nazionale di cinema. Alla nipote M. d’Amico ha dettato le sue memorie per il volume Storie di cinema e d’altro, edito nel 1996.