insegnate alle figlie ad autodeterminarsi, cercate di essere detestabilmente felici, di Cinzia Pennati

Insegnate alle figlie ad autodeterminarsi.Cercate di essere detestabilmente felici.

Le incertezze fanno parte di me, ormai credo si sia capito che il certo certissimo non mi appartiene.

Vacillo, anche quando sono convinta di una cosa, se qualcuno mi presenta il suo punto di vista, alla fine mi chiedo:”Non starò sbagliando?”.

Non penso mai di aver fatto la scelta giusta, pensando di essere stata brava a intuire il bisogno. Però, lascio andare di più, se le cose non vanno, non mi dispero.

L’esperienza mi ha insegnato che quando non succede una cosa è perché se ne devono avverare altre. Non so se me lo dico come premio di consolazione, ma dirselo, funziona.

Non mi guardò più indietro, se avessi fatto, se avessi detto, se…cioè ogni tanto lo faccio rispetto al mio matrimonio 🤪 ma, poi, ci sono le mie figlie e, allora, so che è un pensiero senza tempo.

Rifarei tutto?

No. Di questo ne sono consapevole. Non spenderei tutti quei soldi per abito, confetti e cose così, preoccupandomi dei suoceri, parenti o di quello che può pensare il vicino di sotto e di sopra…non mi farei abbindolare con la divisione dei beni…insisterei con i miei genitori, quando ci hanno aiutato per l’anticipo della casa a non intestarla ad entrambi, ma quello era ancora il periodo dell’amore può tutto, dell’amalgama, del io non esisto.

Non crederei più che la giustizia sia sempre giusta. Con me non lo è stata, ad esempio.

Sul mantenimento dei figli, nonostante le condanne, ci sono falle nel sistema per cui le mie ragazze, ad oggi (e sono passati dieci anni) non hanno mai ricevuto il mantenimento stabilito dalle sentenze.

Basta non avere residenza, non avere macchina ma che l’abbia la compagna con cui vivi, non avere ditta e magari intestarla al padre o alla madre, basta avere una ex moglie che dall’altra parte non possa spendere milioni in avvocati o investigatori.

La “povertà” femminile è assicurata. La dipendenza, pure e la rabbia ti rovina la vita. Il sistema la garantisce.

Per questo mi do da fare. Intendo, cerco di rendermi autonoma il più possibile e lo faccio con le mie figlie, per uscire dal ricatto del patriarca che, in fondo, attraverso la “povertà” gestisce il tuo cuore e la tua anima.

Mia figlia è andata a casa sua per un pranzo, era un anno che non succedeva. Ha notato un bel Apple troneggiante. Sa quanto costa perché è un nostro desiderio nel cassetto, quello in fondo.

Mi ha detto che ci è rimasta male, lei che si sente dire più volte, “faccio quello che posso!” e io dovrei provare rabbia, invece, lavoro, scrivo come una matta, cerco, soluzioni per emanciparmi sempre di più. Per pagare le tasse universitarie da sola, per non chiedere e non mettere in condizioni le mie figlie di farlo.

E lo so che non è giusto, ma è l’unica possibilità per uscire da questo meccanismo che deteriora. Non dipendere da un uomo, non dipendere mai.

Ecco, se avete delle figlie, fornite loro occasioni di emancipazione, fin da piccole, sussurrategli nelle orecchie che ce la faranno da sole, spingetele verso obiettivi di autonomia.

Meno vestiti e storie edulcorata di e da principesse alle comunioni o ai 18 anni, coi fiori in mano come spose in anticipo.

Spingetele verso obiettivi concreti: la patente, la laurea, il lavoro. Aiutatele a costruire la loro identità, che non si sentano monche senza un uomo accanto. È così che impareranno ad amare, non s confondere l’amore con il bisogno.

C’è già la società che costantemente le spinge e ci spinge alla dipendenza e alla sottomissione.

Secondo me questo è il regalo più grande che può fare una madre, usare tempo e spazio non per essere arrabbiata ( anche se lo comprendo in pieno) ma per emanciparsi.

Far vedere ai nostri figli e, alle, nostre figlie, che nonostante le sfighe, i narcisi, le scelte sbagliate, un marito magari che ci sovrasta quotidianamente, noi cerchiamo costantemente di autodeterminarci.

Cerchiamo l’autonomia economica che permette quella emotiva. Cerchiamo di tenere la testa fuori dal pozzo e riemergere.

Cerchiamo di andare avanti, lasciando indietro chi ci ha fatto del male.

Cerchiamo di essere detestabilmente felici.