accadde…oggi: nel 1985 muore Anna Banti, di Grazia Livi

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Alla morte di Anna Banti, che avvenne nell’agosto 1985, il cordoglio ufficiale fu scarso. Era come se la grande scrittrice continuasse ad essere guardata da lontano, con una punta di apprensione. Perché? Non rispecchiava i gusti del pubblico medio. Per lunghi anni, dirigendo la parte letteraria della rivista Paragone, aveva gestito severamente un potere. Era omaggiata ma si teneva distante dal mondo delle ambizioni comuni e dalle persone comuni.

Insieme al marito, Roberto Longhi, aveva partecipato al grande convito della cultura italiana del Novecento. Aveva scritto romanzi, racconti, critiche d’arte, saggi, recensioni di libri e di film. Ma come collocarla? In quale casella delle lettere? Femminile? Femminile, mai.

Non a caso la Banti, nel 1943, aveva scritto così di Cecilia, eroina de II bastardo: «Del suo stato di donna per la prima volta ammesso e confessato, la poverina si vergognava come di un fallo. E un fallo era, agli occhi del barone, la condizione femminile».

Caratteristica saliente di Anna Banti fu, fin dall’inizio, l’orgoglio intellettuale. Non voleva essere confusa con gli altri, tanto meno con le altre, rifiutava qualsiasi discorso banale, diffidava delle facili amicizie. Perseguiva, in arte, mete alte ed esigenti. Nata a Firenze nel 1895, da una famiglia d’origine calabrese, figlia unica e adorata dal padre, l’avvocato Lopresti, era stata da lui incoraggiata agli studi umanistici. «Praticamente ho passato in biblioteca tutta la mia giovinezza» disse in un’intervista del ‘71. «Mi sistemavo nelle sale di studio al piano superiore, dove c’erano certe cellette, fra gli scaffali, che davano un grande senso di pace. [… ] Avevo fatto degli studi molto severi, la mia preparazione intellettuale era di grande rigore».

Nel 1919, a ventiquattro anni, già pubblicava sulla rivista L’Arte, studi su pittori incisori, sentendo che quel campo congeniale suscitava in lei una passione. Continuò per anni, ma intanto nel 1924 aveva sposato Roberto Longhi, che era stato suo professore al liceo e che aveva già fama di critico d’arte geniale. La firma che era Lucia Lopresti, divenne Lucia L. Lopresti.

Ma era destinata a sparire per un problema che prese a travagliarla segretamente: non voleva fare la critica d’arte di secondo piano. Longhi non solo campeggiava ma l’assorbiva nella sua luce. Temeva di sottrargli qualcosa. S’impose un mutamento.

Disse, sempre nel ‘71: «Consideravo la critica la cosa più nobile che uno potesse esercitare. [… ] Passare alla letteratura mi sembrava, infatti, una frivolezza». Non solo. «Disprezzavo quello che si faceva in Italia a quel tempo, attorno al ‘30. Il cardarellismo, la prosa d’arte, tutta quella letteratura gratuita, ornamentale. Odiavo D’Annunzio, il dannunzianesimo». Ma venne soccorsa dalla sua predilezione per i periodi più travagliati della storia: il Basso Impero, il Seicento. Scrisse un racconto, lo mandò a un premio letterario, vinse. Longhi la spinse sulla via del narrare. Non a caso lei teneva Alessandro Manzoni sul comodino e ogni sera leggeva una pagina dei Promessi Sposi. «Mi abbandonavo con delizia all’on da di quel respirare calmo, profondo».

Dal Manzoni trasse elementi congeniali: una lente equanime per un giudizio etico, il culto del verosimile sentito come «un vero veduto dalla mente per sempre». E trasse la forza di dedicarsi al genere letterario che divenne suo: l’invenzione storica fondata sulla memoria. Fondata soprattutto sulla condizione femminile e sulla esclusione dalla storia. Buttò via il nome vero e adottò un bellissimo nome d’arte: Anna Banti. Equivaleva a una sublime maschera. Dietro la quale poteva svelare la verità, insieme al risentimento e allo strazio.

Il capolavoro di Anna Banti è Artemisia, del 1947: storia romanzata della pittrice secentesca Artemisia Gentileschi, figlia del pittore Orazio, offesa, stuprata, mal-compresa dal padre, che si vendica facendo di sé «una donna forte che può cimentarsi a vincere, a cui tutto è eccezione». Portare alla perfezione il dono creativo, questo è ciò che Anna Banti intendeva per “vincere”.

E se Artemisia gareggiò e a volte superò il padre, lei divenne maestra di identificazioni con figure incastonate «nel remoto della storia», così scrisse Gianfranco Contini. E acuì il suo stile con lucidità persistente e con sovrano dominio. Emilio Cecchi aggiunse: con violenza, «la violenza di un ritmo che brucia gli effetti e le tappe». Dopo Artemisia seguirono varie raccolte di racconti e vari romanzi: tutta la vita di Anna Banti, trascorsa a Firenze, in collina, nella villa “Il Tasso”, è segnata da un lavoro fecondo. Tuttavia accanto a Il bastardo, Le mosche d’oro, Noi credevamo, Je vous écris d’un pays lontain, i suoi libri più forti e densi d’emozione sono quelli in cui la protagonista può essere detta eroina per la situazione umiliata in cui vive e per il dolore amaro che patisce, senza farlo conoscere al mondo.

Cito qui due racconti grandemente inventivi, Lavinia fuggita e Le donne muoiono (1950) e uno stupendo romanzo, La camicia bruciata (1974). Di quest’ultimo, che racconta due principesse secentesche, Marie Louise e Violante, mogli di due Medici, la Banti scrisse dimessamente che si trattava di «un drappo istoriato di gesti fuggevoli, di sentimenti taciuti, di propositi lasciati cadere». Non disse del grumo di dolore «ringoiato in solitudine» che aveva segnato le due principesse orgogliose. E che naturalmente aveva segnato anche lei, come risultò dal suo ultimo romanzo autobiografico Un grido lacerante: storia di Agnese Lanzi, moglie e vedova di un grande studioso, scrittrice, in verità storia affine a quella di Lucia Lopresti, che ancora una volta si travestiva magistralmente, in terza persona.

Il romanzo venne pubblicato nel 1981. Lei soffrì per l’accoglienza tiepida. Morì d’estate, nella sua casa al mare, nel 1985. Qualcuno, quarant’anni prima, aveva così definito la sua scrittura: «Arte pura fino all’orgoglio, distaccata fino alla crudeltà».