cara ministra, la sua è una scuola sempre uguale a se stessa, di Cinzia Pennati

Cara ministra, la sua è una scuola sempre uguale a se stessa. Abbiamo i banchi singoli e rimarranno. Come arretrare di decenni in un secondo.

Parto da qui. Abbiamo i banchi.

Il Ministero dell’Istruzione esprime in una nota “soddisfazione per l’esito della gara europea per i banchi monoposto comunicato questa sera dal Commissario straordinario di Governo. Un risultato ottenuto in tempi brevissimi e in condizioni di emergenza. Per la prima volta lo Stato investe massicciamente per rinnovare gli arredi scolastici, spesso obsoleti”. Un intervento, fa notare il ministero, “che va anche oltre lo stato di emergenza e che resterà alla scuola per gli anni a venire“.

Abbiamo i banchi, siamo felici almeno sapremo dove sederci, ma monoposto e resteranno per gli anni a venire. Questa è la grande paura: resteranno e con loro resterà, se non stiamo attenti, uno stile d’insegnamento retrogrado e obsoleto, appunto.

Un conto è l’emergenza, un conto è non riuscire ad immaginare una scuola diversa da un’insegnamento di tipo frontale, maestra alla cattedra, lavagna sulla destra o sulla sinistra. Gli ultimi saranno ultimi, in fondo, i primi resteranno sempre primi.

Chi lavora nella scuola sa quanto conti lo spazio per i propri alunni, grandi e piccini. Dobbiamo essere grati che qualcuno si sia accorto che gli arredi scolastici fossero obsoleti, evviva, ci sono arrivati! Ma, scusatemi, i banchi monoposto non erano la soluzione per lo meno non quella permanente.

Lo spazio e la bellezza sono molto importanti per l’apprendimento, studiare in aule anguste, con muri scrostati, i banchi sempre nella stessa posizione, concorderete con me che produce allontanamento dei ragazzi dalla scuola e svuota d’interesse anche lo studio.

L’apprendimento ha bisogno di movimento ( pensate come studiano a casa i vostri ragazzi e quante posizioni cambiano), ha bisogno di colori, ha bisogno di forme differenti, ha bisogno anche di momenti in cui si lavora in gruppo o a coppie.

Non ha bisogno di solitudine e staticità.

Si potevano pensare soluzioni differenti, spingere le esperienze di sperimentazione che esistono in giro per l’Italia, in cui davvero l’alunno è al centro del suo processo di apprendimento e l’insegnante non sta alla cattedra ma indirizza e partecipa e produce cambiamento.

Questo tipo di scuola, invece, risponde ad un tipo di società in cui ad avanzare è il singolo, l’individuo, eppure, lo sappiamo quanto, ad esempio, attraverso la scuola, quella buona, i nostri figli imparino le regole del fare sociale, conoscano gli altri, il mondo e se stessi attraverso la relazione.

Questo è il primo luogo che conoscono dopo la famiglia e deve essere un luogo di crescita e di miglioramento e un’ambiente in cui s’insegna la solidarietà, il pensiero critico e civile.

Non può essere solo lo spazio meritocratico fine a se stesso almeno che il nostro obiettivo sia quello di crescere futuri cittadini che abbiano come fine ultimo il profitto individuale.

Quindi, il modo in cui si arreda una scuola, una classe, il modo in cui si gestisce lo spazio influenza il metodo di lavoro e i banchi singoli se resteranno ci porteranno indietro di decenni.

Era impensabile pensare a gruppi più piccoli in movimento con più spazio e più insegnanti?

Era così impensabile immaginare altri spazi, all’aperto, in cui riappropriarsi delle città e delle zone di verde? Era impensabile immaginare immediatamente un’investimento nelle persone, ovvero negli insegnanti, un accordo con il mondo della cultura ( provato dal Covid) per raggiungere teatri, cinema, musei, biblioteche…?

La regione Lazio lo ha fatto. È stata approvata una legge molto importante sul Sistema integrato tra educazione ed istruzione. Un articolo specifico è sull’educazione outdoor, all’aperto.

Mi dispiace pensare che ci sia ancora uno scollamento enorme tra i genitori, gli insegnanti che vivono la scuola e chi la “immagina” e la progetta.

Come se non la conoscesse.

Sono arrivati i banchi singoli e resteranno.