“L’uomo che parlava agli elefanti” di Lawrence Anthony e Graham Spence, recensione di Anna Romano

“L’uomo che parlava agli elefanti”, di Lawrence Anthony e Graham Spence

Forse i libri non possono sostituire un viaggio o un’esperienza – ma alcuni ci si avvicinano parecchio. Sono quelli che davvero riescono a darci un’immagine vivida e avvincente dei posti e delle persone di cui parlano, così che, alla fine della storia, si ha quasi la percezione di averli conosciuti… anche se spesso accompagnata dal rammarico di non esserci stati per davvero. “L’uomo che parlava agli elefanti”, di Lawrence Anthony e Graham Spence, (Piano B edizioni, 2020, 16,00 euro) è uno di questi.

Elefanti “ribelli”

Pubblicato per la prima volta nel 2009  (tre anni prima della morte di Anthony, autore ma anche protagonista), non è un libro strettamente scientifico, e in questo senso può sembrare strano parlarne qui. Anthony è nato a Johannesburg e ha iniziato a lavorare come assicuratore, per poi mettere su una società immobiliare. Ma è da sempre molto legato all’ambiente e a un certo punto decide di acquistare, come racconta egli stesso, la riserva di Thula Thula, “la più antica riserva faunistica privata nella provincia di KwaZulu-Natal in Sudafrica”. Si può dire che inizia così la sua carriera di conservazionista. E quando, con una telefonata inaspettata, gli chiedono se ha voglia di accogliere nella riserva un branco di elefanti “difficili”, con una matriarca abilissima a fuggire dai recinti elettrificati, risponde: “Al diavolo, sì”.

Ed ecco cominciare una storia che vale davvero la pena leggere. È la storia del rapporto tra Anthony e il branco, che si sviluppa lento negli anni e tra mille difficoltà. A partire dalla primissima fuga degli elefanti “ribelli”, che avviene praticamente nel momento stesso in cui mettono zampa nel boma, in recinto di quarantena in cui sono inizialmente confinati per dal loro modo di abituarsi all’ambiente nuovo.

Non è, appunto, un saggio ma una storia che racconta cosa possa significare occuparsi di conservazione. Alcuni aspetti ce li possiamo attendere senza difficoltà, come i rapporti non sempre semplici con le tribù locali, o la lotta al bracconaggio, gli incendi e le alluvioni. Altri sono forse più inattesi (come per esempio: dover proteggere un rinoceronte dagli elefanti). Ci sono le decisioni più difficili da prendere, come quella di abbattere uno degli individui del branco, Mnumzane, un maschio che Anthony, nel corso degli anni, ha visto crescere e maturare, e cui si è affezionato: il maschio che, privo della guida e della compagnia degli altri maschi, è a lungo bistrattato dalle femmine e, trovandosi a vivere ai margini del branco, sembra tanto apprezzare la compagnia di Anthony, che gli fa compagnia con lunghi monologhi.

La convivenza tra domestico e selvatico

“L’uomo che parlava agli elefanti” è però soprattutto un’osservazione lunga e attenta degli animali. Gli elefanti sono i protagonisti, su questo non c’è dubbio. Come si ambientano, come si rapportano all’essere umano e all’ambiente, le dinamiche del branco (la nuova nascita, il nuovo membro accolto), la personalità dei singoli individui, la comunicazione, sono tutti temi ampiamente trattati. Nel libro si trovano riflessioni, vicende, aneddoti, che ci portano vicinissimi al branco; tanto che, quando a fine lettura si trovano le foto di Nana e Frankie, le “virago” leader del gruppo, l’impressione è quella di vedere finalmente un vecchio amico.

Tuttavia, gli elefanti non sono gli unici protagonisti.  Quella fine capacità di osservare gli animali – umani e non – che contraddistingue tutto il libro fa sì che ai vari collaboratori di Anthony, ai cani suoi e di sua moglie, ai coccodrilli e ai piccoli facoceri abbandonati, a ogni elemento della vita quotidiana nella riserva, insomma, sia dedicata la stessa attenzione. Ed è importante che sia così, perché nella riserva, almeno per alcuni aspetti, domestico e selvatico si mescolano: gli elefanti irrompono a un aperitivo, il cane Max sbrana il serpente trovato in casa e a sua volta Penny, un altro cane di casa, fa una brutta fine a causa di un coccodrillo…

Restare selvatici

Ma uno degli aspetti più belli e, a mio parere, più importanti, è che la convivenza mostra sempre il massimo rispetto per il selvatico. La volontà di Anthony è molto, molto chiara: “La mia idea, sin da quando accolsi il branco, è sempre stata quella di lasciarli liberi nella savana”, scrive. “Non avevo programmato d’interagire con loro, poiché per me tutti gli animali selvaggi dovrebbero essere esattamente così: selvaggi”. La scelta d’iniziare a interagire con loro è dettata dalla necessità, definita “spiacevole”, di stabilire un rapporto con Nana, la matriarca.

Al suo arrivo, infatti, al branco la nostra specie non è affatto simpatica: l’idea di Anthony è quindi quella di fare da unico riferimento per ripristinare verso gli esseri umani quella fiducia minima necessaria a una convivenza pacifica. Questi elefanti non sono nella riserva per intrattenere i turisti; non si avvicinano per mangiare le noccioline e farsi accarezzare. Praticamente l’unico contatto fisico che Anthony descrive è quello della proboscide di Nana che lo esplora (coprendolo di muco). Ed è evidente la sua soddisfazione quando, alla fine, descriverà come le nuove generazioni lo ignorino: è riuscito nel suo intento.